Inferno: Canto XXXIII

Canto XXXII

Noi eravam partiti già da ello,
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l'un capo a l'altro era cappello;

e come 'l pan per fame si manduca,
così 'l sovran li denti a l'altro pose
là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tideo si rose
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l'altre cose.

"O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perché", diss'io, "per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch'io parlo non si secca".

Canto XXXIII

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: "Tu vuo' ch'io rinovelli
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand'io t'odo.

Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,

m'avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand'io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarciò 'l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se' crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti' chiavar l'uscio di sotto
a l'orribile torre; ond'io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.

Io non piangea, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: "Tu guardi sì, padre! che hai?".

Perciò non lacrimai né rispuos'io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi

e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".

Queta' mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t'apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: "Padre mio, ché non mi aiuti?".

Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid'io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond'io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno".

Quand'ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!

Ché se 'l conte Ugolino aveva voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l'età novella,
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella.

Canto XXXII

Eravamo già lontani da lui,
quando vidi due ghiacciati in una buca,
come se uno facesse da cappello all'altro;

e come si divora il pane per fame,
così quello che stava sopra aveva ficcati
i denti nel cranio di quello che stava sotto:

al pari di Tideo che rose le tempie
di Menalippo per rabbia,
così questi mordeva la nuca e le altre cose.

Sicché gli dissi: "Tu che mostri attraverso
quest'azione un odio bestiale verso costui,
spiegamene la ragione e io ti prometto

che se davvero hai motivo di lagnarti,
sapendo io chi siete voi due e il peccato di costui,
te ne ricambierò lassù nel mondo,

se la lingua non mi si seccherà".

Canto XXXIII

Allora quello sollevò la bocca dal suo fiero pasto,
pulendola coi capelli di quel capo
ch'egli aveva guastato sulla nuca.

E cominciò a parlare: "Tu vuoi ch'io ricordi
il dolore disperato che m'opprime già il cuore
solo a pensarci, prima ancora di parlarne.

Ma se le mie parole possono esser utili
a produrre infamia a costui che sto rodendo
sia pure, mi vedrai parlare e lacrimare insieme.

Io non so chi tu sia, né in che modo
sei venuto quaggiù, ma ad ascoltar
la tua parlata mi sembri fiorentino.

Ebbene devi sapere ch'io fui il conte Ugolino
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
ora ti dirò perché lo odio così tanto.

Non occorre che ti racconti come,
pur fidandomi di costui, fui per causa
dei suoi maligni intrighi incarcerato e ucciso.

Però tu non puoi sapere
quanto la mia morte fu crudele
e fino a che punto costui m'abbia offeso.

Una finestrella dentro la torre Muda,
che per causa della mia morte prese il nome
"della fame" e che sarà chiusa anche per altri,

m'aveva mostrato varie lune nuove
quando feci il sogno funesto
che mi squarciò il velo del futuro.

Vedevo costui guida e signore di una schiera
che cacciava un lupo e i suoi lupacchiotti
sul monte che impedisce ai pisani di vedere Lucca.

I Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi
erano in prima fila, scortati
da cagne magre, affamate e addestrate.

Dopo breve corsa il lupo e i lupacchiotti
erano stanchi e le cagne già dilaniavano
i loro fianchi con le aguzze zanne.

Quando, prima dell'alba mi svegliai,
sentii i miei figlioli, ch'erano con me,
piangere e chiedere del pane mentre dormivano.

Il sogno profetico che t'ho raccontato
dovrebbe bastarti a farti piangere
e, se non lo fai, davanti a cosa ti commuovi?

I miei figlioli s'erano appena svegliati
ma proprio nel momento in cui di solito
portavano il cibo a ognuno venne un dubbio.

Io sentii inchiodare la porta di sotto
dell'orribile torre, sicché guardai in faccia
i miei figlioli senza dire una parola.

Non piangevo, tanto il dolore m'aveva impietrito,
però loro sì e il mio Anselmuccio arrivò a dire:
"Padre perché ci guardi così?".

