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PLATONE (428-27/347)

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BIOGRAFIA

  • Platone nasce ad Atene intorno al 428 a.C. da una delle più autorevoli famiglie aristocratiche.
  • Il suo vero nome è Aristocle: il nomignolo di "Platone" gli era stato dato dal suo maestro di ginnastica, a motivo dell'ampiezza delle spalle.
  • All'inizio era un seguace di Cratilo, discepolo di Eraclito, ma verso i vent'anni diventa discepolo di Socrate e lo sarà per circa un decennio: il motivo era quello di prepararsi all'attività politica.
  • La prima esperienza politica fu molto deludente, quella dei 30 Tiranni (404), in cui militavano due suoi parenti: Carmide e Crizia, che lo disgustarono per l'uso di metodi violenti.
  • La seconda esperienza fu addirittura tragica: l'esecuzione capitale del suo maestro Socrate (399), da parte, questa volta, dei democratici subentrati ai tiranni filo-spartani.
  • Dopo la morte di Socrate si trasferisce a Megara, presso la scuola di Euclide, anch'egli discepolo di Socrate, temendo persecuzioni anche contro di sé.
  • Nel 388 vuole conoscere nella Magna Grecia la comunità dei pitagorici e cerca di realizzare a Taranto, senza successo, un progetto di polis democratica. Viene però chiamato a Siracusa dal tiranno Dionigi I, per intercessione del discepolo Dione, ma il sovrano, dopo poco tempo, rifiuta di avere il filosofo alla sua corte, ritenendo il suo progetto politico irrealizzabile.
  • Nel viaggio di ritorno verso Atene è costretto a sbarcare a Egina, in guerra contro Atene, e qui, dopo essere stato trattenuto come schiavo, viene riscattato da un certo Anniceride di Cirene. Pare che il denaro del riscatto sia stato rifiutato quando si seppe chi era Platone e che sia servito alla fondazione dell'Accademia filosofica di Atene (387), un istituto di educazione superiore, primo del genere nella storia della Grecia.
  • L'Accademia non era altro che un ginnasio situato nel parco dedicato all'eroe Accademo. Il Menone è il primo proclama della nuova scuola, il cui modello era quello delle scuole pitagoriche: infatti dal punto di vista giuridico essa figurava come un'associazione religiosa dedicata al culto delle Muse. Caratteristiche dell'Accademia erano la vita in comune che vi conducevano maestri e discepoli, l'accordo su un progetto di riforma etico-politica della società e la convinzione che questo progetto dovesse essere basato su un sapere filosofico-scientifico.
  • Alla morte del tiranno Dionigi I, il figlio e successore Dionigi II lo chiama di nuovo a Siracusa (367), sempre attraverso la mediazione di Dione, ma anche questa volta deve ritornare ad Atene, perché il sovrano non ha intenzione di ascoltarlo (lo stesso Dione verrà esiliato).
  • A Siracusa torna per la terza volta nel 361, chiamato di nuovo da Dionigi II, ma dopo poco tempo il sovrano si indispettisce e lo minaccia di morte. Platone viene salvato dal pitagorico Archita di Taranto, che lo fa tornare ad Atene. Dione invece prese il potere a Siracusa nel 357, ma venne ucciso quattro anni dopo.
  • Ad Atene Platone tenne la direzione dell'Accademia dal 360 al 347, anno della sua morte e dell'occupazione della città di Olinto da parte di Filippo II, che segnerà l'inizio della travolgente ascesa dei Macedoni in Grecia, verso cui Platone non aveva nutrito alcuna fiducia.

GLI SCRITTI PLATONICI

  • Platone è il primo filosofo dell'antichità di cui ci siano pervenute tutte le opere. Abbiamo un'Apologia di Socrate, 34 Dialoghi e 13 Lettere. L'Apologia viene presentata come la ricostruzione del discorso tenuto da Socrate a propria difesa durante il processo.
  • Oggi la suddivisione viene fatta sulla base di tre ripartizioni:
    a) scritti giovanili o "socratici" (dal 395 al 387 circa): dall'Apologia sino al Protagora;
    b) scritti della maturità (dal 387 al 367): dal Menone sino al Fedro;
    c) scritti della vecchiaia: dal Parmenide sino alle Leggi (ultima sua opera, rimasta incompiuta per la morte di Platone), ivi incluse le Lettere (di quest'ultime la più importante e forse l'unica davvero autentica è la VII, che delinea la biografia di Platone).
  • La critica ha considerato spuri (non scritti da Platone) cinque dialoghi (Alcibiade I, Alcibiade II, Amanti, Teage e Minosse) e su altri cinque nutre forti dubbi.
  • Oltre a questi testi vi sono dei corsi accademici dedicati al tema del Bene, che Platone non volle mettere per iscritto, ritenendo che la conoscenza di un argomento del genere non poteva essere comunicata se non attraverso un dialogo tra le persone. Tuttavia, alcuni suoi discepoli misero per iscritto quelle lezioni.
  • La forma letteraria usata per i suoi testi è quella dialogica, in omaggio al filosofare di Socrate, che è anche protagonista assoluto dei dialoghi. E' un genere nuovo per la filosofia. Platone voleva dimostrare che la vera filosofia è una costante ricerca personale basata sul confronto con le opinioni altrui.
  • Un'altra caratteristica fondamentale della filosofia platonica è l'uso del mito per spiegare i concetti più difficili. Il mito ha una funzione allegorica e pedagogica, soprattutto quando si discute sul destino dell'anima dopo la morte. I miti vengono spesso inventati dallo stesso Platone, il più famoso dei quali è quello della caverna.

IL CASO SOCRATE

Platone si sentì, sino alla fine dei suoi giorni, indirettamente responsabile della morte di Socrate (come l'apostolo Giovanni nei confronti di Cristo), poiché Socrate fu ucciso da quella democrazia politica per la quale il giovane Platone si era tanto battuto.

Dopo la morte di Socrate, Platone maturò lentamente la convinzione che il primato doveva spettare non alla politica bensì alla filosofia. In sostanza egli arrivò a credere che la democrazia politica aveva ucciso Socrate perché filosoficamente immatura. Per cui, in attesa di conseguire tale maturità, la politica - secondo Platone - era meglio che restasse patrimonio di pochi eletti.

IL TOTALITARISMO DI PLATONE

Se c'è un testo "totalitarista" nel corpus platonico, è senza dubbio il Critone, e non poteva essere diversamente, poiché, dovendo giustificare in qualche modo l'inevitabilità della morte di Socrate, Platone aveva bisogno di esprimere il proprio assoluto idealismo, che è formalistico e appunto "totalitario".

Nel Critone (uno dei dialoghi che riguardano più da vicino la morte di Socrate) la necessità di morire è vista sul piano dell'idealismo oggettivo: Socrate doveva morire non tanto perché così vuole il "dio", quanto perché così vogliono le "leggi". La religione greca non era sufficientemente idealistica per giustificare una morte come quella di Socrate. Il mondo greco non aveva della divinità una concezione così personalistica come quella ebraico-cristiana, così interiore e vincolante da porre in secondo piano anche il valore delle leggi umane.

