Purgatorio: Canto II

Già era 'l sole a l'orizzonte giunto
lo cui meridian cerchio coverchia
Ierusalèm col suo più alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,
uscia di Gange fuor con le Bilance,
che le caggion di man quando soverchia;

sì che le bianche e le vermiglie guance,
là dov'i' era, de la bella Aurora
per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,
come gente che pensa a suo cammino,
che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,
per li grossi vapor Marte rosseggia
giù nel ponente sovra 'l suol marino,

cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,
un lume per lo mar venir sì ratto,
che 'l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com'io un poco ebbi ritratto
l'occhio per domandar lo duca mio,
rividil più lucente e maggior fatto.

Poi d'ogne lato ad esso m'appario
un non sapeva che bianco, e di sotto
a poco a poco un altro a lui uscio.

Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,

gridò: "Fa, fa che le ginocchia cali.
Ecco l'angel di Dio: piega le mani;
omai vedrai di sì fatti officiali.

Vedi che sdegna li argomenti umani,
sì che remo non vuol, né altro velo
che l'ali sue, tra liti sì lontani.

Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,
trattando l'aere con l'etterne penne,
che non si mutan come mortal pelo".

Poi, come più e più verso noi venne
l'uccel divino, più chiaro appariva:
per che l'occhio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva
con un vasello snelletto e leggero,
tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,
tal che faria beato pur descripto;
e più di cento spirti entro sediero.

'In exitu Israel de Aegypto'
cantavan tutti insieme ad una voce
con quanto di quel salmo è poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;
ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;
ed el sen gì, come venne, veloce.

La turba che rimase lì, selvaggia
parea del loco, rimirando intorno
come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno
lo sol, ch'avea con le saette conte
di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzò la fronte
ver' noi, dicendo a noi: "Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte".

E Virgilio rispuose: "Voi credete
forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco".

L'anime, che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo
tragge la gente per udir novelle,
e di calcar nessun si mostra schivo,

così al viso mio s'affisar quelle
anime fortunate tutte quante,
quasi obliando d'ire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;
per che l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch'io posasse;
allor conobbi chi era, e pregai
che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.

Rispuosemi: "Così com'io t'amai
nel mortal corpo, così t'amo sciolta:
però m'arresto; ma tu perché vai?".

"Casella mio, per tornar altra volta
là dov'io son, fo io questo viaggio",
diss'io; "ma a te com'è tanta ora tolta?".

Ed elli a me: "Nessun m'è fatto oltraggio,
se quei che leva quando e cui li piace,
più volte m'ha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:
veramente da tre mesi elli ha tolto
chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond'io, ch'era ora a la marina vòlto
dove l'acqua di Tevero s'insala,
benignamente fu' da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l'ala,
però che sempre quivi si ricoglie
qual verso Acheronte non si cala".

E io: "Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l'amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto
l'anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!".

'Amor che ne la mente mi ragiona'
cominciò elli allor sì dolcemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente
ch'eran con lui parevan sì contenti,
come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti
a le sue note; ed ecco il veglio onesto
gridando: "Che è ciò, spiriti lenti?

qual negligenza, quale stare è questo?
Correte al monte a spogliarvi lo scoglio
ch'esser non lascia a voi Dio manifesto".

Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,

se cosa appare ond'elli abbian paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch'assaliti son da maggior cura;

così vid'io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com'om che va, né sa dove riesca:

né la nostra partita fu men tosta.

Già era giunto il sole all'orizzonte
il cui cerchio meridiano sovrasta
Gerusalemme col suo punto più alto;

e la notte, che opposta a lui gira,
usciva dal Gange insieme alla Bilancia,
che poi perde quando supera il giorno;

finché le bianche e vermiglie guance,
là dove io ero, della bella aurora
diventavano col tempo arancioni.

Noi eravamo ancora lungo il mare,
pensando al cammino da fare,
fermi col corpo ma non col cuore.

Ed ecco, come sorpreso dal mattino,
per gli spessi vapori, Marte rosseggia,
quando da ponente s'alza sul mare,

tale m'apparve, e vorrei rivederla,
una luce così veloce sul mare
che nessuno potrebbe eguagliarla.

Appena mossi lo sguardo
per chiedere al mio duca cosa fosse,
la rividi ancora più grande e luminosa.

Poi da ogni suo lato m'apparve
un biancore strano, e anche sotto
a poco a poco un altro candore usciva.

Il mio maestro non diceva nulla,
finché non vide apparire delle ali;
allora capì bene chi era il pilota,

e gridò: "Presto inginocchiati!
E' un angelo divino: congiungi le mani;
andando avanti ne vedrai altri.

Vedi che non sta usando mezzi umani,
non gli serve il remo né la vela
per viaggiare tra lidi così lontani.

Guarda come tiene le ali verso il cielo,
agitando l'aria con le penne eterne,
che non mutano aspetto come le terrene".

Poi, man mano che veniva verso noi
quell'uccello divino pareva ancora più lucente,
tanto che non riuscivo a guardarlo,

e chinai lo sguardo; e quello venne a riva
con un vascello snello e leggero
che sfiorava appena l'acqua.

Il celestial nocchiero se ne stava a poppa,
e al solo descriverlo uno resterebbe contento;
trasportava oltre cento anime.

