parte prima - parte seconda

Nel libro del Genesi la colpa originaria dell'uomo, quella in
forza della quale egli ha potuto abbandonare il comunismo primitivo e
lanciarsi nell'avventura delle società divise in classi antagonistiche, non
sta nell'aver voluto acquisire la conoscenza, poiché l'innocenza dell'uomo
primitivo non era legata all'ignoranza più di quanto non lo sia oggi.
L'unica vera ignoranza che aveva era quella sulle conseguenze ch'egli
poteva subire su di sé se in luogo del collettivismo avesse scelto
l'individualismo. Che poi una parte di conoscenza doveva averla, in quanto
non gli sarebbe stato possibile cadere nella tentazione dell'individualismo
se questa opzione esistenziale non fosse già praticata nel momento della
scelta. Il racconto del Genesi vuole rappresentare simbolicamente il
mutamento avvenuto in uno stile di vita condizionato da uno stile di vita
opposto. Ovvero il passaggio da una negatività di pochi a una di molti.
Per il resto l'ignoranza di Adamo era relativa al suo tempo
storico, e la sua innocenza era consapevole, altrimenti non ci sarebbe stata
colpa, ma solo inevitabile destino. Egli era perfettamente consapevole dei
vantaggi del collettivismo, e questo tuttavia non gli impedì di metterli in
discussione finendo con l'accettare l'individualismo.
La differenza tra ebraismo e paganesimo, nelle cosmogonie, sta proprio in
questo: che la libertà umana nell'ebraismo gioca un ruolo rilevante.
Ecco, in questo senso, se l'uomo contemporaneo accettasse consapevolmente
il collettivismo libero, lo farebbe con una consapevolezza che l'uomo
primitivo, prima di rompere col collettivismo, non poteva avere, se non
indirettamente, osservando dall'esterno le forme individualistiche di quei
soggetti che già avevano rotto con il collettivismo. Non per questo,
tuttavia, la libertà dell'uomo contemporaneo sarebbe superiore a quella
dell'uomo primitivo. Non è la consapevolezza di ciò che l'individualismo
permette di fare che di per sé rende più liberi.
Il Genesi comunque non vuole essere una lode dell'ignoranza, in
quanto sarebbe assurdo immaginare che il "frutto della conoscenza"
fosse destinato a non essere mai mangiato. L'uomo primitivo avrebbe potuto
beneficiare dei vantaggi dell'individualismo senza per questo dover rompere
con la prassi del collettivismo. L'antinomia individuo/comunità è falsa,
poiché la colpa sta proprio nell'aver voluto contrapporre l'individuo alla
comunità, cioè di "aver scelto" una valorizzazione unilaterale
dell'individuo senza passare attraverso la mediazione del collettivo. Si
badi: qui non si vuole considerare il collettivismo in maniera astratta; il
passaggio all'individualismo dipese in buona parte anche da alcuni elementi
di crisi che necessitavano d'essere risolti. La scelta a favore
dell'individualismo dipese appunto dal fatto che non si volle cercare nelle
modalità del collettivismo la soluzione delle contraddizioni che ad un
certo punto si erano sviluppate in questa formazione e che sono
intrinseche ad ogni formazione sociale.
Il Genesi comunque non ha l'intenzione di rievocare
nostalgicamente il periodo infantile e primitivo dell'umanità, poiché se
è indubbiamente un testo che guarda al passato, essendo stato scritto in un
periodo storico di crisi e di decadenza, esso ha anche un'esigenza volta
verso il futuro, com'è tipico della cultura ebraica (che, proprio per
questa ragione, è sempre stata una delle culture più avanzate della
storia). Il Genesi infatti non rappresenta tanto la rievocazione
della felicità perduta, quanto il desiderio di ritrovarla.
Dunque, la felicità è stata perduta non perché l'uomo ha acquisito la
consapevolezza del male, ma perché, nell'acquisirla, ha rotto un rapporto
di solidarietà (i credenti qui usano l'espressione "comunione con dio").
L'uomo primitivo si è cioè staccato dalla comunità d'origine in modo
arbitrario, affermando un potere personale, individuale (acquisito, in
questo caso, attraverso la violazione di un divieto), contro le consuetudini
vigenti nell'ambito della comunità. La contrapposizione quindi non è tra
ignoranza e conoscenza, ma tra solidarietà e arbitrio, tra collettivismo e
individualismo. E il divieto era appunto relativo alla pericolosità di un
certo modo di vivere l'individualismo, anche se proprio la sua presenza
"giuridica" era già indice di una tentazione o di una debolezza interna al
collettivo.