Nessuno nel mondo greco avrebbe mai pensato di appellarsi alla propria religione per disobbedire a un governo ingiusto o a delle leggi ingiuste. Le leggi possono essere ingiuste ma non fino al punto da dover ricorrere a mezzi e strumenti che non siano legali per modificarle.

Vien detto infatti nel Critone che si possono adoperare "le vie della persuasione" se in qualche cosa il governo sbaglia (XIII). E' evidente quindi che argomenti persuasivi non potevano essere considerati quelli della religione, che era oggetto di fede e non di ragione.

Viceversa, il cristianesimo si sentiva indotto ad appellarsi alla religione quando riteneva il civile un luogo non democratico. Il concetto politico di separazione tra Stato e Chiesa è stato inventato dal cristianesimo, anche se poi sarà proprio il cristianesimo a rinnegarlo quando, con Teodosio, andrà al potere.

Nel mondo greco si poteva usare la religione come "oppio" per cercare di sopportare meglio la durezza del regime schiavistico, ma quando ciò avveniva non si faceva mai della religione uno strumento di lotta politica.

Platone dice chiaramente che sono le leggi a delegare le funzioni legislative, esecutive e giudiziarie al governo della polis, e le leggi vanno applicate anche se, soggettivamente, si è convinti che un certo modo di applicarle sia sbagliato.

Lo stesso ragionamento lo si farà nei Vangeli: Pilato, Caifa, i sommi sacerdoti... altri non sono stati che strumenti inconsapevoli della volontà di dio, diranno i cristiani, sostituendo la "divinità delle leggi".

Nell'Apologia però la necessità di morire era stata vista sul piano dell'idealismo soggettivo: Socrate decide quasi di suicidarsi. Nel Fedone si dà la spiegazione mistico-religiosa di tale decisione personale: quella rivelata solo ai discepoli più stretti. Viceversa l'Eutifrone introduce un discorso, quello religioso, che è estraneo sia all'Apologia che al Critone, e che solo nel Fedone verrà più compiutamente elaborato.

L'Apologia, in un certo senso, offre il terreno su cui s'andranno a innestare gli altri Dialoghi, così come nei Vangeli tutto ruota attorno ai racconti della Passione. Chiarite le questioni di fondo, delineati i contorni delle figure principali del quadro, i dettagli possono essere elaborati con più calma in un secondo momento. Ciò di cui bisogna essere sicuri è che non vi siano macroscopiche sfasature tra l'essenziale e l'accessorio.

L'Apologia è stata scritta prima o dopo del Critone? Cosa viene più naturale quando si tratta di manipolare la realtà: darsi delle motivazioni oggettive, metafisiche, assolutamente astratte, oppure darsi delle motivazioni psicologiche, inconsce, mistico-religiose? Se questa manipolazione è analoga a quella compiuta nei Vangeli, allora il Critone è stato scritto dopo, come il Vangelo di Giovanni rispetto ai Sinottici.

L'IDEALISMO PLATONICO

I

Platone, in fondo, è stato vittima di un terribile equivoco, quello di credere che il materialismo naturalistico a lui precedente fosse privo di eticità o di idealità. Anche oggi la cultura borghese sostiene che il materialismo storico-dialettico non abbia una morale umanistica o non creda nei valori umani.

In effetti, è vero che il materialismo non crede in una morale eternamente valida, che provenga da un'idea metafisica di "bene", ma è anche vero che proprio per questa ragione il materialismo rappresenta l'unica ideologia capace di legare la "morale" alla "storia", cioè alla concretezza dei fatti sociali, culturali e politici che accadono nel presente. Questo è il presupposto fondamentale per non giudicare in maniera arbitraria i fatti del presente. Se il presupposto non trova conferma nel prosieguo del giudizio, ciò può dipendere da due fattori: o si è ricaduti nel dogmatismo, oppure l'interesse è più forte della verità. In ogni caso, applicare a qualunque periodo storico una medesima concezione del "bene" significa misconoscere non solo il presente ma anche il passato, mettendo una grave ipoteca sul futuro.

Gli uomini possono avere delle idee in virtù delle quali costruire la storia del loro tempo (anche Platone cercò di farlo), ma la verità delle idee va misurata sulla base della loro applicazione concreta, fattiva. E' per questo motivo che le idee sono in perenne mutamento. Limitarsi ad "aggiustare" idee tradizionali sotto la spinta dei mutamenti storici, significa assumere posizioni conservatrici. Pretendere inoltre un'eternità delle proprie idee, nonostante il fluire del tempo, significa porsi al di fuori della storia. Gli uomini devono non solo avere il coraggio di cambiare le loro concezioni di vita, quando si accorgono della loro inconsistenza, ma devono anche convincersi che la pienezza della loro "storicità" sta nella pienezza della loro "temporalità".

In questo senso il materialismo naturalistico era servito a porre le premesse di un'impostazione metodologica corretta del problema etico. Che poi questo materialismo non sia riuscito ad elaborare delle riflessioni etiche sofisticate, ciò è dipeso dal contesto sociale in cui esso si è sviluppato. Non dobbiamo infatti dimenticare che la mancata soluzione del problema dello schiavismo è stata sfruttata dal cristianesimo in senso idealistico.

Con questo naturalmente non si vuol dire che se non ci fosse stato il cristianesimo, il materialismo storico-dialettico sarebbe nato prima. Si vuol soltanto dire che il cristianesimo ha saputo approfittare dei limiti del materialismo naturalistico (inclusi quelli dell'idealismo metafisico greco), e che se, ad un certo punto, il cristianesimo si è imposto, ciò sta a significare ch'esso aveva da proporre soluzioni più convincenti del materialismo naturalistico: tanto è vero che il materialismo storico, per potersi affermare con successo, ha dovuto tenerle in grande considerazione, ponendosi addirittura come loro erede e vero realizzatore.

In ogni caso, fino a quando sussisterà la proprietà privata, sarà impossibile al materialismo dedicarsi liberamente all'esame del lato "umano" delle cose. L'obiettivo principale del materialismo naturalistico pre-socratico era quello di superare le contraddizioni del suo tempo puntando l'attenzione sulla natura, e quindi sulla scienza e la tecnica, sulla conoscenza sensibile. Il fallimento di questo materialismo è dipeso soprattutto dal persistere della formazione sociale schiavistica.

Oggi il materialismo storico (soprattutto in quei paesi che già hanno superato i limiti del capitalismo) può dedicarsi più facilmente ad approfondire il lato "morale" delle cose, proprio perché esso ha già risolto sul piano "politico" il problema della proprietà privata. E' vero che il socialismo amministrato aveva trasformato la proprietà in un bene dello Stato e non della società (poiché equiparava arbitrariamente "proprietà statale" e "proprietà sociale"), ma è anche vero che con l'odierna perestrojka anche questo limite sta per essere superato.

Quando l'antagonismo economico tra capitale e lavoro è risolto, la società ha modo di riflettere più liberamente sul valore umano delle cose, cioè non ha più bisogno di concentrare i propri sforzi sulla lotta politica per conquistare il potere. Ma fino a quando sussiste la divisione in classi della società, qualunque definizione idealistica di "bene" o di "etica" non serve che a giustificare l'oppressione, proprio perché il governo al potere potrà sempre servirsi di quelle definizioni come meglio crede.