Nell'uscita d'Israele dall'Egitto
cantavano quelle in coro
con gli altri versetti del salmo.

Poi l'angelo le benedì col segno della croce,
e dopo che furono scese sulla spiaggia
se ne andò veloce com'era venuto.

Quella folla rimase sì, senza sapere
cosa fare, guardandosi attorno
come chi affronta una cosa nuova.

Quando ormai s'era fatto pieno giorno
avendo il sole, coi suoi potenti raggi,
tolto di mezzo il Capricorno,

quella gente inesperta alzò la fronte
verso di noi chiedendoci: "Se sapete
la via che va al monte, indicatecela".

E Virgilio rispose: "Voi pensate
che noi siamo esperti di questo luogo,
ma noi siamo forestieri come voi.

Siamo giunti qui da poco tempo
passando per altra via assai pericolosa,
tanto che sarà un gioco salire il monte".

Intanto le anime che s'erano accorte,
a motivo del mio respirare, ch'ero ancora vivo,
impallidirono per la meraviglia.

E come al messaggero che porta l'ulivo
accorre la gente per ascoltare notizie,
e nessuno si mostra schivo dal fare ressa,

così al viso mio fissarono i loro sguardi
tutte quelle anime fortunate,
quasi dimenticando il compito di purificarsi.

Io vidi una di lor che si sporse avanti
per abbracciarmi con sì grande affetto,
che m'indusse a fare la stessa cosa.

Oh ombre evanescenti fuorché nell'aspetto!
Tre volte cercai d'abbracciarla
e tre volte le mani mi tornarono al petto.

Dovetti apparire molto meravigliato,
poiché l'ombra sorrise e si ritrasse,
e io, seguendo lei, mi spinsi avanti.

Dolcemente mi disse di fermarmi,
e io allora conobbi chi era, e lo pregai
che si fermasse un po' per parlarmi.

E quello mi rispose: "Come t'amai
nel corpo mortale, così t'amo ora:
dunque mi fermerò, ma che fai tu qui?".

"Casella mia, è per tornarci ancora salvo
che faccio questo viaggio", dissi io,
"ma tu perché non sei ancora purificato?".

"Nessun torto m'è stato fatto - mi rispose -
quando l'angelo, prendendo quelli che vuole,
a me ha negato più volte questo passaggio,

poiché il suo volere è sempre giusto:
tuttavia son tre mesi ch'egli accoglie
nella barca chiunque voglia entrarvi.

Sicché anch'io, che stavo rivolto verso il mare
dove l'acqua del Tevere diventa salata,
fui da lui accolto benignamente.

Lui si dirige sempre verso quella foce,
perché là si raccoglie chiunque
non scenda dannato verso l'Acheronte".

E io: "Se la nuova legge non t'impedisce
di ricordare o d'usare l'amoroso canto
che mi riconciliava con la vita,

vorrei che tu consolassi un poco
l'anima mia, che, con la sua persona,
venendo qui s'è tanto affaticata".

"Amor che nella mente mi ragiona",
cominciò allora a cantare soavemente,
che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Il mio maestro, io e quella gente
attorno a lui eravamo così contenti
che null'altro ci passava per la mente.

Eravamo tutti fissi e attenti
alle sue note quand'ecco il vecchio onesto
si mise a gridare: "Che state facendo spiriti pigri?

che negligenza, che ritardo è questo?
Correte al monte a togliervi la scorza
che impedisce a Dio di manifestarsi in voi".

Come quando, cogliendo biada o loglio,
i colombi radunati al pasto
quieti sono, senza mostrare il solito orgoglio,

e se cosa appare di cui abbiano paura
subito lasciano stare il cibo,
perché presi da un'urgenza più grave;

così vidi io quella famiglia appena nata
lasciar il canto e precipitarsi verso la costa,
come chi cammina senza saper bene dove:

e anche noi due ce ne andammo subito.


DANTE E CASELLA
(costantemente riferiti al commento del Pascoli)

Il Canto dedicato a Casella è l'ennesima dimostrazione che nell'ambito della Commedia la migliore poesia s'impone là dove Dante tratta non i contenuti religiosi ma quelli morali: qui l'amicizia dei tempi giovanili con un artista amante della musica, suonata e cantata.

Il Canto pare un inno alla gioia di vivere, espressa dal canto comune, improvvisamente interrotto da un'istanza superiore, di tipo religioso, impersonificata da Catone. L'incongruenza sta nel fatto che mentre Catone era pagano e qui rappresenta un'esigenza di perfezione cristiana, Casella invece, ch'era cristiano, qui ama godere della bellezza artistica come fosse un pagano.

Lo stesso si verifica nel modo di descrivere i protagonisti dell'episodio: l'angelo di luce, emissario di dio, è semplicemente straordinario, meraviglioso, ma muto, impersonale, quasi indifferente ai travagli delle coscienze individuali dei defunti, come se stesse svolgendo una funzione di tipo amministrativo, di intermediazione. Le anime invece appaiono meste, non sanno bene dove andare, sembrano come smarrite, sperdute e subito si entusiasmano al vedere Dante e Virgilio, specie il primo che pare ancora in carne ed ossa a motivo del suo respiro. E' grande l'umanità con cui vengono descritte.