Non piansi quel giorno e non dissi neppure
una parola, e così la notte successiva,
finché spuntò di nuovo il sole all'orizzonte.

E quando si fece un po' di luce
nel doloroso carcere, vedendo il mio sguardo
riflesso nello sguardo dei miei figlioli,

per il dolore mi morsi ambo le mani;
ed essi, pensando che lo facessi per fame,
si alzarono improvvisamente

e dissero: "Padre, ci farà meno dolore
se ti ciberai di noi: tu in fondo ci hai dato
queste misere carni, tu puoi anche privarcene".

Allora mi quietai per non renderli più tristi
e stemmo tutti muti quel giorno e quello dopo:
ahi dura terra, perché non c'inghiottisti?

Ma quando fummo digiuni al quarto giorno
Gaddo mi si gettò ai piedi dicendomi:
"Padre mio perché non m'aiuti?".

E lì se ne morì. E come tu ora vedi me
così io vidi gli altri tre cadere uno a uno
tra il quinto e il sesto giorno, finché io stesso

già cieco, cominciai a brancolare sopra di loro
chiamandoli per altri due giorni,
poi finalmente venne anche il mio turno".

Quand'ebbe detto questo, con gli occhi biechi
riprese il misero teschio coi denti
che nel rodere erano forti come quelli d'un cane.

Ahi Pisa, vergogna delle genti d'Italia,
il bel paese dove suona il "sì",
poiché i tuoi vicini sono lenti a punirti,

si muovano le isole Capraia e Gorgona,
e facciano argine alla foce dell'Arno,
in modo che le sue acque anneghino ogni abitante.

Anche se fosse vera la voce che il conte Ugolino
t'aveva tradita donando alcuni castelli ai nemici,
non dovevi sottoporre i suoi figlioli alla stessa croce.

Infame Tebe moderna! La giovane età
rendeva innocente Uguccione, il Brigata
e gli altri due già nominati.


LA TRAGEDIA DEL CONTE UGOLINO DELLA GHERARDESCA

Premessa storica

Con la battaglia di Montaperti (4 settembre 1260) inizia una breve stagione di predominio ghibellino in Toscana, che si conclude con la morte dell’imperatore Corradino di Svevia a Tagliacozzo nel 1268. Dopo Montaperti, tutti i Comuni toscani, ad eccezione di Lucca, divennero ghibellini, cacciando i cittadini della fazione sconfitta, privati dei loro beni e costretti all’esilio.

Gli esiliati avevano una sola possibilità per rientrare in patria e tornare in possesso dei propri beni: costituire delle alleanze con altri Comuni della stessa fazione ed appoggiarli militarmente in caso di guerra.

Proprio come è accaduto al conte Ugolino della Gherardesca, discendente sì da una famiglia d’origine ghibellina, ma guelfo per convenienza politica e come tale cacciato da Pisa. Capo riconosciuto degli Usciti pisani, partecipò attivamente all’azione militare di Lucca e Firenze che, coalizzate in Lega, nel 1276 sconfissero ad Asciano i Pisani tanto pesantemente da costringerli a scendere a patti.

Il conte Ugolino della Gherardesca

Il conte Ugolino nacque a Pisa circa nel 1220 da una famiglia di origine sarda, i della Gherardesca, che grazie alle connessioni con la casata degli Hohenstaufen godeva di possedimenti e titoli in quella regione (allora territorio della Repubblica di Pisa) e difendeva le posizioni dei ghibellini in Italia. Questo ben si adattava alle esigenze politiche di una città come Pisa, che storicamente appoggiava l'Impero contro il Papato.

Egli era però passato alla fazione guelfa grazie a una serie di frequentazioni e a un'amicizia profonda col ramo pisano dei Visconti, tanto che una delle sue figlie andò in sposa a Giovanni Visconti, Giudice di Gallura.

Ugolino ricoprì un'importante serie di cariche nobiliari: era infatti Conte di Donoratico, secondo in successione come Signore del Cagliaritano e Patrizio di Pisa; divenne Vicario di Sardegna nel 1252 per conto del Re Enzo di Svevia.