La chiesa, p.es., oggi parla di "diritto alla vita" in astratto, senza fare riferimento ad alcuna "esistenza" particolare. Tutti hanno "diritto alla vita" - essa dice -, anche i barboni, gli handicappati, i disoccupati, gli emarginati, i pazzi, i drogati, i feti nel grembo materno... Ma, oltre a ciò, la chiesa non si preoccupa di sapere quale tipo di "vita" vivono queste categorie sociali, né quale tipo di "vita" esse avrebbero bisogno di vivere per sentirsi umanamente realizzate. Dicendo "diritto alla vita", senza specificare il tipo o la qualità di questa vita e senza impegnarsi politicamente e socialmente per realizzarla, la chiesa e molte forze sedicenti "democratiche" danno per scontato il concetto di "vita" oggi dominante, quello appunto borghese, cioè quello per cui ha senso solo un tipo particolare di vita, quello legato al "denaro".

Per la concezione borghese ha "diritto alla vita" solo l'individuo che può "pagarsela", in proprio o per interposta persona. Per tutti gli altri individui il "diritto alla vita" è in realtà un concetto relativo, un principio facoltativo, una questione meramente soggettiva, un'opzione di cui si può beneficiare solo qualche volta, quando chi comanda elargisce elemosine per avere certi favori.

Un emarginato ha diritto alla vita solo nella misura in cui si adegua al concetto dominante di vita, cioè in due modi: o nella misura in cui supera l'emarginazione diventando borghese - il che oggi è possibile solo a condizione d'essere pronti a qualunque tipo di reato, e quindi è possibile solo a condizione di farla franca; oppure nella misura in cui l'emarginato resta tale: il che è appunto la negazione di qualunque diritto.

II

Platone ha preteso di superare il contrasto tra Parmenide ed Eraclito, ma non ha voluto sottoporre le proprie idee alla verifica storica, all'evolversi del tempo. Platone, in realtà, si è messo dalla parte di Parmenide, servendosi di Eraclito solo per i fenomeni della realtà giudicati meno rilevanti.

Platone, come tutti gli idealisti, è un conservatore, poiché non ritiene che le contraddizioni storico-sociali siano di per sé sufficienti a imporre un mutamento delle proprie idee di fondo. Le sue idee metafisiche principali non vengono toccate dalle contraddizioni sociali. Le uniche idee soggette a cambiamento sono quelle dei compromessi temporanei, quelle utili alla politica trasformistica e alla tutela del sistema dominante.

Platone, in quanto fondamentalmente pessimista, ha cercato di salvaguardare una purezza intellettuale assoluta, anche a costo di far subire alla realtà ogni genere di violenza. Lo stesso Caifa fece sacrificare il messia per difendere il suo concetto idealistico di "nazione giudaica".

Gli idealisti, pur senza volerlo, sono i peggiori nemici del genere umano. Quando il materialismo si trasforma da storico-dialettico a meccanicistico o metafisico, lì di sicuro si è introdotto, non visto, l'idealismo, procurando guai peggiori di quelli che esso potrebbe provocare se gestisse direttamente il potere e avesse il materialismo all'opposizione. Non c'è nulla di peggio, infatti, di un materialismo metafisico al potere.

Il pessimismo di Platone fu una diretta conseguenza del suo modo aristocratico di realizzare gli ideali di giustizia e libertà (l'esito, come noto, fu fallimentare). La scelta stessa di dedicarsi alla filosofia, in luogo della politica, riflette precisamente questo profondo pessimismo esistenziale, questo disprezzo per le masse.

Ogni forma di idealismo cade necessariamente nel relativismo, per poter essere coerente con se stessa. Il relativismo in sé non è negativo, ma per un idealista lo diventa necessariamente. Platone, infatti - tanto per fare un es. -, voleva l'ateismo per gli intellettuali e la religione per il popolo; oppure il socialismo da caserma per il popolo e i privilegi per i filosofi-politici; la morale per le masse e il potere per i capi militari e politici. Platone, in questo, assomiglia alquanto a Croce, Gentile, Hegel e a molti altri idealisti.

IL CONCETTO DI BELLEZZA

Il concetto di bellezza in Platone non ha alcun senso. Non può esistere l'idea del bello in sé, cui ogni cosa va rapportata per poter dire che è bella. Questo concetto di bellezza è autoritario (come lo era il realismo socialista): una volta applicato, esso produce solo una bellezza conformista, uniforme, omologata. Con ciò naturalmente non si vuol dire che la bellezza sia del tutto soggettiva, altrimenti essa sarebbe incomunicabile.

La bellezza oggettiva, in realtà, sta nell'armonia delle parti. Facciamo un esempio. Se una donna è bassa di statura ma proporzionata, è facile che risulti più bella di una donna alta e sproporzionata. Se non appare più bella, è perché la società non è stata educata a un concetto oggettivo di bellezza.

In effetti, se chi detiene il potere ritiene che le donne alte e sproporzionate siano da preferire a quelle basse e proporzionate, e se con i mass-media di cui dispone cerca continuamente di far valere il suo criterio di bellezza, è probabile che alla fine l'intera società la penserà allo stesso modo (anche se la cosa, perché riesca, presuppone un basso livello di cultura). Ma la maggioranza non è un criterio di verità, neppure quando la minoranza è numericamente insignificante.

L'importante dunque è affermare che la bellezza non può unicamente basarsi su una valutazione soggettiva (quella per cui, ad es., anche una donna brutta ma piacevole di carattere può apparire bella), né ha senso sostenere che si può creare un criterio oggettivo di bellezza attraverso un concetto astratto, metafisico, del bello in sé. Tale concetto, essendo patrimonio esclusivo del "filosofo", non è, in ultima istanza, meno soggettivo. Non è la raffinatezza del linguaggio o la difficoltà di un ragionamento logico che possono rendere più oggettivo, cioè più vero, un fenomeno, un concetto o un'idea.

E' bello ciò che è armonico, ciò che è equilibrato, proporzionato: se questo è un concetto metafisico di bellezza, è comunque un concetto "aperto", che lascia alle varie culture il compito di decidere in materia.

Dobbiamo in sostanza abituarci a relativizzare l'importanza delle singole parti, valutando le cose, le persone, i fenomeni, la realtà nella loro interezza. L'alto e il basso, presi in sé, sono concetti relativi, che non ci aiutano minimamente a dare una definizione della bellezza.

Meno che mai ci può aiutare, in questo tentativo, l'arbitrario accostamento che i mass-media fanno, per istupidire le masse, tra bellezza ed erotismo. Non è possibile considerare sicuramente bella quella donna alta e prosperosa a cui più facilmente possiamo rivolgere un desiderio sessuale. Questo concetto di bellezza non è oggettivo, ma strumentale.

E neppure può essere considerato oggettivo quel concetto di bellezza che prende in esame solo l'equilibrio dell'aspetto fisico e non anche la correlazione armonica tra aspetto fisico e psichico (o spirituale). Una donna bellissima sul piano fisico ma volgare su quello spirituale, dopo il primo impatto dei sensi, stanca terribilmente. Una donna brutta ma gentile, invece, non stanca mai.