La vera condizione umana non è quella infernale dei disperati, ancorché tra questi il lettore ne avrebbe messi molti quanto meno in purgatorio, e neppure quella paradisiaca dei credenti nel dio della chiesa romana, ma è quella di chi conserva la libertà di agire, di poter realizzare autonomamente la propria umanità.

Lasciando ora perdere la contorta perifrasi astronomica (2) che apre il Canto, e che a null'altro è servita se non a rendere edotto il lettore che si sta uscendo dalle tenebre dell'inferno per entrare nell'aurora del paradiso, la cui luce, al momento, è ancora tenue essendo ancora lungo il percorso da fare, vediamo di nuovo la figura dell'angelo, poiché è la prima a venire descritta.

L'angelo, che sta a poppa del vascello, sembra farlo volare alla velocità della luce ed è egli stesso fascio di luce, globo luminoso, di colore intensissimo, che va assumendo lentamente una forma particolare, distinguibile. Due macchie bianche laterali diventano ali. Dante, pur essendo imbevuto com'è di teologia, non riesce subito a identificare quella forma, ha bisogno dell'intervento di Virgilio, che, ben sapendo che quell'emissario rappresenta il potere divino, si allarma e grida a Dante d'inginocchiarsi. Un poeta pagano dice a un poeta cristiano come comportarsi davanti a un'esperienza mistica, che di mistico poi ha ben poco, se non la straordinarietà della visione, della sua non naturalità terrestre.

Anche il Pascoli s'è accorto di questa cosa, ma siccome è un latinista e sa bene quanto Dante si senta debitore nei confronti dell'Eneide di Virgilio, specie per le prime due Cantiche, non se ne preoccupa e non intravvede nella richiesta di Virgilio un qualcosa di puerile se non di idolatrico, e preferisce invece contrapporre l'angelo nocchiero a Ulisse, che navigava nello stesso mare, seguendo "virtute e conoscenza". Navigava in vista d'una "nuova terra", addirittura - azzarda il Pascoli - verso la stessa montagna del purgatorio, essendo collocata da Dante nell'emisfero australe, senza però riuscire a trovarla, in quanto le onde lo sommersero. E il fallimento fu dovuto proprio al fatto che la sua azione aveva come ultimo movente l'arbitrio personale (che rese "folle il suo volo"): non c'era vera virtù umana, come in Catone Uticense, che porta le anime verso il monte del purgatorio, per quanto anche Catone, essendo un suicida, non possa rappresentare la virtù retta da dio. D'altra parte anche Virgilio, nella Commedia, rappresenta l'umana conoscenza senza la luce della teologia.

Pascoli non contrappone soltanto l'azione degli uomini senza la fede (Ulisse) alla contemplazione dell'angelo, ma anche quest'ultima all'azione traghettatrice di Caronte, che nell'inferno non può servirsi della croce, come strumento di salvezza, al cospetto di anime che bestemmiano dio.

In realtà a noi appare che qui Dante sia come un uomo schiacciato da un potere infinitamente superiore, che lo sovrasta sotto ogni punto di vista. Appare come un uomo sconcertato, neppure tanto sicuro di dover eseguire alla lettera quanto il suo "duca" in quel momento gli chiede. Infatti non scrive che eseguì prontamente l'ordine gridato. E' ancora troppo abituato all'umanità dei rapporti "infernali" di cui ha appena fatto esperienza.

A proposito di questo, la prima parte del Canto delinea anche un altro tipo di contrasto, quello tra l'anima scientifica di Dante, interessata all'astronomia e alla geografia, e l'anima mistica, interessata alla teologia. Nel primo caso egli fa "scienza" (nei limiti del suo tempo), nel secondo sembra che faccia "fantascienza".

La figura dell'angelo infatti rappresenta un esempio di perfezione divina: è velocissimo, in grado di spostarsi in maniera prodigiosa da un punto all'altro dell'oltretomba dei non condannati alla pena eterna, usando semplicemente le proprie ali come remi e vele allo stesso tempo, completamente diverse da qualunque mezzo umano, aventi la caratteristica (aristotelica) della immutevolezza, della durata, della perfezione tecnica. Sono ali che lo rendono migliore di Ulisse - dirà il Pascoli - proprio perché la sua sicurezza non è umana ma divina. Di qui la possibilità di guidare con estrema disinvoltura il proprio vascello, che prodigiosamente sta addirittura sopra il pelo dell'acqua. Con la differenza però - ma questo Dante non lo dice e neppure il Pascoli - che per Ulisse i marinai erano compagni d'arme e d'avventure, per quanto usati per soddisfare i propri capricci, mentre qui l'angelo si comporta come uno scrupoloso burocrate di dio.

Di fronte a così tanta forza divina, Virgilio non ha dubbi nel chiedere a viva voce al poeta d'inginocchiarsi tenendo giunte le mani, come un servo davanti al suo padrone, un pio credente al cospetto di un'autorità religiosa, riconoscendogli quindi tutto il potere che gli compete. Dante ascolta in silenzio, ma non fa quel che gli viene detto, perché sa che il suo spirito è superiore a quello di Virgilio, avendo maggiore coscienza della libertà umana. Anche perché vuol rendersi conto di persona dell'identità di quella strana "cosa" bianca, tanto informe quanto veloce, somigliante più a un uccello che a un essere umano.