Tra il 1271 e il 1274 guidò una serie di disordini contro il podestà imperiale ai quali partecipò lo stesso Visconti, e che finirono con l'arresto di Ugolino e l'esilio per Giovanni. Morto Giovanni nel 1275, Ugolino fu mandato in esilio – un confino terminato qualche anno dopo manu militari, grazie all'aiuto di Carlo I d'Angiò.

Nuovamente inserito nel tessuto politico pisano, il conte fu uno dei vertici politici di Pisa dal 18 aprile 1284 (come podestà) al 1 luglio 1288, giorno in cui fu deposto dal ruolo di capitano del popolo. Egli fece valere la propria formazione diplomatica e bellica: nel 1284 era uno dei comandanti della flotta della repubblica marinara, e ottenne piccole vittorie militari contro Genova nella guerra per il controllo del Tirreno che era scoppiata quello stesso anno. Partecipò anche alla battaglia della Meloria del 6 agosto 1284, dove Pisa fu pesantemente sconfitta e in seguito alla quale perse territorio e influenza, sino a tramontare definitivamente come potenza marinara.

Secondo alcune testimonianze dell'epoca, durante la battaglia, Ugolino non riuscì a concludere alcuna manovra navale, in particolare il ritiro di alcuni vascelli da una parte dello specchio d'acqua per rinforzarne altri: si convenne dunque che Ugolino stesse cercando di scappare con le forze a sua disposizione, e si generò il sospetto che fosse null'altro che un disertore.

Conclusa l'esperienza con la marina, e nonostante le accuse che gli venivano rivolte, Ugolino fu nominato prima podestà (1284) e poi capitano del popolo (1286) assieme al figlio di Giovanni Visconti, Nino di Gallura. Egli ricopriva questa carica in un momento difficilissimo per la Repubblica: approfittando infatti della semidistruzione della flotta pisana, Firenze e Lucca, tradizionalmente guelfe, attaccarono la città. Avere un vertice guelfo a capo di una città ghibellina avrebbe aumentato le possibilità di dialogo e smorzato i contrasti tra i governi, a patto di poter contare su una personalità forte.

Ugolino prese per prima cosa contatti con Firenze, che pacificò corrompendo, per mezzo delle sue cospicue amicizie, alcune alte cariche della città. In qualità di autorità influente di Pisa prese poi contatti coi Lucchesi, che desideravano la cessione dei castelli di Asciano, Avane, Ripafratta e Viareggio; pur sapendo che per Pisa si trattava di una concessione troppo ampia, essendo tali piazzeforti una serie di punti chiave del sistema difensivo cittadino, acconsentì alle pretese di Lucca, e con questa convenne in segreto di lasciarle senza difesa. Alla conclusione dell'operazione, che fattivamente poneva fine al conflitto, Pisa manteneva il controllo delle sole fortezze di Motrone, Vico Pisano e Piombino.

I negoziati di pace con Genova non furono meno dolorosi: riguardo al fallimento delle trattative esistono due versioni, probabilmente diffuse dalle fazioni politiche coinvolte. Secondo una leggenda di chiara origine ghibellina, Ugolino decise di non cedere alle richieste genovesi – il passaggio di mano della rocca di Castro, in Sardegna, in cambio della restituzione dei prigionieri pisani - per impedire il rientro di alcuni capi ghibellini imprigionati a Genova. Secondo una voce più probabilmente guelfa, alcuni tra i prigionieri avevano dichiarato, interpretando l'umore di tutti, che avrebbero preferito morire piuttosto di vedere una piazzaforte costruita dagli antenati cadere senza combattere, e se fossero stati liberati avrebbero impugnato le armi contro chiunque avesse consentito uno scambio tanto disonorevole.

Curiosamente, l'insieme delle trattative riuscì ad accontentare tutti meno i Pisani: i ghibellini cominciavano a guardare il conte come un traditore sia in battaglia che in politica, per essere passato alla parte guelfa in gioventù, per la "diserzione" della Meloria e per il sacrificio dei capi ghibellini a Genova, al momento destinati alla vendita come schiavi; i guelfi lo consideravano ambiguo, privo di una vera affidabilità per le proprie origini ghibelline, dalla concessione facile nei confronti dei nemici e troppo avido di ricchezze e potere per costituire una guida sicura per la città.