LA RELIGIONE

La nascita della riflessione filosofica ha avuto, se non altro, questo merito nella Grecia antica: quello di contestare le tradizioni religiose e mitologiche (che pur, nei tempi migliori, avevano avuto un loro fascino -come ha ben dimostrato Nietzsche). Si può in un certo senso dire che una qualunque riflessione filosofica comporta la rinuncia alla religione, come l'uso autonomo della ragione comporta la fine dell'atteggiamento ingenuo e superstizioso della fede.

La differenza però tra l'ateismo del materialismo naturalistico degli ionici e l'ateismo dell'idealismo platonico, sta nel fatto che il primo rinunciò all'idea di dio in nome del primato della materia, mentre il secondo si limitò a trasformare l'idea di dio in un concetto che potesse servire a sostenere determinate tesi filosofiche (di qui la teoria delle idee, del bene in sé, del demiurgo...). Da questo punto di vista i materialisti naturalistici erano più onesti: non si sognarono mai di fare della religione uno strumento della filosofia. Se una cosa è intrinsecamente falsa, lo è anche negli aspetti formali ed esteriori.

Platone tuttavia fece bene a reinterpretare in chiave filosofica i miti classici (anche Freud, Horkheimer e Adorno e altri ancora l'hanno fatto), ma fece male ad attribuire alle proprie posizioni filosofiche un carattere "divino". Anche da questo si può dedurre il carattere conservatore della sua filosofia.

PLATONISMO E MATERIALISMO IONICO

Il materialismo ionico, equiparando natura e cosmo, non aveva intenzione di sottovalutare l'uomo o di misconoscerne l'importanza nell'universo. Semplicemente riteneva che le contraddizioni sociali potessero essere risolte limitandosi a osservare i fenomeni, modificandone in modo tecnico-scientifico alcuni aspetti. D'altra parte le contraddizioni non erano ancora così acute da rendere inevitabile una riflessione sull'uomo. L'ingenuità di tale materialismo consisteva appunto nel ritenere possibile una trasformazione della realtà a prescindere da una trasformazione dell'uomo.

Con Socrate e soprattutto con Platone il processo si capovolge, anche a causa del fallimento del materialismo naturalistico: la realtà può essere modificata solo se si modifica l'uomo. Ma qui l'illusione non è stata meno forte.

Platone infatti non si rivolge all'uomo sociale, alle masse (che disprezza), ma a un'astrazione, al suo concetto di uomo, cioè soprattutto ai due organi umani ritenuti più importanti: la mente e l'anima, l'una per sviluppare la conoscenza, l'altra per sviluppare la virtù.

La filosofia doveva essere lo strumento principe per conoscere la realtà, e la politica, che si avvale di essa, doveva trasformare questa realtà, ma nel platonismo il fallimento è stato totale.

LA DOTTRINA DELLE IDEE

I

La dottrina platonica delle idee rispecchia il bisogno di oggettività dell'uomo. Il torto di Platone, però, sta nell'aver preteso che dalle idee discendessero i fenomeni, cioè il loro significato. E' proprio il processo di "emanazione" dalle idee che è falso, poiché si vuol far credere ch'esistano idee oggettive, valide per tutti, mentre non si tratta altro che delle idee soggettive di un filosofo.

Le idee oggettive in realtà sono quelle che si desumono, di volta in volta, dai fenomeni. Non è però possibile stabilirne l'oggettività che a-posteriori, verificando la corrispondenza della teoria alla pratica. La prassi è il criterio ultimo della verità, e per prassi si deve intendere quella sociale, quella che realizza i valori umani.

Platone invece era un aristocratico e un apriorista sul piano filosofico. Egli non avrebbe mai accettato l'idea che l'uomo, per comprendere l'essenza delle cose, non solo deve partire dai fenomeni, ma dopo averla raggiunta, deve subito tornare ai fenomeni, se non vuole cadere nel dogmatismo.

Non a caso il pensiero sulla questione delle idee è diventato, negli stessi testi platonici, sempre più selettivo e circoscritto, a testimonianza che un'oggettività ideale, astratta, è impossibile da ottenere. Nei primi dialoghi, infatti, le idee erano di natura etica (quelle per le quali è più facile pensare ch'esista l'universale necessario, l'intelligibile aprioristico). Nei dialoghi più maturi Platone parla di idee metafisiche (essere/non-essere ecc.), come se credesse di poter trovare nell'astrazione filosofica quell'oggettività non trovata nell'etica. Negli ultimi dialoghi le uniche vere idee ch'egli accetta sono soprattutto quelle matematiche.

II

La teoria delle idee di Platone dà per scontata una cosa che va tutta dimostrata. Egli sostiene che quando si afferma che due oggetti sono uguali ci si avvale di un'idea - quella di uguaglianza - che non è un prodotto dei sensi (nella realtà nulla è assolutamente uguale), ma è un prodotto della conoscenza sovrasensibile, anteriore a ogni esperienza.

Platone non si rende conto che l'idea stessa di uguaglianza è relativa alle circostanze in cui l'uomo vive. In una società artigianale l'uguaglianza è segno di "povertà", in una società industriale è invece segno di "ricchezza". Lo stesso si potrebbe dire del concetto di "bellezza in sé": in una tribù di pigmei un watusso è brutto e viceversa.

Se l'uomo ha qualcosa di "interiore" che precede l'esperienza, questo qualcosa non può essere un'idea, che è già un riflesso della realtà, ma semmai una sensazione, un istinto, o anche una predisposizione a comprendere, con lo sforzo del ragionamento, non sulla base di idee preconcette, dove nella realtà sta il bene e il male. Non esistono idee pure da riscoprire, ma esiste la facoltà di discernere, riflettendo sulla realtà, la differenza tra positivo e negativo. La verità è sempre un processo che si compie a-posteriori.

P.es., l'uomo ha la sensazione dell'armonia, della sicurezza, dell'equilibrio ecc. Ogni uomo, di qualunque epoca storica e di qualunque latitudine geografica, nasce con sensazioni del genere, che poi sviluppa nell'ambiente in cui vive, sino a formarsi delle idee più o meno precise. Non esistono idee in sé, esiste piuttosto l'uomo che, sulla base della propria specifica esperienza, elabora delle idee. L'oggettività non sta nel far dipendere tutte le idee da una sola, ma nel riconoscere la diversità dei modelli interpretativi: sarà poi la storia a decidere quale di questi modelli si avvicina di più alla verità (o quali aspetti di questi modelli vi si avvicinano di più). L'oggettività non è altro che la possibilità di poter veramente scegliere, e non una volta ma sempre.

A proposito di modelli interpretativi, non è paradossale che quanto meno le sensazioni si sono trovate soddisfatte, tanto più sono state sviluppate le idee? In tal senso si dovrebbe dire che la civiltà di un popolo non sta tanto nella complessità delle idee che ha formulato, quanto nella capacità che ha avuto di soddisfare adeguatamente tutte le sensazioni originarie dell'uomo (che non prescindono certo dalla dimensione della natura, anche se non si riducono a questa).