Certo, si può qui obiettare che la consapevolezza piena del male non avrebbe
potuto essere acquisita se l'uomo non ne avesse fatto diretta esperienza. In tal
senso la minaccia del castigo della "morte" poteva essere colta
dall'uomo collettivista solo nel suo significato simbolico, come qualcosa di
"terribile" che gli sarebbe potuto accadere se avesse scelto la
strada dell'individualismo.
Tuttavia, l'uomo collettivista non aveva bisogno di vivere l'esperienza
dell'arbitrio per comprendere la differenza tra il bene e il male. Questa
differenza già la conosceva, altrimenti non ci sarebbe stata neppure la
tentazione di trasgredire il divieto. E, in un certo senso, egli conosceva
anche gli effetti della trasgressione, benché non su di sé come entità
collettiva. L'uomo può vedere al di fuori di sé gli effetti del male senza
per questo doverlo compiere.
Non si può sostenere che il divieto non avesse alcun senso in quanto la
consapevolezza della sua gravità l'uomo avrebbe potuto capirla solo dopo averlo
trasgredito. Doveva già esistere una consapevolezza della colpa, solo che questa
colpa era stata compiuta da soggetti esterni alla comunità o che dalla comunità
erano già usciti. E lo stile di vita che questa colpa aveva generato costituiva
una tentazione per quel collettivo che ancora non l'aveva compiuta.
L'albero della vita, cioè del bene, e l'albero della conoscenza del bene e
del male potevano tranquillamente coesistere nel medesimo giardino. Si trattava
soltanto di non cedere alla tentazione di stabilire autonomamente, senza la
mediazione del collettivo, la differenza tra bene e male.
Sarebbe comunque sbagliato sostenere che la trasgressione, essendo già
presente in qualche modo l'individualismo, fosse inevitabile. Il racconto
vuole appunto dimostrare che, pur in presenza del "serpente", si
trattò di compiere una libera scelta, cioè una scelta che avrebbe potuto
essere evitata. Se non ci fosse stata la libertà di scegliere, cioè di
assumersi una responsabilità personale, l'uomo non
avrebbe potuto pentirsi della scelta compiuta, poiché non l'avrebbe colta
col senso di colpa.
Indubbiamente, la necessità del "divieto" attesta di per sé
la presenza di una crisi all'interno della comunità: la perdita di una
credibilità; una crisi però non così vasta e profonda da determinare il
passaggio inevitabile all'individualismo. Il divieto è sempre una soluzione
transitoria, in attesa che maturi una responsabilità personale.
Probabilmente la soluzione individualistica, scelta al principio da un
ristretto numero di persone, stava cominciando a radicarsi, a trovare sempre
più seguaci. Finché tuttavia rimase patrimonio di una minoranza il dramma
fu scongiurato. Il Genesi racconta proprio i due atti di questo
dramma: il prima della minoranza e il dopo della maggioranza.
Prima del divieto la crisi della comunità si era manifestata in altri
due modi:
1) il bisogno da parte dell'uomo di un rapporto più stretto con
gli animali, ovvero il bisogno di determinare la propria identità dando
un'identità specifica a quella degli animali (si può forse qui intravedere
la volontà di addomesticare gli animali per un profitto o un potere
personale);
2) il superamento di questo rapporto strumentale non col
recupero della dimensione collettivistica, ma con la valorizzazione di un
elemento del collettivo: la donna, ovvero col bisogno di accentuare il
rapporto personale-privato su quello collettivo-sociale. In questo senso, il
racconto che pone la creazione della donna dopo quella dell'uomo è più
interessante dell'altro, poiché fa capire la dinamica di uno sviluppo
progressivo.
[Adamo avverte, ad un certo punto, il bisogno di dare un nome agli
animali perché si sentiva solo. Cioè il bisogno di dare un nome (un
significato alle cose) partiva da una perdita d'identità. Le cose, per
lui, non erano più significative come prima. Il linguaggio è stato dunque
il frutto di una debolezza ontologica (vissuta anzitutto a livello
individuale). E l'uomo ne era consapevole, poiché il rapporto con gli
animali non è appagante. Solo il rapporto con Eva libera, temporaneamente,
Adamo dall'angoscia esistenziale e dall'illusione di aver trovato il senso
nelle cose mediante il linguaggio.]