Il duovirato con Nino ebbe dunque vita breve: Ugolino decise di tradire Nino, di appropriarsi del titolo di podestà nel 1287, senza doverlo spartire con nessuno, insediandosi nel palazzo comunale, e di avvicinarsi alla maggioranza ghibellina, entrando in contatto con l'arcivescovo, nonché capofazione del patriziato e dei sostenitori dell'Impero, Ruggeri degli Ubaldini. Nino finì coll'allearsi con Fiorentini e coi Lucchesi contro i Pisani.

Nell'aprile dello stesso anno giunse a Pisa una delegazione di ambasciatori genovesi per trattare la pace e decidere sulla sorte dei numerosi prigionieri della Meloria (circa 10.000), per la cui liberazione si era deciso di abbassare il riscatto: anziché la cessione del Castro, Genova si sarebbe accontentata di una somma in denaro.

Ugolino della Gherardesca, all'apice del potere, vide però nel ritorno dei prigionieri una minaccia, tanto più che questi gli avevano giurato vendetta per il fallimento delle trattative iniziali: in risposta alla legazione, che rientrò a Genova a mani vuote, le navi pisane cominciarono ad aggredire i mercantili genovesi nell'alto Tirreno, per mano dei corsari sardi.

Per scongiurare che anche il nipote Nino diventasse una minaccia all'unità del proprio potere, fece rientrare in città alcune delle famiglie ghibelline scacciate (i Gualandi, i Sismondi e i Lanfranchi), le cui milizie si unirono a quelle dei della Gherardesca: una mossa che valse una parziale pacificazione con Ruggeri degli Ubaldini, il quale fece finta di non vedere quando il Visconti gli chiese appoggio contro le forze politiche schierate contro di lui.

Esiliato il nipote, sistemata la questione con Genova e pacificate Firenze e Lucca, il conte Ugolino, dall'alto del proprio potere ormai quasi assoluto, si permise il lusso di rifiutare un'alleanza con l'arcivescovo in un momento delicatissimo per la storia della Repubblica: dopo una serie di lotte intestine che impedirono la ricostruzione di una flotta militare, e dopo che si era indebolita proprio per questa ragione quella mercantile, nel 1288 Pisa soffriva di un drammatico caroviveri, che limitava al minimo la circolazione delle merci e soprattutto impediva il continuo e corretto approvvigionamento della popolazione. Si accusava il conte dell'inflazione delle principali derrate, oberate da gabelle insopportabili.

Le tensioni che si crearono tra le grandi famiglie pisane causarono una serie di scontri, nei quali le famiglie della maggioranza ghibellina appoggiata da Ruggeri degli Ubaldini (Gualandi, Sismondi, Lanfranchi, Orlandi, Ripafratta) si opposero con le armi alle famiglie della minoranza guelfa appoggiata dal conte (Visconti, Gaetani, Upezzinghi): entrambe le fazioni erano state aumentate nel numero dei combattenti dalla penetrazione di guelfi e ghibellini travestiti da mercanti.

Il casus belli fu la morte di un nipote dell'arcivescovo, avvenuta per mano dello stesso Ugolino, durante un violento alterco che quest'ultimo aveva avuto con un proprio nipote, difeso dall'altro. Il 1° luglio 1288, dopo avere partecipato nella chiesa di San Bastiano ad un consiglio che doveva decidere della pace con Genova, ma che si sciolse senza concludere nulla, Ugolino si ritrovò coinvolto coi suoi in una serie di violenti attacchi, in cui morì Balduccio della Gherardesca, un figlio naturale del conte.

Dopo un'accanita resistenza, sopraffatto coi suoi dai ghibellini, Ugolino si chiuse verso mezzogiorno coi familiari nel palazzo del Comune, dove rimase a difendersi disperatamente fino a sera e donde uscì solo dopo che fu appiccato il fuoco all'edificio.

