|
Mappa concettuale
(zip)
Come dice S. Tokarev, "La religione degli ebrei è una delle poche religioni del
mondo antico che si è conservata con qualche piccola variante fino ai nostri giorni". (Le religioni del mondo antico, ed. Teti,
Milano 1983, p. 113)
Fonte principale per lo
studio di questa religione è la Bibbia (dal greco biblia, libri), suddivisa in Pentateuco, Libri storici,
Libri sapienziali e Libri profetici: il che fa parte di quello che i cristiani
definiscono col nome di Antico Testamento (in latino testamentum
significa "patto"), per distinguerlo dal Nuovo, che gli
ebrei non riconoscono.
Alla base del Pentateuco (cinque rotoli) vi sono almeno quattro diverse fonti, chiarite solo
nel XIX sec.: quella jahvista, composta in Giudea intorno al 950 a.C.,
quella elohista, composta in Efraim intorno all'800 a.C., quella
deuteronomica, composta verso il 621 a.C. e rielaborata verso il 500 a.C. e
quella sacerdotale, composta verso il 550-500 a.C.
Altre fonti importanti che si possono esaminare sono i testi di Giuseppe
Flavio, La guerra giudaica e Antichità giudaiche, nonché tutti i
testi ritrovati a Qumran.
La storia del popolo ebraico [1] inizia nella Bibbia con le vicende di Abramo,
che risalgono circa al 1850 a.C., ma questo popolo ha origini ancora più
antiche, risalenti a un periodo in cui viveva, semplicemente, come tribù di allevatori, nomadi, nell'Arabia
settentrionale, la cui religione aveva sicuramente caratteristiche molto diverse
da quelle che poi vennero codificate.
Gli stessi patriarchi nominati nella Bibbia sono probabilmente soltanto delle
personificazioni di distinzioni tribali, in quanto le loro vicende sono
mescolate a fatti del tutto leggendari.
Stando comunque alla cronologia di questi testi, Abramo avrebbe avuto come
antenati i Cananei, nomadi in Mesopotamia e, nel tempo in cui uscì dalla terra
di Ur per dirigersi verso Canaan (nome originario della Palestina), i sumeri vivevano una florida civiltà
schiavista, mentre l'altra grande civiltà schiavista, quella egizia, sul
versante opposto della cosiddetta "mezzaluna fertile", controllava la costa
siro-palestinese, adiacente a quella di Canaan.
Poiché ad un certo punto gli egizi erano in grado di sfruttare la Palestina come una loro colonia, e poiché
questa non riusciva a liberarsi da quella dominazione, buona parte delle tribù
israelitiche si vide costretta, in occasione di una grave carestia, a trasferirsi direttamente in Egitto (epopea di
Giuseppe, divenuto primo ministro, e dei suoi fratelli), al tempo in cui
regnavano gli stranieri Hyksos, nella speranza di migliorare la loro sorte.
Tuttavia, cacciati gli Hyksos, durante il Nuovo Regno gli
ebrei furono costretti a lavorare in Egitto in condizioni molto dure, come
operai nelle fornaci di mattoni, come manovali e muratori per costruire edifici
di ogni genere.
Il periodo della schiavitù egizia durò all'incirca dal 1700 al 1250 a.C.,
dopodiché, alla guida di Mosè (un leader egizio la cui riforma
politico-religiosa in direzione del monoteismo aveva incontrato l'ostilità dei
sacerdoti), gli ebrei, con un grande "esodo", ritornarono nella terra di Canaan.
Praticamente approfittarono di un momento di debolezza dell'impero alle prese
coi cosiddetti "Popoli del Mare".
Con Mosè nasce il culto di Jahweh, che significa "Io sono". Sua
caratteristica fondamentale era che non si poteva rappresentare in alcun modo e
che andava rispettato sulla base di alcune precise leggi o comandamenti. Questo
dio prometteva in cambio del rispetto delle leggi una terra in cui poter vivere
come popolo libero.
Tuttavia Mosè morì prima di raggiungere questa terra. Infatti solo verso il 1220-1200 a.C., alla guida di Giosuè,
le tribù ebraiche sono in grado di occupare
militarmente tutta la Palestina, con l'intenzione di stabilirvisi
definitivamente. Viene praticamente sconfitta quasi tutta la popolazione
indigena della regione, specie i Filistei, dal cui nome proviene "Palestina".
Nasce l'epoca dei Giudici (1200-1025 a.C.), una sorta di federazione
democratica di tutte le tribù israelite, che da nomadi diventano sostanzialmente
sedentarie, dedicandosi prevalentemente ai lavori agricoli.
Ancora non esisteva il culto di un dio imposto come
unico, ma semplicemente la dominanza prevalente del culto di Jahvè (monolatria), appartenente
alle tribù giudee. E' solo a partire dal X sec., con la nascita della monarchia,
che questo culto comincia a diventare una religione di stato (monoteismo).
La monarchia nasce quando s'impongono le differenze di classe e l'ordinamento
tribale non è più in grado di tenerle sotto controllo coi mezzi e metodi
tradizionali; inoltre quando i Filistei tornano a rivendicare il possesso dei
loro territori.
Il primo
potere reale che s'impone è quello della tribù di Beniamino, con Saul (1030-1010 a.C.),
che morì combattendo appunto contro i Filistei, poi sarà quello, ben più importante, della tribù di Giuda, con Davide
(1010-970 a.C.), che ridimensionò decisamente il potere dei Filistei e che pose
la capitale del regno a Gerusalemme, e Salomone (970-931 a.C.), sotto il cui
regno i confini si estesero fino al golfo di Aqaba sul mar Rosso.
