MARX-ENGELS
per un socialismo democratico


I GRÜNDRISSE

Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica (1857-58)
(Ed. La Nuova Italia, Firenze 1997, vol. I)

Dipendenza naturale e materiale

Si dirà che non ha senso sostenere che Marx "preferisca" la dipendenza materiale (quella dal mercato) rispetto a quella personale (tra signoria e servitù). Uno scienziato deve limitarsi a constatare i fatti, senza esprimere giudizi di merito sul loro contenuto etico. Eppure Marx non ha dubbi su quale dipendenza deve cadere la sua preferenza, pur avendo egli una consapevolezza critica di molto superiore a quella degli economisti borghesi sui grandi limiti del capitalismo.

Così scrive a p. 96: "La risoluzione di tutti i prodotti e di tutte le attività in valori di scambio presuppone sia la dissoluzione di tutti i rigidi rapporti di dipendenza personali (storici) nella produzione, sia la generale dipendenza reciproca dei produttori".

Marx usa l'aggettivo "rigidi" come determinazione negativa, priva di alcuna positività. Con questo però non si deve pensare ch'egli ragioni come un economista borghese. Infatti dice: "questa dipendenza reciproca si esprime nella necessità permanente dello scambio e nel valore di scambio quale mediatore universale. Gli economisti esprimono questo fatto nel modo seguente: ciascuno, perseguendo il suo interesse privato.... involontariamente e inconsapevolmente finisce col servire l'interesse privato di tutti..."(ib.).

Per definizione, Marx è un "critico" dell'economia politica: non può cadere in simili ingenuità. Infatti afferma: "da questa frase astratta si potrebbe anzi dedurre che ognuno reciprocamente ostacola l'affermazione dell'interesse dell'altro, sicché invece di un'affermazione generale, da questo bellum omnium contra omnes risulta anzi una generale negazione"(pp. 96-97). Che poi, effettivamente, è quanto avviene sotto il capitalismo, specie nei regimi monopolistici, proprio perché anche quando il perseguimento di un interesse privato finisce col favorire un diverso interesse privato, ciò rientra sempre nella logica dello sfruttamento del lavoro altrui.

Marx, che sa bene quanto sia "innaturale" il mero perseguimento dell'interesse privato, può affermare, in tutta tranquillità, che "l'interesse privato stesso è già un determinato interesse sociale e può essere raggiunto soltanto nell'ambito delle condizioni che la società pone e coi mezzi ch'essa offre... che sono condizioni sociali indipendenti da tutti"(p. 97). Il bene collettivo non nasce dal perseguimento dell'interesse privato, anche se in apparenza, sotto il capitalismo, sembra essere così, almeno finché le classi subalterne non si accorgono che in forza di tale perseguimento non traggono alcun vero beneficio.

Tuttavia, se la critica di Marx agli economisti borghesi a noi risulta -dopo il marxismo!- facile da capire e da condividere, non altrettanto possiamo dire riguardo alla sua critica del modo di produzione feudale. Prendiamo ad es. questa frase: "l'individuo naturalmente o storicamente allargatosi a famiglia e a tribù (e poi a comunità) [processo, questo, che non s'è mai verificato storicamente e che di naturale non ha nulla, in quanto, semmai, s'è verificato, storicamente, il processo inverso, dalla comunità a un individuo singolo estraniato], si riproduce su basi direttamente naturali [come se questo fosse un limite! Marx tende qui a contrapporre naturale a "indotto", ovvero a "macchinismo", che libera dalla dipendenza dalla natura], o in cui la sua attività produttiva e la sua partecipazione alla produzione è indirizzata ad una determinata forma di lavoro e di prodotto [questa "determinazione" per Marx è un limite, in quanto nel capitalismo c'è indifferenza per il tipo di lavoro e di merce da produrre e questo rende più liberi], e il suo rapporto con gli altri è altrettanto determinato"(ib.).