Furono allora rinchiusi nella Muda, una torre di proprietà dei Gualandi, che fu una durissima prigione per Ugolino, i figli Gaddo e Uguccione, e i nipoti Anselmuccio e il Brigata (Nino), figli del suo primogenito Guelfo II. Per ordine dell'arcivescovo, nel frattempo autoproclamatosi podestà, nel marzo 1289 fu dato ordine di gettare la chiave della prigione nell'Arno, e di lasciare i cinque prigionieri morire di fame dopo nove mesi di prigionia. Dopodiché il potere di capitano del popolo venne affidato al ghibellino Guida da Montefeltro, signore di Romagna, il quale però non riuscì a impedire ai Genovesi di occupare l'isola d'Elba e di distruggere Porto Pisano. Pisa dovette rinunciare anche ai diritti sulla Corsica e sulla città di Sassari in Sardegna, benché negli anni 1301-1302 riuscì a incamerare tutti i possedimenti sardi dei discendenti di Ugolino. Successivamente gli Aragonesi crearono il regno di Sardegna e Corsica.

I corpi dei cinque sventurati furono trasportati post mortem al chiostro della Chiesa di San Francesco, sempre a Pisa, dove rimasero fino a 1902; in quell'anno infatti le spoglie dei cinque furono ricomposte e portate all'interno della Cappella della Gherardesca.

Se la biografia di Ugolino della Gherardesca è suffragata da alcune prove storiografiche, la terribile fine del conte nei suoi tragici aspetti deve la sua fama e la sua diffusione esclusivamente a Dante Alighieri, che vent'anni dopo la morte del conte, lo collocò nell'Antenora, ovvero il secondo girone dell'ultimo cerchio dell'Inferno (a metà tra i canti XXXII e XXXIII), tra i traditori. (Da notare che lo stesso Dante, a ventiquattro anni, nell’agosto del 1289, aveva partecipato al breve assedio della rocca o Torre di Caprona tenuta dai pisani).

Secondo Dante, i prigionieri morirono per inedia lentamente e tra atroci sofferenze, e prima di morire i figli di Ugolino lo pregarono di cibarsi delle loro carni. Nel poema, Ugolino afferma che più che il dolor poté il digiuno, con una doppia, ambigua interpretazione: in un caso, il conte ormai impazzito si ciba della progenie; nell'altro, resiste alla fame e lascia che sia la fame a dare il colpo di grazia a un uomo già distrutto dal dolore per la perdita dei figli.

La prima conclusione, la più terrificante, fu quella che convinse maggiormente l'ampio pubblico della Commedia, almeno inizialmente: per questa ragione Ugolino è passato alla storia come il conte cannibale e viene spesso rappresentato con le dita delle mani strappate a morsi ("ambo le man per lo dolor mi morsi", XXXIII, 57) per la costernazione, come nella scultura I Cancelli dell'Inferno di Auguste Rodin, e Ugolino e i suoi figli di Jean-Baptiste Carpeaux.

Studi più recenti hanno invece portato gli studiosi ad optare per la seconda scelta, cioè quella secondo la quale il Conte sia morto per la fame che lo opprimeva da quasi una settimana.

Nel 2002, l'antropologo Francesco Mallegni trovò quelli che vennero considerati come i resti di Ugolino e dei suoi familiari. Le analisi del DNA delle ossa evidenziarono che si trattava di cinque individui di tre generazioni della stessa famiglia (padre, figli e nipoti), e ricerche effettuate sugli attuali discendenti dei della Gherardesca portarono alla conclusione che i resti umani appartenevano a membri della stessa famiglia, con uno scarto del 2%, fatto peraltro più che ovvio trattandosi di una cappella funeraria privata.

Il paleodietologo che seguì la ricerca non crede ci sia stato alcun cannibalismo: le analisi delle costole del presunto scheletro di Ugolino hanno rivelato tracce di magnesio ma non di zinco, che sarebbe invece evidente nel caso in cui avesse consumato carne nelle settimane prima del decesso.