La crisi della comunità ha origine all'interno della comunità stessa,
per motivi che solo con la libertà umana si possono spiegare. Quando gli
uomini hanno cominciato a cercare delle soluzioni individualistiche ai loro
problemi di "senso", essi hanno finito per accettare anche quelle esterne
alla comunità.
Continuamente, nella storia dell'umanità, si ripropone il problema di
come conciliare in modo adeguato l'individuo e la comunità. Spesso le
soluzioni che si danno a questo problema propendono per un eccesso o per un
altro: vivere maggiore collettivismo con minor autonomia personale, oppure,
al contrario, vivere maggiore autonomia con minor collettivismo.
L'obiettivo della scienza è correlato a questo problema: è preferibile
un socialismo con una scienza circoscritta, controllata, oppure è meglio un
individualismo con una scienza illimitata, senza controlli? Nel socialismo
la scienza dovrebbe essere acquisita gradualmente, rispettando i tempi di
crescita dell'intera collettività. Nell'individualismo invece questa
preoccupazione non esiste, per cui i guasti, gli errori che si compiono sono
innumerevoli e sempre proporzionati al grado di consapevolezza acquisito.
Il "peccato" dell'uomo non è stato tanto quello di voler
diventare "come dio", quanto piuttosto di diventarlo contro
l'umanità stessa dell'uomo, cioè contro il suo simile e, in fondo, contro
se stesso. E' stato quello di non aver voluto rispettare alcuna legge
obiettiva, alcuna necessità naturale e sociale, di aver voluto trasgredire
un divieto contro la volontà della comunità. E' stato quello di aver
voluto porre una
pretesa, una libertà, senza averne la responsabilità adeguata; quello di
diventare "come dio" prima del momento necessario, che solo la
storia può decidere. La storia dell'uomo "arbitrario" è stata un
continuo tentativo di cancellare le tracce dell'esperienza comunitaria
primitiva, e nel contempo un continuo tentativo di riprodurre
quell'esperienza in modo conforme alle mutate esigenze e modalità
storico-sociali.
ANALISI DELLA "CADUTA"
L'albero della vita rappresenta, in un certo senso, il comunismo
primitivo; l'albero della conoscenza è la possibilità dell'individualismo,
che è sempre presente, anche nel comunismo primitivo. Nell'innocenza si è
liberi, anche se non si è in grado di stabilire con esattezza (per
inesperienza) dove sta il bene e dove il male, in quanto ancora non si
conosce a fondo il male dell'individualismo. Si sa soltanto che esiste una
comunione da rispettare. (Da notare che una conoscenza approfondita del
male, frutto di un'esperienza molto negativa, inevitabilmente riduce la
percezione del valore del bene).
La mela forse può rappresentare il tentativo di attribuire un inedito primato
all'agricoltura (ai frutti della terra ottenuti autonomamente) e quindi
necessariamente a una qualche forma di proprietà esclusiva, rispetto a quella
comune, o rispetto alla raccolta libera dei frutti e anche rispetto
all'allevamento (rapporto di Adamo con gli animali), in cui si escludeva a
priori la suddetta proprietà.
La donna sarebbe dunque il simbolo della parte debole che nella comunità
d'origine scopre l'importanza economica dell'agricoltura, e che cerca in una
parte forte della medesima comunità l'appoggio politico per rivendicare un
diritto esclusivo.
La risposta della donna al serpente (che rappresenta la giustificazione
della tentazione dell'individualismo) testimonia della presenza di una certa
consapevolezza della differenza tra il bene e il male: Eva sa da un lato che
non di "tutti" ma solo di "un albero" non debbono
mangiare i frutti, e dall'altro sa che se trasgrediscono il divieto andranno
incontro a una grave punizione, quella di essere espulsi dalla comunità.
Se il vero "peccato" è quello ch'esiste nella consapevolezza
di farlo, allora questo significa che la scelta dell'individualismo era già
stata fatta, e la presenza del serpente stava lì a testimoniarlo. Solo che
quella scelta ancora non era dominante, non aveva ancora avuto la forza
d'imporsi sulla vita collettivistica. Ciò di cui Eva non ha coscienza sono
le conseguenze della trasgressione su di sé.