Quand'essa gli si avvicina, è così accecante da dar fastidio, al punto che Dante è costretto a tenere gli occhi bassi. Ma la cosa strana è che quel "nocchiero celeste" non è minimamente interessato alla presenza di due quei estranei, non si ferma a parlare con loro, non li saluta, non indica neppure la strada del viaggio: pur vendendoli in difficoltà o pur sapendo che lo sono, non spiega loro nulla. Egli è soltanto il pilota di una nave molto "snella e leggera", colma di oltre cento anime destinate al paradiso, ma passando prima per la via del purgatorio, anime che cantano, all'unisono, il salmo 114 (113 A), già ben disposte a credere nella maestà divina.

Dunque son tutti veloci, tutti si spostano alla velocità della luce, visto che sono tutti nella stessa barca, eppure uno solo brilla di luce propria, l'unico a non apparire "umano", l'unico che, al vedere Dante e Virgilio, non dirà una parola, non esprimerà il benché minimo sentimento, come fosse un robot che esegue il volere altrui senza discutere. Dopo aver fatto scendere le anime sulla spiaggia, e quindi dopo aver visto i due poeti, quello se ne ritorna donde era venuto, senza fare altro, senza dire nulla, come se la sua identità coincidesse con la sua funzione, col suo mandato, come se la sua magnificenza gli fosse stata semplicemente imposta da una volontà superiore e quindi fosse estrinseca alla sua persona, se pur di "persona" si può parlare (Dante, non senza ironia, lo chiama "uccel divino"). L'unica cosa che fa, prima di andarsene velocemente, è quella di benedire le anime spiaggiate, come fosse un sacerdote al cospetto di crociati in procinto d'andare in guerra.

Quelle erano anime di cristiani che, a quanto pare, conoscevano a memoria l'inno pasquale anticotestamentario ed erano in grado di cantarlo in coro, come fossero in chiesa (nel purgatorio s'incontreranno spesso gruppi di persone), ma che, nonostante questo, non sapevano ancora cosa fare. Chi fossero e da dove provenissero non è dato sapere. All'inizio del Canto, Dante aveva scritto che stava appena diventando giorno. Ora, nonostante la scena osservata sia stata brevissima, lo dice di nuovo: il sole stava rischiarando ogni cosa, come per voler dire che le anime erano uscite dal buio della schiavitù e stavano entrando nella luce della libertà. Il salmo indica il riscatto degli oppressi ed è strano che qui per godersi il paradiso debbano fare anticamera nel purgatorio.

Ancora più strano è il fatto che esse, appena sbarcate sulla spiaggia, da dove poi dovranno scalare il monte del purgatorio, non sappiano dove andare, non essendo state consegnate immediatamente a nessuno in particolare (nella fattispecie doveva essere Catone, ma apparirà solo alla fine del Canto). Sono anime contente perché hanno cantato insieme sul vascello ben guidato dall'angelo, ma ora son come spaesate e addirittura chiedono ai due poeti che vedono sulla spiaggia quale sia il percorso da fare per raggiungere il "monte della purificazione", di cui devono aver saputo qualcosa dallo stesso angelo. Sanno quello che devono fare (purificarsi) ma non il come. Brutta questa concezione dell'oppresso, che ha sempre bisogno di qualcuno che gli dica come comportarsi.

Virgilio spiega loro che, con l'amico Dante, sono giunti lì passando per un inferno ultraterreno non per quello della vita mondana, per cui non possono aiutarli, benché sia convinto che, rispetto alle difficoltà già incontrate, la salita sul monte sarà un gioco da ragazzi. Dante però non può star lì a guardare, deve trovare un pretesto per intervenire, non può limitarsi a fare erudite descrizioni geo-astronomiche e fanta-scientifiche. E l'occasione la trova, in maniera geniale, nel suo stesso alito.

L'anime, che si fuor di me accorte, / per lo spirare, ch'i' era ancor vivo, / maravigliando diventaro smorte. Non vedono propriamente l'alito, come accade quando l'aria è molto fredda, ma vedono che respira come un essere umano (bisognoso di ossigeno, che a quanto pare non manca nell'aldilà). Le anime diventarono "smorte", cioè impallidirono, pur essendo senza corpo. Loro, umane, si meravigliano di una caratteristica umana; loro, appena morte, si stupiscono di ciò che non le appartiene più: il respirare. Non respirano come umani, però impallidiscono, come l'angelo certamente non avrebbe mai potuto fare, forse non solo perché sovrumano ma anche perché perfettamente consapevole di tutto.

Ora le anime sembrano come gli ebrei che nell'ingresso messianico di Gerusalemme stesero i loro mantelli al passaggio del Cristo. Ecco trovata l'occasione per sentirsi al centro dell'attenzione. In questa maniera il poeta può nel contempo chiarire il motivo per cui quella moltitudine si trovi proprio lì e non in paradiso.