Risulta abbastanza evidente, invece, l'inedia di cui hanno sofferto le vittime prima della morte: Ugolino era un uomo molto anziano (più che septuagenario) ed era quasi senza denti quando fu imprigionato, il che rende ancor più improbabile che sia sopravvissuto agli altri e abbia potuto cibarsene in cattività.

Inoltre, Mallegni ha sottolineato che il più anziano degli scheletri aveva la scatola cranica danneggiata: se si trattava di Ugolino, si può affermare che la malnutrizione ha peggiorato sensibilmente le sue condizioni, ma non è stata l'unica causa di morte.

La Torre della Muda o della fame fu messa fuori uso dagli anziani di Pisa nel 1318. Prima di allora l'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo vi fece rinchiudere l'uccisore (il duca Giovanni d'Austria) del suo predecessore Alberto d'Asburgo.

fonte: it.wikipedia.org/wiki/Ugolino_della_Gherardesca

L'arcivescovo Ruggieri

Parente del cardinale Ottaviano degli Ubaldini (suo zio, cfr Inferno X, 120), l'arcivescovo Ruggieri iniziò la sua carriera ecclesiastica presso la curia vescovile di Bologna, poi nel 1271 fu chiamato dai ghibellini ravennati come arcivescovo, accanto ad un altro arcivescovo nominato dai guelfi. I contrasti tra i due però convinsero il papa ad escludere entrambi. Nel 1278 divenne arcivescovo di Pisa, città allora retta dai guelfi Ugolino della Gherardesca e Nino Visconti.

L'arcivescovo si inserì proprio quando iniziavano i conflitti tra Ugolino e Nino e inizialmente cercò di favorire i ghibellini, anche se presto, fingendosi amico di Nino, li mise l'uno contro l'altro, riuscendo a sbarazzarsi di entrambi. Guidò la rivolta, insieme con le famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, che portò alla deposizione del conte Ugolino. Secondo la versione di un cronista contemporaneo, che Dante segue, egli avrebbe fatto prigioniero Ugolino con il tradimento: certo è che lo fece imprigionare nella Torre della Muda insieme a due figli e due nipoti, nella quale essi morirono.

Per questo (o per il tradimento di Nino Visconti) Dante lo collocò tra i traditori politici, con l'aggravio della pena di avere Ugolino che gli rode il cranio in eterno, per aver condannato quattro innocenti a morire con un colpevole. La sua figura nel poema è completamente muta e assente, tanto da sembrare pietrificato nel suo supplizio.

Anche Papa Niccolò IV lo rimproverò aspramente e gli inviò anche una condanna per la sua condotta spietata contro Ugolino e i guelfi, ma il sopraggiungere della morte del pontefice impedì una qualsiasi ritorsione su di lui.

Dopo la morte di Ugolino si fece nominare podestà di Pisa (1289), ma incapace di reggere alla lotta che gli aveva dichiarato il Visconti, dovette rinunciare al suo ufficio. Continuò a vivere nella sua diocesi conservando il titolo arcivescovile, fino alla sua morte nel 1295 che avvenne a Viterbo dove si era recato da poco.

fonte: it.wikipedia.org/wiki/Ruggeri_degli_Ubaldini

Commento

Il conte Ugolino viene messo all'Inferno perché traditore, eppure viene presentato come tradito. Solo in questa terzina Dante lascia credere che fosse anche un traditore (della città di Pisa):

Ché se 'l conte Ugolino aveva voce
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Tuttavia Dante parla soltanto di "voci" e riferisce la possibilità di un tradimento all'unico fatto d'aver ceduto dei castelli al nemico. Ma perché mettere nel peggior girone dell'Inferno un politico che ha tradito la propria città cedendo dei castelli agli avversari?

Più che per essere stato traditore politico, Dante sembra mettere Ugolino in questo cerchio per essere stato un traditore nei confronti della natura umana, in quanto non è capace di perdono. E' un uomo che continua a distruggere se stesso, proprio nel momento in cui crede di poter godere vendicandosi del torto subìto, infierendo in maniera bestiale sul proprio carnefice.