Il "male" rappresentato dal serpente è sempre una forma di
astuzia che inganna l'innocenza, la buona fede. In particolare, l'astuzia
deve servirsi di una norma morale positiva, reinterpretandola negativamente.
Per il serpente "tutti gli alberi non dovevano essere mangiati".
La donna s'accorge della falsità della domanda e la corregge precisando il
vero obbligo, come prima si è detto.
Il serpente reagisce in due modi: 1) esclude la necessità della
punizione ("non morirete affatto"), 2) chiarisce, a suo modo, il
motivo del divieto ("dio non vuole che diventiate come lui, conoscitore
del bene e del male"). In pratica esso mira a porre in contrasto le
esigenze del collettivo con quelle dell'individuo, cioè l'oggettività dei
fatti con la libera volontà degli uomini. Il divieto -fa capire il
serpente- è funzionale a una gestione della comunità contraria agli
interessi dei singoli individui. La comunità va superata perché opprime
l'uomo. Il serpente (cioè la coscienza individualistica dell'uomo) ha
dovuto affermare una menzogna credibile, che avesse la parvenza della
verità.
Va detto, tuttavia, che se una parte (minoritaria) della comunità,
separandosi da questa, aveva imparato a conoscere la differenza tra il bene
del collettivismo e il male dell'individualismo, ciò significa che la
rottura di Adamo non rappresenta tanto gli inizi delle società
antagonistiche, quanto la loro piena affermazione, in netto contrasto con le
dinamiche sociali delle società collettivistiche primitive (non
dimentichiamo che la stesura del Genesi risale al VI sec. a.C.).
Che la comunità fosse in crisi è attestato da due aspetti: 1) la
perdita d'identità dell'uomo e 2) la presenza del divieto.
Nel testo l'importanza attribuita alla donna, quale entità singola,
emerge nel momento in cui comincia a declinare quella dell'uomo collettivo,
il quale, per ritrovare la propria identità o verità di sé (che si era
indebolita), si era, prima ancora di valorizzare la donna singola, messo in
relazione col mondo animale, fallendo nel tentativo: è sintomatico che
l'uomo dia un nome agli animali nel momento in cui perde la propria
identità. E' altresì evidente, nel racconto mitico, che è la donna ad
aiutare l'uomo, sul piano privato-personale, a ritrovarla, anche se
tale ritrovamento non impedirà all'uomo di scegliere l'individualismo. Anzi
è proprio il rapporto con la donna, vissuto in maniera unilaterale,
esclusiva, che porta l'uomo ad accettare meglio la via dell'individualismo
(la famiglia vissuta come forma di esclusione dal collettivo). La donna,
come prima gli animali, è soggetta a una strumentalizzazione da parte
dell'uomo ogni volta che l'uomo la considera in antitesi all'interesse della
comunità.
Il divieto avrebbe lo stesso scopo della donna, ma sul piano sociale:
esso serve per rinsaldare un uomo in crisi, che si angoscia a causa delle
possibilità che la sua libertà gli offre; esso, in maniera formale, non
sostanziale, ha lo scopo di farlo sentire più unito alla comunità. Il
"peccato" non sta nella debolezza esistenziale, poiché la
debolezza è parte costitutiva dell'identità umana, che non può percepire
o vivere il senso delle cose con un'intensità sempre uguale, ma sta proprio
nel fare di questa debolezza un motivo di orgoglio o, al contrario, di
disperazione, tale per cui ad un certo punto scatta il meccanismo della
estraniazione.
Nel rispetto del divieto l'uomo può nuovamente rendersi conto delle
proprie capacità o responsabilità, riacquistare fiducia nel proprio ruolo,
sentirsi più realizzato, almeno finché non avrà interiorizzato il bene,
rendendo inutile il divieto. L'uomo pone un limite alla sua responsabilità
personale solo quando s'accorge che le possibilità di modificare
arbitrariamente una consuetudine esistente da tempo sono ad un certo punto
diventate troppo grandi: è così che subentra la rassegnazione,
l'avvilimento, ma anche appunto la tentazione della trasgressione.