In una società complessa come la nostra - e questo è davvero singolare -, dove l'individuo, appena nasce, viene influenzato da molteplici teorie e prassi filosofiche, ideologiche, economiche, politiche, morali ecc., elaborate e praticate prima di lui, è assolutamente impossibile stabilire quanto una determinata sensazione sia originaria o indotta. La troppa complessità esteriore, artificiale, istituzionale ci ha fatto perdere l'autenticità del nostro essere.

Siamo ad es. talmente abituati agli eccessi della criminalità organizzata che quasi diamo per scontato ch'essa faccia parte della "natura" delle cose, che cioè sia ineliminabile. La stessa "natura umana" viene considerata come inesorabilmente incline al male. Siamo talmente condizionati dai meccanismi perversi di questa società che non solo non si pone l'idea platonica di una "giustizia in sé", ma non si pone neppure l'idea di una "qualche" giustizia.

LA TEORIA DELL'ANAMNESI O REMINISCENZA

I

La dottrina dell'anamnesi (o reminiscenza) avrebbe senso se l'uomo fosse in grado di ricordare "da solo" tutta la verità. Ma l'uomo è incapace di questo, in quanto ha continuamente bisogno d'essere sollecitato "dall'esterno", cioè da altri individui che, prima o meglio di lui, sono arrivati alla verità delle cose.

Oltre a ciò, non bisogna dimenticare (ma qui i limiti di Platone sono veramente grandi, tanto che l'idealismo hegeliano li ha evitati con cura) che la verità non è un concetto ipostatizzabile, definibile una volta per tutte. La verità è un processo in itinere, è l'esito progressivo di un movimento infinito, per cui esiste una verità assoluta (che sarà colta solo alla fine del processo storico) e una verità relativa (che può essere colta nel corso del processo). Quest'ultima verità, a sua volta, si suddivide in verità soggettiva (equivalente, in sostanza, all'opinione, che può essere vera o falsa) e verità oggettiva (equivalente alla scienza, che è sempre vera, anche se non in maniera assoluta).

La storia non è altro che una continua lotta tra verità soggettiva e oggettiva, tra verità che pretende d'essere assoluta e verità che pretende di relativizzare. In questa lotta non si può mai stabilire a priori dove sta la verità. Ecco perché la teoria dell'anamnesi non ha senso.

Ha più senso la teoria freudiana che vede nel sintomo nevrotico un'occasione per indurre il paziente a ripercorrere le tappe della sua nevrosi. Il malato che "ricorda", nella psicanalisi, non ricorda la "verità", ma solo il momento del conflitto. Sta poi al medico cercare di spiegarne le cause e di offrirne i rimedi. Certo, può esistere un malato perfettamente consapevole dell'origine della propria malattia, ma questo non implica ch'egli sia anche in grado, da solo, di risanarla.

Platone potrebbe avere ragione se ammettesse che, senza la disponibilità del soggetto, nessuna ricerca della verità sarebbe possibile, ma, una volta ammessa tale disponibilità, egli poi dovrebbe accettare l'idea di un aiuto dall'esterno. Cosa che, in verità, ad un certo punto riesce anche a fare.

Parlando dello schiavo che, aiutato dal filosofo, sa risolvere un problema di matematica, Platone fa capire di non escludere la necessità dell'aiuto esterno (da notare che anche Hegel si serve dell'esempio del padrone/servo). Solo che questa forma di aiuto ha nella sua filosofia dei limiti alquanto grossolani (che Hegel, nel proprio esempio, riproduce in maniera più sofisticata, a testimonianza -ancora una volta- del carattere conservatore di ogni idealismo).

  1. In Platone l'aiuto è unilaterale (dal filosofo allo schiavo) e non reciproco: come se la verità dell'intellettuale non avesse bisogno delle capacità applicative delle masse...
  2. La verità è già totalmente posseduta dal filosofo, che deve soltanto trasmetterla e farla riscoprire a chi non ha le conoscenze adeguate (di qui l'aristocraticismo del sapere).
  3. Lo schiavo, che non ha la conoscenza, non è in grado di stabilire se la verità che il filosofo gli fa ricordare sia "opinione" o "scienza".
  4. Il filosofo è libero di fare o di non fare conoscere la verità allo schiavo. Cioè l'esigenza della verità non nasce dal bisogno delle masse, ma dall'atteggiamento arbitrario del filosofo-politico.
  5. La verità che lo schiavo riscopre non mette in discussione la sua condizione sociale oppressa.

II

La teoria della reminiscenza, se è vera, non è dimostrabile, poiché il presupposto su cui si regge: "l'apprendimento in un tempo anteriore" (Fedone, XVIII), implica la dottrina della trasmigrazione dell'anima, o comunque la dottrina della sussistenza dell'anima indipendentemente dal corpo: il che - nel migliore dei casi - potrebbe essere accettato solo in via ipotetica.

Se questa teoria è vera, la sua dimostrazione non potrà mai essere fatta in un contesto storico-temporale: ne occorrerà uno metastorico e sovratemporale.

A prescindere da questo, la teoria, che vuole essere oggettiva, è in realtà troppo arbitraria per essere vera, poiché quando si afferma che "se uno ricorda qualche cosa, egli deve averla saputa precedentemente" (ib.), non si stabilisce un criterio oggettivo fra ciò che è necessario ricordare e ciò che non lo è, fra ciò che merita d'essere ricordato, perché utile a tutti gli esseri umani, e ciò che non merita.

Non a caso Platone, per bocca di Socrate, afferma: "tutti gli uomini, ove siano interrogati abilmente, dicono da sé ogni cosa com'è" (ib.). Ovverosia: l'unico criterio oggettivo per stabilire la necessità delle cose da ricordare è costituito dallo stesso filosofo che indica ad ogni individuo, con le sue domande giuste, la strada da percorrere. Platone fa della filosofia un'arma di potere e di controllo dell'opinione pubblica.

Ora, noi non sappiamo qual è l'origine delle cose che dobbiamo assolutamente sapere per poter vivere in maniera umana; sappiamo soltanto che se talune cose non vengono realizzate concretamente, la vita non è più a misura d'uomo e le contraddizioni si trasformano da "naturali" a "innaturali", da fattore di spinta e progresso, per il miglioramento della società, a freno di tale progresso, se non addirittura a fonte di regresso dello sviluppo dei rapporti umani.

Spesso purtroppo ci si accorge di quali cose siano veramente necessarie per la vita umana soltanto dopo che si è pagato il prezzo della loro mancanza. E quel che è peggio è che spesso si persiste in tale dimenticanza anche dopo aver pagato il prezzo di quella mancanza. Nel senso cioè che, nel migliore dei casi, si recupera solo una parte di ciò che si è perduto, tralasciando l'altra, di modo che ad un certo punto si finisce di nuovo col perdere tutto, e questa volta con conseguenze ancora più gravi della volta precedente, poiché nel frattempo, migliorando i mezzi produttivi, si erano perfezionati anche quelli distruttivi.

