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721 a.C.: Israele sconfitta dagli assiri

Per evitare la sottomissione ad un impero esterno, il regno del Nord cominciò ad accettare il pagamento di tributi agli stranieri. Nel 721 a.C. si ebbe una prima svolta determinante. Accadde infatti che, a seguito di imposte non pagate da Israele al re assiro, i suoi abitanti furono deportati in Assiria e al loro posto vennero fatti arrivare in Samaria popolazioni della Babilonia.

Il risultato, dal punto di vista religioso, fu che i nuovi abitanti cominciarono a venerare tanto il dio ebreo che le loro divinità (2 Re 17,33), contravvenendo perciò alle leggi di Yahweh. Questo atteggiamento, racconta il narratore, rimase tramandato fino ai tempi in cui venne scritto il libro. Gli assiri non si limitarono a depredare solo Israele, ma assediarono anche Giuda deportando il tesoro del tempio e altre sue ricchezze.

Nell'unico regno ora in mano agli ebrei, quello di Giuda, la situazione socio-politica rovinò nella più grande confusione, con re che a volte si dimostravano religiosamente ortodossi, distruggendo altari idolatri e massacrandone i sacerdoti e altri invece, come Manasse, che, nonostante adorasse Baal, regnò per ben 55 anni, più dei tanto lodati Davide e Salomone!

Ma la fine definitiva dei due regni era ormai vicina: Giuda subì prima un’invasione Egizia che impose grossi tributi e un re nuovo, [1] poi l’invasione di Nabucodònosor, re di Babilonia, che si spinse fino al Nilo costringendo alla resa anche gli egiziani. Fu questo imperatore che saccheggiò Gerusalemme e deportò tutta la sua popolazione in Babilonia, lasciando i poveri a lavorare la terra nei villaggi nei dintorni delle città.

La seconda deportazione avvenne 11 anni dopo e in questo caso la sorte di Gerusalemme fu ancora più grave, perché subì un tremendo assedio seguito dal suo incendio e distruzione. Anche in questo caso rimasero solo degli ebrei nelle campagne a lavorare la terra e per loro Nabucodònosor scelse un re che non apparteneva alla dinastia davidica.

Tutte le piramidi prima o poi cadono sotto i colpi esterni e le debolezze interne. Anche i babilonesi cedettero all'avanzata dell'impero persiano guidato da Ciro, imperatore prediletto degli ebrei, tanto da venir indicato come unto del Signore (Is 45,1) perché sarà lui che permetterà agli esuli il ritorno nella madre patria.

Il libro di Esdra comincia con la citazione dell’editto di Ciro, re persiano, che “allo scopo di realizzare la parola del Signore” rimanda a Gerusalemme gli esuli tratti da Nabucodònosor nelle precedenti battaglie, fornendoli addirittura delle necessarie provviste e del tesoro del Tempio trafugato.

Ebbe inizio così di nuovo la ricostruzione della città, compreso il Tempio che era stato distrutto e derubato delle sue ricchezze. Questi lavori però non erano ben visti dalle popolazioni vicine, definite “i nemici di Giuda e Beniamino” (Esd 4,15) che comunque sembra volessero semplicemente associarsi in questa ricostruzione in quanto anch’esse adoravano lo stesso Dio.

Ma gli ebrei che arrivavano da Babilonia non ne vollero sapere e questo fu causa di una ritorsione che si materializzò in una lettera inviata al reggente persiano, Artaserse, in cui i nemici dei rimpatriati sostenevano che questi stavano ricostruendo Gerusalemme, dipinta come “città ribelle e malvagia” (Esd 4,12) e che non avrebbe più pagato tributi in quanto fin dai tempi antichi era assodato che Gerusalemme era stata una città “perniciosa ai re” ove si fomentavano ribellioni.

Al re fu ventilato che la ricostruzione di questa città gli avrebbe fatto perdere i suoi possedimenti oltre l’Eufrate. La ricostruzione venne dunque sospesa finché non sorsero altri profeti, in particolare Aggeo e Zaccaria, che incitarono la popolazione a continuare i lavori, ripresi finalmente e terminati sotto il re Dario.


[1] Ancora si vede l'influenza dell'Egitto addirittura sulla politica interna di Giuda. (torna su)



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Ultimo aggiornamento: 01-05-15