E' in questo contesto d'incertezza, di precarietà morale, di sfida alle
istituzioni che avviene l'abbandono del comunismo primitivo. Per compiere la
rottura, l'uomo ha dovuto darsi delle giustificazioni soggettive, che nella
fattispecie sono di tre tipi, in ordine d'importanza. L'albero della scienza
era: 1) "buono" (il piacere fisico), 2) "bello"
(il piacere estetico), 3) "desiderabile" (il piacere intellettuale).
L'ultimo "piacere" è quello che fa scattare, in definitiva, la
trasgressione: l'uomo potrà acquisire la libertà attraverso il potere di
decidere, autonomamente, senza la mediazione collettiva, ciò che è bene e
ciò che è male. Qui sta una delle più profonde illusioni delle società
divise in classi, quella cioè di ritenere che la libertà non è tanto l'esperienza
sociale del "bene", quanto la possibilità individuale di
scegliere tra il bene e il male. Una delle grandi differenze tra il
comunismo primitivo e la società divisa in classi sta propria nella pretesa
di voler considerare la libertà individuale superiore alla vita
sociale, o meglio: quella di far coincidere conoscenza del bene e del
male ed esperienza del bene dal punto di vista della conoscenza, cioè di
far coincidere arbitrio e libertà a partire dall'arbitrio.
Viceversa, il testo documenta che con la trasgressione l'uomo non si
rende conto della propria libertà (che ha già perso), ma delle conseguenze
del proprio arbitrio. Egli infatti perde l'innocenza e acquista la colpa, di
cui si angoscia. Si badi, non diventa colpevole per aver acquisito la
scienza del bene e del male, ma per averla acquisita in modo arbitrario. La
colpa non sta tanto nel "sapere" quanto nel "volere
arbitrario".
La vita, in realtà, è superiore alla conoscenza, tant'è che
nell'innocenza l'ignoranza del male non era avvertita come un peso. La
contraddizione di Adamo non stava tra la realtà del divieto e la
possibilità della trasgressione, non stava tra innocenza e ignoranza, ma
stava nella consapevolezza di non riuscire più a identificarsi totalmente
con la comunità, stava nella perdita progressiva dell'identità, cui non
riusciva ad opporre una vera forza morale.
Oggi, il compito, estremamente difficile, dell'uomo è diventato proprio
questo: tornare a vivere il bene del comunismo primitivo nella
consapevolezza dei limiti dell'individualismo.
Tuttavia, la vera colpa d'origine non sta solo nella trasgressione ma
anche e soprattutto nel rifiuto del pentimento. Dal primo gesto al
secondo vi sarà stato senz'altro un periodo di tempo sufficiente per
recuperare l'identità originaria.
Che tale identità potesse ancora essere recuperata è indicato dalla
presenza del giudizio. Nella colpa, infatti, l'uomo può rifiutare il
pentimento ma non può sfuggire al giudizio. Nel rifiuto del pentimento il
senso di colpa aumenta all'aumentare del giudizio. Non solo l'uomo non può
nascondersi, ma neppure mentire: l'uomo cioè si "nasconde" non
perché si sente "nudo", ma perché avverte la propria
"nudità" con colpevolezza, in quanto si sente un estraneo
rispetto alla comunità innocente. Il rifiuto del pentimento è appunto
indicato dal triplice tentativo di sottrarsi al giudizio, per attenuare il
senso di colpa:
1) nascondendosi (fisicamente), poiché ci si vergogna della propria
sessualità, vissuta non più liberamente ma per affermare una identità
personale, prevalentemente fisica);
2) scaricando la responsabilità sulla parte "debole" della
comunità (rappresentata da Eva): qui l'uomo attribuisce all'individualismo
femminile la causa della propria rottura col collettivo, come se la donna
l'avesse indotto ad anteporre al rapporto con la comunità il rapporto di
coppia;
3) scaricando la responsabilità su una "causa esterna" (il
serpente), cioè l'individualismo già in atto al di fuori della
comunità. (1)
Ora, tornando al peccato d'origine, va detto che le sue conseguenze sono
state esattamente corrispondenti alla natura delle tre tentazioni:
1) la nudità sentita come vergogna fa da contrappasso al piacere della
carne;
2) la morte sentita come paura va messa in relazione al piacere degli
occhi, alla percezione di sé come persona;
3) la coscienza sentita come colpa va messa in relazione al piacere della
mente.