Ugolino cerca di giustificare il suo comportamento ferino, ma non suscita pietà, commozione, come invece altri dannati dell'Inferno. L'odio politico l'ha trasformato in una bestia feroce. La politica l'ha reso non meno folle e cieco del suo carnefice.

Dante avrebbe dovuto interloquire anche con l'arcivescovo, per sentire la sua versione dei fatti: invece dà per scontato che il tradimento di costui sia infinitamente più grave di quello del conte. Dante legge un avvenimento storico-politico con gli occhi di un filosofo moralizzatore o di un giudice che tiene conto soltanto di motivazioni etiche. Ma se il contrappasso dell'arcivescovo appare evidente, quello del conte qual è? La sola immersione nel ghiaccio?

Diciamo che Dante, mentre condanna politicamente Ugolino, umanamente lo riabilita, poiché l'arcivescovo e gli altri ghibellini non hanno voluto fare differenza tra questioni politiche e umane. Ma lo riabilita per l'amore che provava nei confronti dei figli e dei nipoti, cioè lo riabilita come padre non come uomo.

Il fatto che Ugolino dica di essere stato tradito da uno di cui si fidava (l'arcivescovo), non sta di per sé a significare che, nell'aver fiducia di Ruggieri, il conte non partecipasse con convinzione agli intrighi di lui. Nel canto questo non appare, ma nella storia sì. Ugolino era un uomo di potere, che aveva bisogno della chiesa per poter governare con facilità. I rapporti tra i due si guastarono soltanto quando il conte, che di natura era un violento, gli uccise un nipote. Il conte infatti non mette affatto in discussione che si dovesse usare la morte per inedia come esecuzione capitale, ma semplicemente il fatto che vi venissero coinvolte delle persone innocenti.

I figli e nipoti incarcerati con Ugolino non erano affatto "infanti", come appare nel canto, ma adulti: furono catturati con le armi in mano.

Appare molto inverosimile che i due figli e i due nipoti abbiano dichiarata la propria disponibilità a essere mangiati dal conte, sia che essi fossero infanti sia che fossero adulti.

Come appare del tutto inverosimile l'interpretazione dell'ultimo verso che vede nel conte un cannibale nei confronti dei propri figli e nipoti. Non avrebbe avuto senso cibarsi della loro carne quando non esisteva alcuna possibilità di salvezza.

L'arcivescovo Ruggeri fu chiamato a Roma a rendere conto dell'operato presso la curia pontificia, ma non si sa con quale esito. Si sa soltanto che in una delle tre convocazioni fu condannato in contumacia. Morì nel 1295 a Viterbo.

Il conte Ugolino, a causa della sua morte e di quella dei suoi figli e nipoti, "fece dimenticare i di lui delitti gravissimi, e il suo nome rimase quasi unico esempio nella storia di un tiranno che ispira pietà e che viene punito dal suo popolo più severamente che non meritassero le sue colpe" (Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, di Jean-Charles-Léonard).

L'invettiva di Dante contro Pisa ha dell'incredibile: spera che tutti gli abitanti muoiano affogati. I due protagonisti del canto sembrano in realtà emblematici dell'intera città. Cioè proprio nel momento in cui dovrebbe avere pietà di un uomo che per rancore e vendetta si è trasformato in una bestia assetata di sangue, si mette al suo stesso livello e invoca la totale distruzione della città.

Scheda su Dante Alighieri - De Vulgari Eloquentia - Dante e Ulisse - Paolo e Francesca - I papi simoniaci - Casella - Selva oscura - Canto II Inferno - Ignavi - Ciacco - Avari e prodighi - Filippo Argenti - Farinata - Vita Nuova


Fonti

Opere di Dante Alighieri

La critica

SitiWeb

Film

  • Il conte Ugolino, film diretto da Giuseppe de Liguoro (1908)
  • Il conte Ugolino, film diretto da Riccardo Freda (1949)

Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 11-12-2018