Sono anime spontanee, curiose, forse un po' istintive, dimentiche che il loro compito non è quello d'intrattenersi a chiacchierare con una persona insolita, che non dovrebbe esser lì assolutamente e che ricorda tanto il loro passato, che invece devono dimenticare, se vogliono davvero purificarsi. Questo modo d'intendere la "purificazione", la liberazione dei propri limiti, l'ascesi personale ricorda molto gli ingressi dei novizi nei conventi, cui veniva interdetto qualunque rapporto coi familiari, cui veniva imposta una rottura totale e definitiva col proprio passato. Nel mondo laico si verificano ancora cose del genere in certi ambienti militari di carriera. Per diventare qualcuno devi prima dimenticare quel che sei.

L'incontro con una di quelle anime, Casella, è toccante, umanissimo, così emotivamente forte che ha indotto il Pascoli a scriverci sopra un lungo commento. Casella è l'anima che più di ogni altra avrebbe voglia di accedere al monte della salvezza eterna, perché da tempo avrebbe voluto farlo; senonché dall'angelo gli era stato impedito, per motivi che neppure l'angelo sapeva. Eppure è proprio lui che ora gli si fa avanti con l'intenzione di abbracciarlo, avendolo perfettamente riconosciuto. E la cosa, a causa della diversità della sostanza (materiale in Dante, spirituale in Casella) dei corpi, ovviamente non gli riesce.

Qui sono diverse le domande che vien spontaneo porsi.

  1. Se Casella è in grado di rendersi conto che Dante è ancora vivo, nel senso terreno della parola, perché tenta di abbracciarlo sapendo di non poterlo fare in maniera "fisica"?
  2. S'è Dante s'è accorto subito che non poteva abbracciarlo, essendo Casella solo un'ombra spirituale, perché ha cercato di farlo per altre due volte?
  3. Avendo già attraversato tutto l'inferno, possibile che Dante non si fosse ancora reso conto che le anime nell'aldilà erano solo ombre evanescenti?
  4. Dante abbraccia l'ombra senza sapere chi fosse, solo perché gli pareva di dover ricambiare così l'affetto che quella gli mostrava, oppure lo fa proprio perché l'aveva riconosciuta? o forse l'abbraccia perché ingannato dal fatto che l'aspetto di lei dava l'impressione che fosse non un'ombra ma una persona reale?

Dante e Casella si conoscevano bene e anzi dovevano essere stati molto amici se il trasporto e l'entusiasmo che li prende non li fa ragionare sugli impedimenti oggettivi che li separavano senza rimedio. Casella lo riconosce subito e, siccome era molto tempo che non lo vedeva, non resiste alla tentazione di fargli capire la propria contentezza, dimentico che nella maniera scelta (il contatto fisico) non avrebbe potuto dimostrare alcunché. Questo deve farci pensare che Casella non fosse morto da molto tempo, non avendo egli ancora interiorizzato le caratteristiche dominanti dell'ambiente in cui vive.

A Dante invece, nonostante dica a se stesso che l'aspetto delle persone resta immutato nell'aldilà, ci vuole un po' di tempo per poterlo riconoscere. Forse l'aspetto che ricordava non era esattamente lo stesso che in quel momento vedeva. Forse l'abbraccia soltanto per empatia, perché dopo tanto dolore costatato coi propri occhi nell'inferno, ha bisogno di un contatto umano. Fatto sta che il riconoscimento avviene solo dopo che quell'anima si palesa per quello che è, solo dopo ch'essa si rende conto che non può cercare con l'amico di gioventù il rapporto di un tempo.

Sconsolato Casella sembra voler riprendere il tentativo di cercare il monte della purificazione, ma Dante lo prega di fermarsi un po' con lui, ricordandogli l'affetto che li legava, e quegli accetta molto volentieri. Uno avrà pensato ch'era passato troppo tempo per poter tornare indietro, l'altro non avrà resistito all'idea di rievocare qualcosa di irrimediabilmente perduto.

Purtroppo noi non sappiamo nulla di Casella, neppure se visse a Firenze o a Pistoia (forse morì poco prima del 1300), per cui non riusciamo a capire sino in fondo il motivo della domanda circostanziata che ora Dante gli rivolge: "Com'è possibile che sia passato così tanto tempo dal giorno della tua morte a questo momento di purificazione?". Quanto tempo sia quel "tanta ora tolta" di cui parla il poeta non possiamo saperlo. Certamente non poca. Ma cosa significa "tanto" in una dimensione in cui secondo le Scritture "un giorno è come mille anni"? Pascoli suggerisce di pensare che il Casella fosse morto molto giovane.

La cosa che non si capisce è il motivo per cui una persona così umanamente sensibile, così poeticamente toccante, non abbia incontrato i favori delle istanze superiori, per il traghettamento verso la foce del Tevere, che qui, come noto, rappresenta la chiesa romana, maestra di verità e via di salvezza. Casella dice che l'angelo "prende nella sua barca quando e quelli che vuole", conformemente alla volontà divina.

Qui è molto strano che Dante, pur così ben disposto ad abbracciare Casella, abbia deciso di punirlo, posticipando di molto l'inizio della sua purificazione. Ancora più strano ch'egli abbia voluto premiarlo in concomitanza col giubileo del 1300, indetto dal suo peggior nemico, papa Bonifacio VIII, messo all'inferno.