Si può in un certo senso affermare che esiste qui una progressione delle
forme narcisistiche della vita individualistica: quella elementare relativa
al culto del proprio fisico, quella più sofisticata relativa al culto
dell'immagine di sé come persona, e infine quella più elevata di tutte: il
culto dell'idea in sé, elaborata con la propria mente. Si passa dal
concreto all'astratto.
1) La nudità sentita come vergogna lega il sesso alla colpa, cioè dalla
primordiale inimicizia tra singolo e comunità si passerà, nell'ambito
dell'individualismo e a livello personale, all'inimicizia tra psiche e soma,
tra coscienza e istinto, che troverà un riflesso concreto nell'inimicizia
tra uomo e donna.
Il senso di estraneità del singolo nei riguardi del collettivo porterà
ad avvertire la nudità in maniera innaturale: essa diventa occasione di
possesso egoistico del corpo. Il corpo cioè appare come un oggetto, come
una proprietà personale per il soddisfacimento sessuale. L'identità non
viene più ricercata nell'esperienza del collettivo, in cui tutto era
"naturale": nudità, sessualità, ecc., ma nel rapporto fisico di
coppia.
2) L'angoscia della morte, o meglio, la morte avvertita come paura è la
conseguenza della debolezza fisica di chi è uscito dal collettivo. Alla
paura della morte si cerca di porre come rimedio esclusivo la procreazione.
La donna comincia ad essere vista in maniera strumentale, come oggetto della
riproduzione fisica. Viceversa, nella comunità primitiva la donna era
anzitutto vista come "compagna" ("osso delle mie ossa e carne
della mia carne") e se alla sua funzione procreativa si attribuiva un
valore significativo, ciò avveniva nella consapevolezza che i figli
appartenessero alla comunità in generale, non alla coppia né alla stessa
donna. Nella comunità d'origine non c'era ancora il bisogno di
salvaguardare la specie o di lasciare un'eredità o di trasmettere i poteri
ai propri discendenti. L'amore tra uomo e donna precedeva nettamente il
bisogno di procreare e la morte era avvertita come un fenomeno del tutto
naturale.
3) Il senso di colpa avvertito nella coscienza non si trasmette
geneticamente. Si ereditano piuttosto le conseguenze della colpa. Oggi, ad
es., le comunità primitive, che non conoscono il senso del peccato,
subiscono ancora le sue conseguenze, poiché tutta l'umanità si è
unificata sotto il capitalismo. Ciò peraltro pone il problema di come far
uscire tutta l'umanità da questa moderna schiavitù, riportandola allo
spirito collettivistico originario.
A queste conseguenze, che colpiscono l'essere umano dall'interno,
l'autore del Genesi ne aggiunge altre due, che lo colpiscono
dall'esterno:
1) il lavoro è sentito come condanna, perché ora l'uomo si
sente solo nel suo rapporto con la natura, sentendosi "nemico" del
suo simile. Non è più la comunità intera che provvede alla sussistenza di
tutti i suoi membri;
2) la procreazione sentita come dolore, ovvero la
soggezione della donna nei confronti dell'uomo, ivi inclusa la difficoltà
di sopportare condizioni socio-ambientali sfavorevoli. Oggi in fondo la
contraccezione, che separa meccanicamente l'amore dalla procreazione (ed
eventualmente anche il sesso dall'amore), rappresenta anche un modo,
artificiale, di recuperare la naturalezza dei rapporti primitivi, in cui la
procreazione non era avvertita come un peso della coppia, ma come un aspetto
imprescindibile della comunità, di cui tutta la comunità era responsabile.
Nella donna la contraddizione assume un connotato particolare. Essa si
sente attratta e respinta dalla forza dell'uomo: attratta, perché la
protegge; respinta, perché vede l'uomo come un nemico che la vuole
opprimere. Nella coscienza della donna si riflette l'antagonismo vissuto a
livello sociale: essa ha bisogno della protezione di un singolo contro le
minacce di altri singoli, ma il singolo che la protegge spesso non è molto
diverso dai singoli che la minacciano. Ciò che qui manca è la comunità,
che garantisce protezione a se stessa, senza fare differenze fra chi
"deve proteggere" e chi "deve essere protetto".