Paradossalmente, con la dottrina della reminiscenza - che Platone ha elaborato pensando di ottenere il massimo possibile dell'oggettività - non si riesce a ottenere neppure il minimo della soggettività, poiché quando qualcuno ritiene esser giunto il momento di dire che una determinata idea corrisponde esattamente all'originale dimenticato (all'in sé), ci sarà sempre qualcun altro che sosterrà il contrario, cioè che i tempi non sono ancora maturi, che la corrispondenza può essere migliorata e così via. E la sua opinione varrà quanto quella dell'altro, poiché per misurare la corrispondenza della copia all'originale non si farà mai riferimento, nell'un caso o nell'altro, a fatti concreti, alle contraddizioni reali di un tempo specifico, ma solo alle diverse, astratte, interpretazioni che i vari filosofi danno della realtà.

In ultima istanza, la decisione di cambiare le cose non può mai spettare, con la dottrina della reminiscenza, alle masse popolari, alle classi e ai ceti oppressi, che hanno tutto l'interesse a migliorare le cose, ma spetterà sempre a chi, tra il ceto aristocratico dei filosofi, gode di maggior fama, reputazione sociale, protezione politica ecc.

L'idealismo soggettivo di Freud, che in un certo senso si avvale della teoria della reminiscenza (dal conscio all'inconscio, verso lo stadio infantile) diede risultati più interessanti. Semplicemente perché circoscrisse la contraddizione nell'ambito della storia individuale del paziente, mettendola in rapporto all'evoluzione culturale della società in cui lo stesso Freud viveva.

L'AMORE PLATONICO

L'amore cosiddetto "platonico", delineato nel Fedro e nel Simposio, è qualcosa di completamente astratto, anche se possono essere concreti i sentimenti con cui lo si prova. E' astratto perché basato su una sensazione individuale che, per non diventare meramente carnale, ha bisogno di trasformarsi in una contemplazione filosofica dell'idea dell'amore.

Persino la sensazione è astratta, poiché non riguarda anzitutto l'attrazione sessuale, quanto piuttosto il piacere per la bellezza armonica che si vede in natura, che si riproduce nell'arte e che si vorrebbe anche in società.

Per contemplare tale bellezza bisogna già essere filosofi, cioè amanti della bellezza come valore in sé. Bisogna avvertire dentro di sé una sorta di "delirio divino", che spinga ad andare oltre di sé. Un filosofo insoddisfatto di sé è una persona ideale, perché sarà sempre alla ricerca della perfezione.

Quindi l'amore in Platone non è mosso da un desiderio di risolvere problemi concreti: non è l'agàpe ebraica (ereditata poi dei cristiani), ma è il tentativo di andare oltre le contraddizioni, risolvendole non socialmente, ma, appunto, idealmente, anche se poi Platone sarà costretto a parlare dell'organizzazione ideale dello Stato, per non apparire appunto soltanto come un filosofo astratto.

L'amore platonico non si dà un metodo sociale per risolvere gli antagonismi, in quanto pone ogni contraddizione all'interno del singolo, per cui questi non deve fare altro che "purificarsi", cioè ascendere dall'amore carnale a quello spirituale. L'impegno pubblico è una conseguenza della purificazione interiore, secondo la metodologia orfico-pitagorica. Finché non si è purificati non si può amare.

Non si viene spinti dalle contraddizioni sociali nel praticare l'amore, non si lavora sui conflitti anche senza essersi già preventivamente e debitamente purificati dalle proprie debolezze; no, si comincia ad agire soltanto quando ci motiva un "demone interiore", quello appunto della purificazione, che porta l'uomo ad agire anche fuori di sé.

L'obiettivo è appunto quello di passare dal terreno al celeste, soprassedendo alle difficoltà della vita. E' un amore astratto, che può provare il maestro per il suo discepolo (per i greci spesso era così) e che generalmente va al di là del rapporto coniugale, in quanto i greci, essendo maschilisti, non ritenevano le donne un partner da amare.

VIRTU' E SAPERE

Platone, influenzato com'era dalla lezione socratica, parte da domande legittime, ma dà delle risposte sbagliate.

Nel Protagora si chiede se la virtù (possibile solo conoscendo il bene) è insegnabile, e la risposta è affermativa, poiché il bene non può essere considerato una cosa scontata, un'evidenza alla portata di tutti gli uomini (altrimenti non si spiegherebbe la morte di Socrate). Il fatto stesso di porsi la domanda attesta che la risposta non è univoca.

Nel Gorgia si chiede come mai vi sono forme di sapere che producono conseguenze cattive, e la risposta è tutta antisofistica: perché il fine che ci si propone non è il bene, ma l'utile.

A questo punto però Platone è costretto a chiedersi cosa sia il "bene", poiché se la virtù è sapere e la virtù è insegnabile, qual è il sapere che permette all'uomo di conoscere il vero bene?

Come noto, per Socrate il sapere s'identificava con la ricerca (virtuosa), per cui la virtù non poteva essere definita a-priori, una volta per tutte. La virtù dipendeva dalla ricerca, che per Socrate doveva essere un sapere mobile, dialettico, in eterno movimento. La virtù poteva essere verificata solo a-posteriori. Di qui il rifiuto di lasciare opere scritte (un rifiuto però tipicamente filosofico, inaccettabile su quello politico, almeno fino a quando permane la società divisa in classi).

Platone invece non si accontenta di questa soluzione e ne vuole dare una di tipo metafisico: la dottrina della reminiscenza o anamnesi (imparare significa ricordare). Oltre a questa dottrina egli propone quella delle idee (oggetto del ricordare è l'idea, che è ciò per cui si conosce).

In tal modo Platone chiude la ricerca nei limiti della soggettività (la stessa pretesa oggettività delle idee dipende in realtà dalle capacità intellettuali del filosofo). La realtà esterna all'uomo, cioè il mondo fenomenico, non ha più alcuna autonomia, in quanto il suo significato ora dipende dal grado di corrispondenza all'idea che il filosofo ha di quella realtà.

La ricerca è tutta rivolta verso l'interno, anche se in questa ricerca il filosofo si sforza di trovare un elemento comune, teoretico, alla molteplicità dei fenomeni. Non deve apparire strano, in tal senso, che di tutte le scienze esatte Platone abbia preferito la matematica, che è la più astratta.

Socrate era rimasto aperto alla realtà, cioè in una posizione di apprendimento, anche se non era stato capace di offrire soluzioni operative per modificare la realtà del suo tempo. La sua esecuzione capitale viene vissuta, da lui, come una giusta condanna per non aver saputo risolvere i problemi sociali del suo tempo. Socrate vuole essere giustiziato da un potere iniquo anche per dimostrare a se stesso di non avere alternative.

Si sono fatti molti paragoni con la morte del Cristo, ma sono più le differenze. Il Cristo accettò la morte non perché non avesse la possibilità di compiere la rivoluzione, ma perché non avrebbe accettato di compierla con metodi antidemocratici, e l'unico modo per non farlo era quello d'essere appoggiato da un consenso popolare vasto e maturo. Il suo sacrificio servì appunto ad impedire che la mancanza di tale consenso potesse portare le masse, pur desiderose della liberazione ma incapaci di volerla con metodi democratici, a subire conseguenze distruttive.