Ad un certo punto Dante fa dire a Casella un'affermazione da potersi considerare politicamente grave: "Da tre mesi in qua (cioè da quando è cominciato il giubileo sulla terra) l'angelo nocchiero prende nella sua barca, senza opporsi, chiunque voglia entrarvi". Dunque le anime hanno fortunosamente avuto la possibilità di redimersi in maniera più facile, essendo stato indetto sulla terra un giubileo universale da uno dei papi più fanatici della teocrazia. Che bisogno aveva Dante di fare questa professione integralistica della fede? E perché mettere in bocca questa professione al suo caro amico di gioventù? Cosa si può dedurre, che Casella sia stato certamente un ottimo cantore ma non esattamente un buon cristiano? Casella, che non dà una spiegazione esauriente della sua ritardata beatitudine, sta fruendo di un favore immeritato o comunque inaspettato?

Siamo davvero così lontani dal vero quando diciamo che Dante ha voluto elogiare Casella come artista ma non ha voluto premiarlo come cristiano? E non è sconcertante vedere Casella premiato da dio a causa del giubileo bandìto dal peggior nemico di Dante? La stessa risposta che Dante dà a Casella: "Faccio questo viaggio per poi ripeterlo" presenta un che di convenzionale d'apparire quasi fastidioso o comunque di poco convincente. E' evidente infatti ch'egli, una volta morto, non avrebbe certo voluto ritornare all'inferno (da cui peraltro, secondo la concezione cattolica medievale, non sarebbe più potuto uscire), né andare in paradiso passando per il purgatorio. Non poteva certo essere questo il destino di un perseguitato per motivi politici e che per gli stessi motivi aveva già messo nel suo Inferno tutti i suoi peggiori avversari.

Più che una risposta davvero motivata, la frase di Dante sembra una bugia di circostanza, probabilmente dettata dal fatto che qualunque altra risposta avrebbe rischiato d'apparire fuori luogo. Non poteva certo dire d'essere lì per curiosità (sarebbe stata una sfrontatezza al cospetto delle tragedie delle anime infernali), né che stava cercando una conferma ultraterrena ai dogmi della fede (sarebbe apparso un miscredente) e neppure che gli era stato concesso un "viaggio premio" dal padre eterno a motivo della sua ottima professione di fede, superiore a quella di tanti papi teocrati.

Insomma con la sua risposta a Casella, Dante fa una professione di umiltà poco convincente. Pare anzi che non si rivolga neppure a Casella ma a un generico lettore che, dopo aver letto l'Inferno, s'era risentito della pretesa che Dante aveva di giudicare le persone come se fosse dio onnipotente (non a caso dopo la pubblicazione della prima opera, a Firenze il governo dei Neri gli rinnovò la condanna a morte). Se non s'avesse timore d'esagerare si potrebbe addirittura sostenere che pare un po' ridicolo che un uomo in grado di giudicare su un aspetto così delicato come il destino ultraterreno, faccia capire al suo amico di gioventù, che certo non sarà stato ferrato in teologia come lui, ma che non per questo era uno stupido, che il suo viaggio anticipato lo aiuterà a rifarlo nel momento cruciale della sua vita, in quanto così potrà capire meglio l'esigenza del ravvedimento morale.

Sa davvero fosse stata questa la motivazione del viaggio, Dante sarebbe apparso al lettore come un privilegiato. Perché proprio a lui dio avrebbe voluto concedere l'onore di vedere anticipatamente quanto attende il genere umano? Non era Dante già un buon cristiano? Perché questa pretesa ingiustificata? Non era già stato detto nei vangeli che un qualunque rapporto con l'aldilà non serve a nessuno, poiché chi non ascolta "Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti si persuaderebbe"(Lc 16,31)?

Si potrebbe addirittura pensare che Dante abbia descritto l'oltremondo proprio per dimostrare allo scetticismo che aveva maturato, in materia di fede religiosa, la sua infondatezza morale, ontologica. Un politico cattolico come lui, andato profondamente in crisi per le note vicende che l'avevano colpito, non avrebbe forse potuto descrivere una situazione ultraterrena come ultima chance da concedere alla fede? La fede impossibile nelle vicende terrene, poteva ritrovare un suo significato nella vita d'oltretomba. La Commedia è dunque il testo della disperazione della fede? della sua inevitabile obsolescenza rispetto ai tempi borghesi che s'impongono?

Insieme, da giovani, erano fautori del Dolce Stil Novo: uno scriveva, l'altro suonava e insieme cantavano appassionati l'amore per le donne, angelicate, certo, ma carnali. Anzi lo stesso Dante pare si cimentasse in suoni e canti di sua composizione, che faceva poi ascoltare a giovani come Casella. Ora che si sono ritrovati che cosa cantano? Il verso chiarificatore è il 112: "Amor che ne la mente mi ragiona", che è il primo verso della canzone commentata nel III trattato del Convivio. L'oggetto è la filosofia, ritratta come una donna gentile. In quel frangente i due non potevano cantare che qualcosa di astratto. E ci piace qui osservare come la parte migliore di questo Canto del purgatorio sia proprio quella meno religiosa, quella in cui i due godono nel ricordare il tempo passato, vissuto nella spensieratezza della gioventù.