(1) Successivamente alla caduta adamitica, il concetto di "alleanza" tra uomo e dio
altro non sarebbe servito che a recuperare, in forma religiosa o simbolica,
quel rapporto concreto di fratellanza che esisteva nella società primitiva
e che nella nuova società antagonistica (rappresentata dal mito di Caino e
Abele) veniva messo seriamente in discussione. Già dalla semplice domanda
che Caino rivolge a Jahvé: "Son forse io il custode di mio fratello?"(Gn 4,9),
si può cogliere quanto il racconto di Caino e Abele rifletta un'epoca in cui
comincia a imporsi l'individualismo, ovvero l'antagonismo sociale. Infatti, nel
comunismo primordiale sarebbe parso del tutto naturale che all'interno della
tribù tutti avvertissero la responsabilità del comportamento altrui.
In particolare la rivalità tra i due fratelli (che forse anticipa anche quella
tra primogenito e secondogenito) esprime quella tra due forme socioeconomiche di
esistenza materiale: agricola e pastorale, che tendono progressivamente a
specializzarsi, a separarsi, a rivendicare una diversa autonomia. Il fatto che
Jahvé preferisca i sacrifici dell'allevatore Abele, deve farci pensare che
questa classe sociale fosse in ascesa, mentre l'altra svolgeva un ruolo
tradizionale consolidato. I coltivatori detenevano il monopolio della terra o
comunque volevano ampliare i loro possedimenti per affrontare meglio le crisi e
non sopportavano di doverla dividere con gli allevatori. S'imposero ad un certo
punto le recinzioni, le prime forme di proprietà privata, mentre gli allevatori,
costretti ai continui spostamenti delle mandrie, avevano invece bisogno di
terreni pubblici, aperti a tutti. Caino rappresenta quella parte di comunità che
vuole privatizzare la terra e che vuole fare della propria stanzialità un
privilegio sociale, mentre Abele rappresenta la comunità nomade dedita
all'allevamento.
Poiché gli allevatori erano economicamente più deboli degli agricoltori, fu
proprio in loro che si sviluppò una concezione religiosa più spiritualistica,
con cui cercare i favori dei capi-tribù, e che prevedeva il sacrificio degli
animali, mentre quella di Caino restava di tipo naturalistico: l'offerta di cibi
della terra. Il racconto dà per scontato che la religione già esistesse, essendo
essa il frutto del peccato originale. Quindi al tempo di Caino e Abele la
società era già impostata in modo patriarcale o comunque stava evolvendo in
questa direzione. Agricoltori e allevatori facevano parte di un unico
collettivo, dove però vigeva la differenziazione dei ruoli economici:
l'ingrandirsi progressivo di quello degli allevatori, che evidentemente traevano
maggiori guadagni che non lavorando la terra o che all'allevamento venivano
sempre più costretti a causa di un'insufficiente risorsa agricola, venne ad un
certo punto a confliggere con gli interessi degli agricoltori.
Il capo-villaggio (patriarca), che aveva bisogno di veder aumentare il senso
religioso, con cui cercare, illusoriamente, di ricomporre i conflitti sociali,
preferisce cercare un'alleanza con la classe emergente, per ridurre il potere di
quella consolidata, mostrando la maggiore eticità di chi offre di più pur avendo
meno, e in maniera particolare esalta un'offerta votiva rivolta non alla terra
ma a un'entità astratta, che somigli di più non a una "madre" ma a un "padre", a
un "padre-padrone", cioè in sostanza a lui stesso. Il patriarca ha saputo
approfittare di un delitto per aumentare il proprio potere.
Caino diventò assassino perché cercò una giustizia personale a una
contraddizione sociale. Non voleva rassegnarsi a cedere parte del proprio potere
monopolista. E il patriarca ebbe buon gioco nel cacciarlo dal villaggio per non
far scoppiare una guerra intestina tra agricoltori e allevatori. Impedì a
chiunque di ucciderlo, anche per scongiurare che la proprietà privata prendesse
decisamente il sopravvento su quella collettiva, ma Caino, non potendo svolgere
più il mestiere dell'agricoltore, divenne "costruttore di città"(Gn 4,17), dove
l'individualismo e la proprietà privata avrebbero trovato ben ampie possibilità
di realizzazione.
Dialogo a distanza