Socrate venne ucciso per motivi politici, ma dalle fonti che ne parlano è impossibile dedurre quale fosse la soluzione operativa ch'egli offrì al governo di Atene. Al massimo si può pensare che Socrate abbia rivendicato la libertà di coscienza (nei confronti dell'atteggiamento verso la religione) e, di conseguenza, la libertà d'insegnamento (nel suo rapporto pedagogico con gli studenti). Assai difficilmente si potrebbe pensare che Socrate avesse un programma politico eversivo.

Platone comunque, in luogo dell'"apertura" di Socrate alla realtà, preferisce la "chiusura", dando per scontato che la realtà sia immodificabile. A suo giudizio, la realtà va solo compresa e in tale comprensione il filosofo deve soprattutto cercare in se stesso.

Paradossalmente, quanto più è stato grande lo sforzo di Platone di comprendere la realtà, riconducendo ogni fenomeno a poche idee centrali, astrattamente elaborate, tanto più egli si è allontanato da una cognizione veramente scientifica delle cose.

L'aver equiparato scienza a definizione dogmatica, metafisica: questo è stato il colpo di grazia ch'egli ha inferto al materialismo naturalistico. Il cristianesimo non farà che ereditare questa decisione, portandola avanti per secoli e secoli.

Invece di spostare il campo d'indagine dalla scienza empirica alla politica attiva, Platone preferì privilegiare la "terza via", cioè la filosofia, limitandosi a polemizzare con la sofistica, che della filosofia aveva fatto un'occasione di commercio. Platone avrebbe dovuto continuare a lottare sul piano politico, ma chiedere questo a un aristocratico forse è un po' troppo.

IL MITO DELLA CAVERNA

Il mito della caverna, di cui parla Platone nel libro VII della Repubblica, è quanto di più astratto vi possa essere, eppure ha avuto una incredibile risonanza mondiale. Il filosofo l'ha elaborato per spiegare la netta differenza che egli pone tra conoscenza sensibile e intellegibile.

Sin dall'inizio è evidente l'assurdità: vi sono uomini che sin da bambini stanno chiusi in una caverna sotterranea, incatenati alle gambe e al collo, immobili e capaci soltanto di guardare in avanti. Son schiavi, è evidente, ma sembrano più dei detenuti, impossibilitati persino a lavorare.

Vengono puniti in maniera durissima, ma da chi non si sa. In fondo è solo un mito inventato da un filosofo astratto. Ovviamente l'incatenamento vuole apparire solo come un simbolo: quei poveri disgraziati sono legati dalla nascita, in maniera permanente, inflessibile e durissima, in quanto non possono neppure girarsi.

Come ci si possa immedesimare in un simbolo così avulso dalla realtà, come si possa dimostrare la verità delle proprie asserzioni inventandosi una situazione così inverosimile, lo sa solo Platone.

Ma andiamo avanti. La caverna è sotterranea ma non buia, perché separata da una strada in salita in fondo alla quale proviene la luce di un fuoco, che rappresenta la realtà. Tra il fuoco e la caverna vi è un muro, oltre il quale vi sono dei portatori (meno schiavi degli altri) che hanno sulle loro spalle oggetti di varia fattura (statue, ecc.).

Cosa vedono i prigionieri cavernicoli? La luce del fuoco proietta sul fondo della caverna le ombre di questi oggetti, non quelle dei portatori, che restano nascosti dal muro. Gli schiavi vedono solo ombre che si muovono, senza poterle toccare. Per abitudine le ritengono reali come loro, anche perché alcuni portatori parlano, altri no, per cui è come se si sentissero le ombre discutere tra loro.

Sembra qui descritta la condizione della persona religiosa, incatenata, sin dalla nascita, a usi e costumi che non l'aiutano a riflettere, ma a credere in ciò in cui tutti credono.

Ad un certo punto però uno di quei prigionieri si libera (come non si sa) e, invece di liberare subito anche gli altri, pensa a se stesso. Si alza, si gira, cammina e guarda incuriosito verso la luce, sentendosi un po' frastornato, a causa della difficoltà che incontrano i suoi occhi.

E' dubbioso, poiché la realtà gli sembra completamente diversa, ed è quasi intenzionato a tornare indietro. Senonché viene costretto da qualcuno (chi se non il filosofo?) a salire su per la strada aspra e ripida.

Giunto sulla cima, con grande fatica, comincia a vedere con facilità delle ombre (di nuovo!), poi delle immagini di uomini e di oggetti riflesse nell'acqua, infine le cose reali, sia di giorno che di notte. L'ultima cosa che riesce a contemplare è il sole, che è causa ultima di quanto vedeva prima come prigioniero incatenato.

Si è finalmente liberato delle sue false rappresentazioni e ne è così contento che ora accetterebbe di vivere nella più assoluta povertà piuttosto che ritornare nella sua ignoranza. Quanto è ingenuo questo Platone! E fa fare la parte dell'ingenuo allo stesso schiavo liberato. Il quale infatti, avendo compassione dei compagni d'un tempo (non tanto perché soffrono fisicamente e materialmente, quanto perché ignoranti), decide di tornare da loro per convincerli a credere che quanto vedono, in fondo alla grotta, non è la realtà, ma solo ombre.

Non li libera dalle catene materiali, ma vuole che si liberino anzitutto da quelle mentali. E forse ha ragione: invece di fare una rivoluzione politica, ne fa una culturale. Però sbaglia tattica: si comporta da illuminista saccente e presuntuoso, non parte dei loro bisogni più concreti e immediati. Sicché quelli, non avendo vissuto la sua stessa esperienza, non gli credono, anzi, se potessero, lo ucciderebbero.

E farebbero anche bene, perché, a differenza di lui, avevano capito che la religione, di per sé, non è migliore dell'ateismo.

LA POLITICA

Il Platone delle Leggi è molto più conservatore di quello della Repubblica, benché il contenuto politico di quest'ultima appaia molto più dogmatico (si pensi soltanto ai rigido comunismo dei beni e delle donne).

La Repubblica sembra il trattato di un socialismo amministrato, le Leggi invece rappresentano il trattato di un sistema misto "liberista" (peraltro non meno opprimente: vedasi il giudizio sull'ateismo).

Dove sta il maggiore conservatorismo delle Leggi? 1) Nella sfiducia circa le capacità dei politici di governare per il bene dei cittadini; 2) nella continua ricerca del compromesso per salvaguardare il potere; 3) nella strumentalizzazione della religione.

Nella Repubblica c'è l'idealismo, nelle Leggi c'è il pessimismo, la rassegnazione. Là è il filosofo che vuole diventare politico per modificare le cose; qui invece è il politico che si serve della filosofia per restare al governo, senza modificare alcunché.

LA SCIENZA

Platone, come tutti i filosofi idealisti, ha una concezione primitiva della scienza, assolutamente infondata. Non potendo -a suo giudizio- essere determinata dall'esperienza, dalla realtà fenomenica, che è continuamente mutevole, la scienza deve dipendere da qualcosa di fisso, di statico, che non abbia a che fare con la realtà. Questo qualcosa sono le "idee", che l'uomo attraverso l'"anima" o la "conoscenza sovrasensibile", è in grado di "ricordare". L'esperienza è solo l'occasione che mette in moto il ricordo.