Tuttavia qui sembra esserci qualcosa di più e di peggio, almeno a carico di Casella. Ci pare anzitutto d'aver capito che mentre nell'inferno ci finivano, sul piano religioso, quelli che non riconoscevano altro dio che se stessi, nel purgatorio invece ci finiscono le mezze figure, quelle che formalmente sono ligie al dovere religioso ma che nella sostanza risultano piuttosto indifferenti, oggi diremmo "agnostiche". E la coscienza religiosa di Dante (del Dante clericale beninteso, non di quello umanista) deve per forza intervenire. E lo farà in due modi.

La domanda che Casella gli aveva rivolto, ingenuamente: "Ma tu perché, ancora vivo, fai questo viaggio?", rivolta a un uomo politicamente sconfitto, non poteva che apparire fastidiosa, per cui Dante la rimanda al mittente, dopo aver risposto nella maniera convenzionale vista sopra: "E tu come mai ci hai messo così tanto tempo, dopo la tua morte, a giungere alla soglia del monte della purificazione?".

Dante qui ha in mente il proprio passato toscano, fiorentino, che guarda senza dubbio con rimpianto, ma anche con l'orgoglio di un uomo, un politico, che non ha voluto piegarsi a illeciti compromessi. Non potrebbe tornare indietro neanche volendo, non tornerebbe a Firenze neanche se lo richiamassero, anche perché sa benissimo che se lo facessero gli imporrebbero delle condizioni inaccettabili.

Casella, se ci pensiamo bene, non può essere veramente abbracciato da lui, ma soltanto visto a distanza. Casella rappresenta infatti quella parte di Firenze che avrebbe potuto fare di più per lui ma che non lo fece, per timore di compromettersi. Sicché Dante finge di meravigliarsi che il suo amico d'un tempo si trovi ancora bloccato nel suo iter ultraterreno, anche se ora, in virtù del giubileo, può finalmente intraprendere la strada che lo porterà in paradiso. Dunque non per meriti propri, in quanto Casella era un pavido, ma per il bene che altri in vita gli avranno voluto, dimostrandolo con l'acquistare le indulgenze, egli si salverà.

Dante insomma sembra voglia far capire che la gente come Casella, per quanto amica fosse, non fu abbastanza coraggiosa da sostenerlo nei momenti politicamente più difficili, e anche ora che è morta non ha, secondo lui, meriti sufficienti per ottenere la grazia divina, almeno non senza un concorso esterno.

La bellezza del Canto sta però proprio in questo, che Dante, pur non apprezzando politicamente Casella, lo stima molto volentieri come artista, anche perché gli fa ricordare la sua giovinezza. In fondo deve giustificare il motivo per cui lo ha messo in purgatorio e non all'inferno, seppur nel girone più leggero. Dante fa cantare l'amico per rievocare la gioventù perduta, il ricordo della patria, e non si è risentito quando quello aveva usato le parole "t'amai" senza aggiungere altro, cioè nessun riferimento alle sue ben note e tristissime vicende politiche.

Resta strano però che Dante gli chieda se la "nuova legge" ultraterrena non gli abbia tolto "memoria o uso all'amoroso canto", avendolo già poc'anzi sentito cantare un salmo insieme alle altre anime. Dante dunque stava pensando che nell'aldilà si potessero cantare solo inni e salmi religiosi e non anche melodie più profane? E allora perché gli chiede una cosa che non potrebbe fare? O forse vuol farci capire che l'oltretomba immaginato dalla chiesa è di un'insopportabile tristezza, di una durezza assai poco umana? Gli aveva forse chiesto di cantare un canto provenzale, stilnovista, che alla chiesa d'allora poteva facilmente apparire licenzioso, solo per far capire al lettore chi era Casella? chi era stato Casella per la sua giovinezza in Firenze? Possibile che a un cattolico come Dante un canto profano possa giovare meglio alla sua stanchezza del viaggio infernale, che non un canto religioso? Li aveva sentiti cantare con gioia un salmo: perché non chiedergliene un altro? Se lo chiede anche il Pascoli: "Qual nuova legge può togliere al cantore morto di cantare d'amore?".

Pascoli dice che Casella morì da giovane, perché "gracile e malato", ed era "mesto, dolcemente mesto". Se anche il Pascoli avesse ragione, non avrebbe però saputo cogliere il motivo per cui Dante lo mette in purgatorio invece che in paradiso. La Commedia non era stata scritta da un intellettuale cattolico "organico" all'establishment, ma da un politico del partito guelfo di parte bianca, che ad un certo punto era diventato ghibellino. La Commedia era stata scritta da un uomo politicamente sconfitto, che nutriva un senso di revanche nei confronti degli avversari che l'avevano obbligato all'esilio e minacciato di morte. Nei confronti di Casella non può tenere solo un comportamento etico e religioso, deve inevitabilmente averne uno anche di tipo politico, come sempre ha fatto nel corso del viaggio infernale.