E' strano che per un economista che ha fatto della "necessità storica" la categoria fondamentale della propria filosofia della storia, sia così ostico accettare che nel feudalesimo i rapporti sociali fossero economicamente "determinati", socialmente fissati. Se anche non fosse esistito il servaggio, tali rapporti non avrebbero comunque dovuto sottostare a una qualche forma di "determinazione"? Non ha senso prospettare il superamento del feudalesimo oltre i motivi che non riguardino strettamente il servaggio sul piano sociale e il clericalismo su quello culturale. Non esistono motivi tecnici o puramente economici che possano giustificare con assoluta certezza la necessità della transizione dal feudalesimo al capitalismo, in quanto se da un lato si mettono i vantaggi di un sistema, dall'altro bisogna osservare i suoi svantaggi, e quelli del capitalismo -oggi possiamo dirlo in forza di uno sguardo retrospettivo- sono infinitamente superiori. In nessuna formazione precapitalistica s'era mai paventata la minaccia della sopravvivenza della natura e dello stesso genere umano.

Ma anche prescindendo dai vantaggi, rispetto a Marx, che si offre lo sguardo retrospettivo, è sufficiente esaminare quello ch'egli stesso dice per rendersi conto dei limiti della sua analisi: "nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra cose [qui Marx anticipa l'analisi del feticismo delle merci, uno dei veri capolavori del Capitale]; la capacità personale [così tipica, p.es., dell'artigiano] in una capacità delle cose"(p.98). "Ciascun individuo possiede il potere sociale sotto la forma di una cosa [cioè quante più cose possiede tanto più vale]. Strappate alla cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone"(ib.), nel senso che i legami interpersonali "devono essere organizzati su base politica, religiosa ecc."(p. 99 n. 40).

Ora, a questi legami "personali" Marx preferisce chiaramente quelli "impersonali", a quelli politici preferisce quelli economici. Alla "forza della comunità che lega insieme gli individui. il rapporto patriarcale, la comunità antica, il feudalesimo e la corporazione"(ib.), Marx preferisce (e qui si noti come, quando si tratta di criticare il precapitalismo egli non faccia distinzione, nel confronto col capitalismo, tra le varie formazioni sociali e non distingua all'interno di ognuna di esse gli aspetti positivi da quelli negativi) una produzione e una partecipazione alla produzione che sia "come qualcosa di estraneo e di oggettivo [che sta] di fronte agli individui... come loro subordinazione a rapporti che sussistono indipendentemente da loro e nascono dall'urto degli individui reciprocamente indifferenti"(ib.). Marx dà continuamente l'impressione di comportarsi come un filosofo individualista in lotta contro un sistema individualista al quale oppone un'ideologia collettivista.

Nei Grundrisse la filosofia della storia di Marx è sufficientemente chiara e difficilmente condivisibile (e qui non ci si venga a dire che solo perché Marx si è sempre rifiutato di fare una "filosofia della storia", questa non esiste nei suoi scritti). Dice: "i rapporti di dipendenza personale (all'inizio su una base del tutto naturale [che però non viene specificata, e qui bisogna fare attenzione perché spesso Marx non pone alcuna differenza tra comunismo primitivo, comunità antiche asiatiche e feudalesimo occidentale, in quanto tutte queste formazioni rientrano nel concetto di precapitalismo]) sono le prime forme sociali, nelle quali la produttività umana si sviluppa soltanto in un ambito ristretto e in punti isolati ["ristrettezza" e "isolamento" sono i motivi tecnico-economici, non sociali secondo noi, sufficienti, secondo Marx, a giustificare la transizione verso il capitalismo]. L'indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale è la seconda forma importante in cui giunge a costituirsi un sistema di ricambio sociale generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità. [Qui di nuovo la falsa antinomia di locale/universale]. La libera individualità [del futuro socialismo, quindi si tratta anzitutto si riconoscere all'individuo singolo la propria specificità], fondata sullo sviluppo universale degli individui [così come il capitalismo ha realizzato] e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale [in antitesi alla privatizzazione dei profitti], costituisce il terzo stadio. Il secondo crea le condizioni del terzo"(p. 99), mentre, d'altro canto, non esiste alcuna possibilità che il socialismo possa servirsi del precapitalismo, in quanto questo viene completamente distrutto dallo "sviluppo del commercio, del lusso, del denaro, del valore di scambio"(ib.).