Platone, certo, ha ragione nel ritenere la realtà assai mutevole, capace cioè di mettere continuamente in crisi la verità della scienza. Ma proprio questo, lungi dal contestare il valore della scienza, ne garantisce il continuo progresso. Peraltro non c'è "scienza" se non in un contesto ben delimitato di fattori e circostanze.

La scienza è "scientifica" anzitutto per il metodo e solo in secondo luogo per le verità che afferma. Il metodo scientifico è la garanzia che ci permette di credere nella fondatezza delle verità scientifiche. Ma proprio il metodo scientifico ci dice anche che tali verità possono essere modificate, se subentrano nuove scoperte scientifiche, basate su fatti, esperimenti, osservazioni. La scienza si trasformerebbe in una religione se chiedesse di credere nelle proprie verità come a un dogma di fede.

Tuttavia, il fatto che tali verità vengano periodicamente contraddette da altre verità (non meno scientifiche), non deve portare gli uomini alla conclusione che la scienza non esiste, cioè che ogni verità scientifica è un'opinione (vedi ad es. Popper).

Il futuro non può negare al presente la propria autonomia, le proprie certezze. Anche perché si sarebbe costretti a considerare "opinione" una cosa per il momento "certa", contro l'eventualità che una cosa diversa la possa smentire. In fondo quante volte il presente ha dovuto ammettere d'aver ingiustamente sottovalutato certe scoperte fatte nel passato, o certe geniali intuizioni che solo per il pregiudizio religioso non sono state sviluppate o dimostrate scientificamente?

IL SENSO DELLA FILOSOFIA

Platone assomiglia così tanto a Hegel che continuamente viene da pensare alle ragioni del marxismo, quando esso afferma che tutta la storia della filosofia è in realtà una lotta accanita tra due concezioni opposte: idealismo e materialismo.

Come Hegel, infatti, Platone, dopo un periodo giovanile caratterizzato dalle rivendicazioni politico-democratiche, si chiude in una concezione aristocratica della cultura e conservatrice della politica.

Il materialismo storico-dialettico è la filosofia politica più difficile da realizzare, perché richiede uno spirito rivoluzionario non indifferente. Vi è sempre il rischio di trasformarlo in un dogma astratto e antistorico.

In fondo, è molto più facile essere idealisti che materialisti, anche se oggi la filosofia che va per la maggiore è quella relativistica, che è in pratica la negazione di ogni vera filosofia. Il relativismo di oggi, in un certo senso, non è che l'altra faccia dell'idealismo, poiché è la risultante di un processo carico di disillusioni. L'idealista vorrebbe realizzare tutto e subito, quando poi s'accorge che ciò non è possibile, diventa relativista: usa la dialettica, ma solo per giustificare il proprio relativismo.

Viceversa, il materialismo storico-dialettico rappresenta l'unica filosofia e ideologia politica in grado di valorizzare positivamente le migliori conquiste di tutta la filosofia occidentale. Senza questo materialismo, la filosofia borghese è destinata all'irrazionalismo (come già ha dimostrato tutta la filosofia post-hegeliana, da Nietzsche ad Heidegger).

Marx dice che "come la filosofia [sottinteso: materialistica] trova nel proletariato le sue armi materiali [cioè la possibilità di realizzarsi politicamente], così il proletariato trova nella filosofia le sue armi spirituali [cioè la sua cultura, ideologia, etica ecc.]".

La filosofia occidentale ha dunque una sola possibilità di sopravvivere: aiutando il proletariato a fare la rivoluzione politica e a superare la società divisa in classi. Una volta che il proletariato avrà risolto questo problema, la filosofia continuerà a sussistere, ma al servizio delle masse popolari e non per compensare le alienazioni individuali dei filosofi. Essa cioè smetterà di essere un'utopia di singoli contestatori o, al contrario, uno strumento del potere oppressivo.

Resta comunque significativo il fatto che la realizzazione della filosofia occidentale sia stato un compito tentato soprattutto nell'est-europeo, laddove cioè la filosofia è sempre stata una scienza poco sviluppata. Ci si potrebbe chiedere, in tal senso, se la filosofia occidentale ha davvero in sé la forza per organizzare una rivoluzione politica socialista. Probabilmente la parte occidentale dell'Europa, senza l'aiuto di quella orientale, non riuscirà mai a realizzare un socialismo veramente democratico.

Da noi, in occidente, si è creata la paradossale situazione per cui la borghesia, pur avendo saputo, da un lato, creare una filosofia progressista, ha impedito, dall'altro, che tale filosofia realizzasse i propri ideali. E siccome questo limite è stato imposto alle masse per alcuni secoli (offrendo, in cambio, dei vantaggi economici, un migliore benessere ecc., grazie allo sfruttamento coloniale del Terzo Mondo), oggi il proletariato occidentale non è più capace di vero spirito rivoluzionario.

L'unico, forse, ad esserne ancora capace, in ambito occidentale, ma "periferico", è appunto quello del Terzo Mondo, il quale però deve anche essere capace di assimilare la filosofia occidentale (soprattutto il marxismo), nonché l'ideologia politica dell'Europa orientale (il leninismo), senza rinunciare, nel contempo, non solo alla propria istanza di liberazione, ma anche alle proprie specifiche caratteristiche culturali. A vantaggio di questo proletariato sta il fatto ch'esso è meno condizionato (rispetto a quello occidentale) dall'ideologia e dalla prassi borghese. Questo vantaggio potrà aiutarlo a superare lo svantaggio di una certa arretratezza culturale e politica.

LA DIALETTICA DELL'IDEALISMO

L'idealismo è disposto ad ammettere il non-essere, l'antitesi, ma solo come conferma dell'essere, della tesi iniziale. Questo è vero non solo in Platone, ma anche in Hegel, benché Hegel abbia il vantaggio d'essere nato dopo il cristianesimo.

La sintesi non è altro che una tesi rafforzata dalla "polemica" col non-essere. Non c'è dunque vera dialettica, ma solo trasformismo, che è l'opportunismo di quella filosofia che non vuole mettere in discussione, sino in fondo, l'identità dell'essere, la sua posizione egemonica. Ecco perché in Hegel, a fronte di un metodo dialettico, si ha continuamente a che fare con un sistema antidialettico.

La vera dialettica infatti è un processo il cui risultato non può essere stabilito a-priori. E' il processo in quanto tale, cioè il movimento (di metodo e insieme di contenuto) che deve stabilire quale peso avranno l'essere e il non-essere nel loro confronto aperto, contraddittorio.

Il non-essere infatti si chiama così semplicemente per un motivo cronologico, temporale, perché si trova a contestare un essere che lo precede. Ma la stessa evoluzione delle cose potrebbe portare il non-essere a diventare "essere" e a trovarsi così in lotta con un altro non-essere. E' la prassi che deve decidere la dignità dell'essere e del non-essere.

Testi di Platone

Testi su Platone


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 13-09-2016