Salomone trasformò Israele in uno Stato organizzato, non molto diverso da
quelli schiavistici del tempo: fece costruire una flotta navale, le mura di
Gerusalemme e fece edificare un tempio per centralizzare il culto
di Jahvè, affidandolo alla gestione esclusiva dei sacerdoti provenienti dalla
tribù di Levi.
Questa situazione piaceva sempre meno e molte tribù cominciavano a
rimpiangere le libertà del passato, sicché alla morte di Salomone ne
approfittano per separare il regno (931 a.C.): quello a nord, composto da 10
tribù, si chiamerà "Israele", con capitale Samaria, e durerà
circa due secoli (nel 721 a.C. verrà sconfitto dagli assiri di Sargon II e i suoi abitanti
saranno deportati); quello del sud, composto da due sole tribù, si chiamerà "Giuda",
con capitale Gerusalemme, e conserverà
l'indipendenza per poco più di tre secoli (tra il 598 e il 587 a.C. verrà
sconfitto dai babilonesi di Nabucodonosor e gli abitanti vengono deportati in Mesopotamia).
Nel periodo di divisione dei due regni, sino alla fine dell'esilio
babilonese, è molto forte l'attività di critica, da parte dei profeti (Elia, Eliseo,
Isaia, Geremia...), del malcostume, dello sfruttamento e dell'idolatria. I
profeti non avevano rapporti col
clero ufficiale dei templi. Decisiva fu l'attività dei profeti Ezechiele e
Daniele durante la
"cattività babilonese" (dal latino captivitas, che significa "prigionia")
per mantenere la coesione di popolo e la speranza del ritorno in Palestina.
Nel 539 a.C. i persiani, con Ciro, conquistano la Mesopotamia e permettono agli ebrei di
tornare in Palestina come loro sudditi, ma con la possibilità di ricostruire il
tempio, ch'era stato distrutto dai babilonesi. Tutto il potere
politico-religioso passa in mano ai sacerdoti di Gerusalemme, che devono soltanto
rendere conto ai sovrani persiani.
I sacerdoti e gli scribi (in particolare Esdra e Neemia) ridanno vigore alla riforma del re Giosia
(640-609 a.C.), il quale, dicendo di aver trovato un nuovo libro nel 621 a.C.:
il Deuteronomio, che in realtà era stato scritto ex-novo, aveva praticamente
reinterpretato tutti gli eventi dalla partenza dal Sinai fino alla morte di Mosè.
Il codice sacerdotale composto durante l'esilio babilonese da Ezechiele e da
altri sacerdoti (587-538 a.C.) venne fuso da Esdra con gli altri testi del
Pentateuco allo scopo di affermare il rigido monoteismo, la centralizzazione del
culto e la canonizzazione dei testi biblici.
Per fronteggiare la crisi sociale e limitare le proteste contro le
ingiustizie economiche, i sacerdoti elaborano un'ideologia che avrà un certo
peso nello corso della lotta per l'indipendenza nazionale: quella del "popolo
eletto", secondo cui gli ebrei sono oppressi per colpa dei loro tradimenti ma
possono riscattarsi agli occhi di dio combattendo contro i nemici esterni.
Furono dunque proibiti i matrimoni misti e considerati "impuri e pagani" tutti i
non ebrei, i non circoncisi e chiunque non accettasse il culto di Jahvè a
Gerusalemme (p.es. i samaritani). La Giudea diventa uno Stato teocratico.
L'epoca persiana finisce con l'inizio di quella ellenistica di Alessandro
Magno (333-63 a.C.). Alla sua morte l'impero viene diviso e la Palestina prima
viene sottomessa ai re lagidi d'Egitto (in questo periodo la Bibbia viene
tradotta in greco), poi, dal 200 a.C., ai re seleucidi di Siria, contro i quali
gli ebrei si ribellano sotto la guida della famiglia dei Maccabei, ottenendo una
breve relativa indipendenza dopo il 141 a.C. (dinastia asmonea).
Ma la dominazione più dura che devono sopportare sarà quella romana. Nel 63
a.C. Pompeo occupa Gerusalemme e la Palestina diventa una provincia imperiale. Gli
ebrei tentano più volte di ribellarsi, ma non avendo mai raggiunto una
sufficiente coesione nazionale, subiscono una disfatta gravissima nella prima
rivolta del 66-70 d.C., finché nel 132-135, con la sconfitta della seconda
rivolta, Gerusalemme viene chiamata Aelia Capitolina e se ne vieta l'ingresso
agli ebrei.
La diaspora è irreversibile. Da alcuni settori dell'ebraismo nasce il
cristianesimo, il quale, con la corrente paolina, che risulterà poi dominante,
si rinuncia a qualunque forma di lotta politica, ma anche a qualunque
particolarità ebraica che impedisca ai pagani di accettare la nuova religione.
Cinque secoli dopo, caduto l'impero romano, si stabiliscono in Palestina gli
arabi, di religione islamica.
Dal 1948 è stato ricostituito in Palestina, per decisione del Consiglio di
sicurezza dell'Onu, lo stato di Israele, permettendo agli ebrei di ritornare
sulle loro antiche terre. A partire da quella data si fanno risalire i conflitti
tra israeliani e palestinesi, quest'ultimi di religione islamica.
[1] Ebrei significa "colui che è al di là"; così venivano
chiamate in Palestina le popolazioni provenienti da oltre l'Eufrate. (torna
su) |