Se la tesi di Marx secondo cui il capitalismo pone le condizioni del socialismo non fosse vera, che possibilità avrebbe il socialismo di realizzarsi? Il capitalismo, secondo Marx, pone le condizioni materiali, strutturali (le forze produttive), per la transizione al socialismo, ma dal punto di vista sovrastrutturale non resta forse la formazione più lontana dalle caratteristiche etiche di socializzazione e di umanizzazione che dovrebbe avere il socialismo democratico? Da un lato il capitalismo pone le condizioni strutturali e dall'altro toglie tutte quelle sovrastrutturali. E in tal senso ci si potrebbe chiedere se il tentativo di realizzare il socialismo nei paesi est-europei non sia dipeso proprio dalla permanenza in quei paesi di molte condizioni strutturali e soprattutto sovrastrutturali del precapitalismo, e ci si potrebbe anche chiedere se in quei paesi il socialismo è fallito non per la preponderanza di queste condizioni, ma, al contrario, proprio perché non si è voluto tenerle in debita considerazione, preferendo realizzare una forma di socialismo troppo simile al modello "teorico" elaborato dal marxismo classico. I cui difetti principali sono stati da un lato la sottovalutazione dell'importanza del mondo contadino e dall'altro la sopravvalutazione dell'importanza del macchinismo.

Oggi si è finalmente arrivati alla convinzione che il macchinismo trovi la sua ragion d'essere solo nella misura in cui garantisce alla natura una sicura, agevole, riproduzione. Tutto ciò che ostacola o rallenta i ritmi riproduttivi della natura va considerato antiumanistico e quindi antistoricistico. Il rispetto integrale delle leggi di natura è la conditio sine qua non in cui l'uomo e la storia possono muoversi, salvaguardando se stessi. Nessuna civiltà ha mai rispettato integralmente questa condizione, se si escludono quelle del cosiddetto "uomo primitivo", le quali non hanno lasciate tracce indelebili di se stesse.

E ci si potrebbe altresì chiedere - ma in questo caso la risposta è scontatamente affermativa- se la versione leninista del marxismo è riuscita a realizzare il socialismo proprio perché, meglio di ogni altra corrente, seppe tener conto, seppure in maniera limitata, delle esigenze del mondo precapitalistico.

Ci si potrebbe infine chiedere se la possibilità di una transizione pacifica al socialismo resta ancora oggi tanto più possibile quanto maggiore è il rapporto costruttivo che si riesce a realizzare con le realtà (strutture e sovrastrutture) precapitalistiche (oggi presenti solo nel Terzo Mondo). Ogni occasione perduta rischia di ripercuotersi, accentuandone gli aspetti negativi, sul carattere stesso della transizione.

Nel capitalismo le relazioni sociali non dipendono dalle regole della dipendenza personale (salvo eccezioni inerenti alle forme illegali di neo-schiavismo), ma gli storici dovrebbero ammettere l'insensatezza della decisione con cui, nel superamento del feudalesimo, si sia voluta buttar via l'acqua sporca del servaggio e del clericalismo col bambino dell'autoconsumo o comunque dell'autonomia produttiva. Autosussistenza, autogestione non andavano considerati come "limiti" ma anzi come "vantaggi" di tutte le economie precapitalistiche, in cui il denaro ancora non giocava un ruolo chiave negli scambi commerciali.

Cioè la "reificazione del contesto sociale", pur presente nelle formazioni preborghesi, non poteva mai essere conseguenza del fatto che la totalità degli individui aveva "alienato, sotto forma di oggetto, la loro propria relazione sociale"(p. 102). Lo stesso Marx sostiene che la "reificazione del contesto sociale" è un fenomeno tipico delle società in cui il denaro è "mezzo di scambio e non misura del valore di scambio"(ib.); solo in queste società "gli uomini ripongono nella cosa materiale (il denaro) quella fiducia che non sono disposti a riporre in se stessi come persone"(ib.). Il denaro è un "pegno di garanzia sociale... in virtù della sua (simbolica) qualità sociale"(ib.). Ogni altra forma di accumulazione "appare ancora primordiale, limitata, condizionata per un verso dai bisogni, per l'altro dalla natura limitata dei prodotti (sacra auri fames)"(p. 106).