L'atteggiamento per così dire "istituzionale", nel Canto, viene tenuto dall'angelo nocchiero e da Catone, che certamente non potevano permettere a Casella d'intonare un canto amoroso. Ma anche Dante non può limitarsi a tenere un atteggiamento personale, favorevole al canto amoroso, in ricordo della passata gioventù. Dante ha bisogno di far vedere sia la propria opposizione all'istituzione ecclesiastica, di cui è però costretto a riconoscere il potere politico (espresso qui dall'angelo e da Catone), sia la propria criticità nei confronti di chi non ha voluto opporsi come lui, politicamente, al potere della chiesa. E' evidente infatti che Casella non poteva essere messo in purgatorio soltanto in quanto "cantore amoroso": se anche la chiesa romana l'avesse fatto, lui vi si sarebbe opposto, e infatti chiede a Casella di cantare un canto profano. In realtà Casella viene messo in purgatorio in quanto politicamente indifferente alle sorti dell'amico Dante. Casella era stato un cantore amoroso pavido.

Il secondo modo che usa Dante per far capire a Casella il motivo per cui s'è sentito in dovere in metterlo in purgatorio è quello di far entrare improvvisamente in scena il vecchio e dignitoso Catone, che subito accusa le anime d'essere "pigre": "che negligenza! che ritardo è questo?". Catone il suicida per amore della democrazia, l'anti-Cesare per definizione, qui rimprovera le anime di non essere abbastanza risolute nel combattere le proprie debolezze. Ecco dunque rappresentata l'etica religiosa in contrapposizione all'estetica. Il Sapegno dirà che nell'Antipurgatorio si assiste, con Casella, "alla liberazione dalla bellezza della terra"(La Divina Commedia, Purgatorio, Biblioteca Treccani, p. 411).

"Correte dunque alla montagna - grida Catone - a spogliarvi di quella scorza che impedisce a Dio di manifestarsi in voi". Queste anime umane, che avevano già sofferto sulla terra per colpa della chiesa, sono destinate a subire ancora altri rimproveri, altre imposizioni, come ben dimostra in questo Canto il fatto che, pur avendo avuto scarso gusto per la fede, quand'erano in vita, sono ora costrette a cantare inni religiosi, a dimenticare il loro passato e a non perdere tempo con l'arte. A queste ombre diafane anche nell'animo, che camminano senza saper bene la meta, occorre che qualcuno gliela indichi con precisione.

Pascoli tuttavia, da qual finissimo interprete di Dante è, s'è accorto che il momento del canto profano, intonato da Casella, era così struggente che l'interruzione da parte di Catone appare come un atto sacrilego. Pascoli aveva capito che il cattolicesimo di Dante, pur ben presente sul piano ideale, si stava progressivamente stemperando in una visione più laica della vita, favorita peraltro dalla sua permanenza presso la corte ravennate. Forse avrebbe anche potuto aggiungere che in questo Canto la laicizzazione non promana soltanto da questo attaccamento estetico, emotivo, per il canto amoroso, ma anche e soprattutto dal fatto ch'egli aveva chiesto di eseguirlo in un luogo inappropriato, secondo i canoni ecclesiastici, dove cioè i sentimenti dell'amore devono essere purificati dal fuoco della fede, dove la passione dei sensi deve stemperarsi nella contemplazione mistica della beatitudine divina.

Non c'è solo - come sostiene il Pascoli - un'esperienza nostalgica del sentimento giovanile dell'amore, ma anche la constatazione del suo fallimento come dimensione naturale della vita. Catone infatti viene a interromperlo in nome di valori ritenuti superiori, che a quello stesso amore impongono gravose espiazioni spirituali. Là dove Dante registra la vittoria della fede, deve anche registrare la sconfitta dell'amore umano, incapace di vero bene. Solo che quanto più sale verso il paradiso, tanto meno le persone appaiono reali. Vengono come mitizzate, circondate da un'aureola di santità che ne ipostatizza le virtù, quelle più conformi all'ideologia religiosa.

Ecco ora abbiamo scoperto che un Canto all'apparenza del tutto impolitico, incentrato sugli umani sentimenti, contiene in realtà un duro giudizio etico e quindi anche indirettamente politico nei confronti di chi viene giudicato bisognoso di penitenza non per aver fatto qualcosa di male, ma per non aver fatto nulla di socialmente rilevante, di moralmente significativo.

(1) La letteratura italiana. Storia e testi, vol. 61, t. II, a cura di M. Perugi, ed. Ricciardi, Milano-Napoli. Il Commento è tratto da "Conferenze e studi danteschi". (torna su)

(2) Secondo la dottrina tolemaica medievale, il sole ruota intorno alla terra, la quale è abitata per 180 gradi di longitudine, tra il fiume Gange (a est, in India) e il fiume Ebro o le colonne d'Ercole (a ovest, in Spagna), al centro dei quali sta Gerusalemme, nell'emisfero boreale. Ora, se cade il tramonto su Gerusalemme e la notte sul Gange, è evidente che sul purgatorio, che sta agli antipodi di Gerusalemme, cioè nell'emisfero australe, sono le prime ore del mattino. La differenza d'orario tra Gerusalemme e il purgatorio è di dodici ore. La costellazione citata è quella della Bilancia, che nell'equinozio di autunno, quando la notte supera la durata del giorno, non può andare di pari passo con essa, per cui questa si trova nella costellazione dello Scorpione. (torna su)

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 11-12-2018