Marx è del tutto consapevole che la nuova dipendenza (quella dal mercato) presume degli individui estraniati, alienati da qualunque proprietà (salvo eccezioni) e soprattutto indifferenti tra loro. "Lo scambio, in quanto mediato dal valore di scambio e dal denaro, presuppone l'universale dipendenza reciproca dei produttori, ma presuppone al tempo stesso il completo isolamento dei loro interessi privati e una divisione del lavoro sociale, la cui unità e integrazione reciproca esiste, per così dire, come un rapporto naturale esterno agli individui, indipendentemente da loro. E' la pressione reciproca della domanda e dell'offerta generali che media la connessione degli individui reciprocamente indifferenti"(pp. 99-100).

Dunque la relazione sociale nel capitalismo non nasce da una tradizione consolidata, da una condivisione di valori e bisogni comuni, da una medesima esperienza comunitaria, ma nasce da un'esigenza di tipo economico: lo scambio di merci contro denaro. La socializzazione è una conseguenza dello scambio: "di pari passo con lo sviluppo di questa alienazione si tenta, sul suo stesso terreno, di sopprimerla: ed ecco i listini dei prezzi correnti, i corsi cambiari, i contatti epistolari, telegrafici, la possibilità di una statistica generale ecc. tra i commercianti (con un naturale sviluppo parallelo dei mezzi di comunicazione), attraverso i quali ciascun individuo si procura notizie sull'attività di tutti gli altri cercando di adeguarvi la propria"(p. 103).

La produzione di questi individui, a differenza di quella precapitalistica (aggiungiamo noi), "non è immediatamente sociale, non è il risultato di un'associazione (the offspring of association) che ripartisce al proprio interno il lavoro... la produzione sociale non è sussunta agli individui e da essi controllata come loro patrimonio comune" - dice Marx (p. 100).

Leggendo queste affermazioni si ha l'impressione che Marx non abbia voluto concedere nulla al precapitalismo per non doversi cimentare in un confronto culturale sui valori etici tra cristianesimo e socialismo. Il suo ragionamento pare essere il seguente: se il capitalismo ha spazzato via col feudalesimo anche il cristianesimo che ideologicamente lo giustificava, il socialismo non può trarre dal cristianesimo alcuna ispirazione per porre un'alternativa all'ideologia borghese, pertanto il socialismo diventa un fenomeno del tutto nuovo, che presume di porre in maniera inedita le basi della propria affermazione.

Ora, questo modo d'impostare le cose s'è rivelato fallimentare, in quanto se il socialismo non è in grado di recuperare quanto di meglio è stato prodotto dal precapitalismo, qualunque transizione al socialismo non fa che rafforzare, alla lunga, lo stesso capitalismo.

Ovviamente, come escludiamo che il socialismo futuro possa assomigliare a un capitalismo riveduto e corretto, così è impensabile che possa assomigliare a una sorta di neofeudalesimo. Deve necessariamente essere qualcosa di originale; tuttavia questo non significa che non si debbano andare a recuperare le cose migliori prodotte dall'uomo, fino a quelle più antiche della sua storia.

Ecco perché il ragionamento di Marx non può essere accettato così com'è: non è esattamente vero che il capitalismo sia il superamento del feudalesimo tout-court e che il socialismo supererà il capitalismo su basi inedite, non neofeudali. "Lo scambio privato di tutti i prodotti del lavoro, delle capacità e delle attività è in antitesi sia con la divisione fondata sulla sovrordinazione e subordinazione naturale e politica (sia essa di carattere patriarcale, antica o feudale) degli individui tra loro (dove lo scambio vero e proprio è soltanto marginale o grosso modo tocca meno la vita di tutta la comunità di quanto piuttosto non intervenga tra comunità diverse, e in generale non sottomette affatto tutti i rapporti commerciali e di produzione), sia con il libero scambio tra individui associati sulla base dell'appropriazione e del controllo comune dei mezzi di produzione. (Quest'ultima associazione non è nulla di arbitrario: essa presuppone lo sviluppo di condizioni materiali e spirituali che a questo punto non possono essere ulteriormente analizzate)" - così Marx a p. 100.

Dunque, la differenza sostanziale tra capitalismo e socialismo sta nell'abolizione della proprietà privata e quindi nella possibilità di gestire tale proprietà in maniera collettiva, sociale: tutto il resto può restare com'è. Per ottenere la transizione al socialismo occorre che le premesse su cui far leva siano già presenti nel capitalismo. "Nel mercato mondiale la connessione del singolo individuo con tutti, ma nello stesso tempo anche l'indipendenza di questa connessione dai singoli individui stessi, si è sviluppata ad un livello tale che perciò la sua formazione contiene già contemporaneamente la condizione del suo trapasso"(p. 103). Marx ha bisogno di dire questo, perché se nel capitalismo non esistono le condizioni del suo trapasso, e il precapitalismo è definitivamente scomparso, da dove andrà a prendere il socialismo le motivazioni del proprio agire?

"La scambiabilità di tutti i prodotti, attività e rapporti con un terzo elemento [il denaro], con qualcosa di oggettivo che a sua volta possa essere scambiato indifferentemente con tutto... si identifica con la venalità e corruzione generali. La prostituzione generale si presenta come una fase necessaria del carattere sociale delle disposizioni, capacità, abilità e attività personali"(pp. 105-6).

In questa frase Marx usa due volte l'aggettivo "generale". Nel capitalismo la corruzione è di massa ed essa, come tale, non può non intaccare anche il proletariato. Ecco perché ogni ritardo nella realizzazione del socialismo è un incentivo alla corruzione.

Marx dice che il singolo "casualmente" può anche liberarsi dei rapporti materiali indipendenti dalla sua volontà, ma "la massa di coloro che ne sono dominati no"(p. 107). A questo punto bisognerebbe aggiungere che se anche, per ipotesi, nei paesi capitalisti, la stragrande maggioranza diventasse "borghese", questo non costituirebbe affatto una garanzia di incorruttibilità: spesso infatti si sente dire che se un capitalista andasse al governo nessuno potrebbe corromperlo. Al contrario, ciò sarebbe un indizio sicuro della corruzione generale, poiché, essendo la ricchezza acquisita sempre sulla base dello sfruttamento del lavoro altrui, se questo "altrui" non fosse particolarmente presente nelle regioni metropolitane dell'occidente, in quanto anche il proletariato (manuale e intellettuale), pur sfruttato rispetto alla quantità e qualità del lavoro offerto, fruisce di uno standard di vita sufficientemente garantista, di certo questo "altrui" è presente nelle aree periferiche del Terzo Mondo, al cui sfruttamento partecipa anche, seppur indirettamente, lo stesso proletariato dei paesi avanzati.

Il fatto che il proletariato occidentale abbia saputo condurre delle rivendicazioni che sia siano fermate a livello sindacale e non siano mai approdate a quello politico, in modo da assicurare un percorso istituzionale in direzione del socialismo, ha indubbiamente comportato un miglioramento delle sue condizioni di vita, ma contestualmente un peggioramento delle condizioni di vita del sottoproletariato terzomondista. Istituzionalizzando le rivendicazioni entro i limiti sindacali, il proletariato occidentale non ha fatto altro che rafforzare le basi del capitalismo.

La lotta va ripresa sul terreno politico, sociale, culturale. Sotto il capitalismo, dice Marx, "gli individui sembrano entrare in un contatto reciproco libero e indipendente (questa indipendenza che in se stessa è soltanto... indifferenza) e scambiare in questa libertà"(p. 106) - bisogna dunque riprendere la lotta contro le apparenze e le mistificazioni; "gli individui sono ora dominati da astrazioni, mentre prima essi dipendevano l'uno dall'altro. L'astrazione... non è che l'espressione teoretica di quei rapporti materiali che li dominano"(p. 107) - cioè nella lotta contro le apparenze occorre chiarire nuovamente che il "nemico" è un'entità astratta: il capitale, è dunque contro il sistema della dipendenza materiale e contro la reificazione delle relazioni sociali che il proletariato deve battersi; "la fede nell'eternità di queste idee, cioè di quei rapporti di dipendenza materiali, viene naturalmente consolidata, nutrita, inculcata in ogni modo dalle classi dominanti"(p. 108) - occorre quindi svolgere un lavoro contestativo non solo sul piano sociale e politico ma anche culturale: occorre una resistenza a 360 gradi.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 26/04/2015