DANTE E IL DE VULGARI ELOQUENTIA

E' meglio che mi riprendano i grammatici
anziché non mi comprenda la gente.
Agostino d'Ippona

Premessa sulla storia della lingua

Già nella seconda metà del I secolo Quintiliano doveva amaramente constatare: "sembra che il parlare comune abbia una sua natura, diversa da quella del discorso dell'individuo colto". I romani infatti ci avevano messo cinque secoli prima di eliminare la ricchezza linguistica del nostro paese, e quando furono convinti d'esservi riusciti, non poterono far nulla di fronte al progressivo scollamento tra latino scritto e volgarizzamento orale, dovuto alla crescente infiltrazione nell'impero da parte di culture, genti, religioni non latine, non occidentali.

Nella seconda metà del VI secolo era ormai diventato un lusso per pochissimi scrivere nel latino classico. Dopo il crollo dell'impero, nella parte orientale, che pur continuò per altri mille anni le tradizioni latine associandole a quelle elleniste, tornò in auge il greco; nell'area anglosassone prevalsero le lingue germaniche; nella fascia nordafricana si andrà sviluppando l'arabo; nella penisola balcanica lo slavo. Il latino scritto resterà nel diritto, nella filosofia e teologia cattolico-romane.

Tuttavia, nonostante la formazione delle cosiddette "lingue romanze", la chiesa di Roma, con la rinascita carolingia promossa dal monaco anglosassone Alcuino di Yorkm grande consigliere culturale di Carlo Magno, si ripristinò il latino scritto nelle forme classiche, separandolo completamente dal volgare. Il potere politico-religioso cominciò a servirsi dello strumento della lingua scritta come di un'arma strategica con cui tenere sottomesse le genti illetterate, le masse contadine analfabete.

Ufficialmente si sosteneva che tale comportamento era dettato dalla persuasione che il volgare fosse un modo di esprimersi rozzo, primitivo, estraneo a qualsiasi regola, da non poter reggere il confronto col latino, che invece era un sistema linguistico perfetto, immutabile, armoniosamente guidato da regole grammaticali. Il volgare andava bene per parlare o per scrivere qualche appunto, ma se si doveva scrivere qualcosa d'importante, di artistico o di solenne bisognava ricorrere al latino, l'antica lingua dei dotti e degli artisti.

La decisione fu talmente antistorica che persino negli ambienti ecclesiastici franco-tedeschi (come dimostra il concilio di Tours dell'813) si esortavano i vescovi a tradurre le omelie dal latino "alla lingua romana rustica o al tedesco". Il latino medievale veniva infatti usato quasi esclusivamente dai chierici (clero regolare e secolare).

I primi documenti in volgare erano stati scritti da intellettuali che conoscevano perfettamente il latino, e in genere si riferivano a contratti commerciali, rapporti giuridici, testamenti, regole comuni ecc. Il primo esempio di volgare italiano è il celebre "indovinello veronese" del sec. VIII o IX, formulato molto probabilmente da un amanuense: "Se pareba boves, alba pratalia araba, albo versorio teneba, negro semen seminaba" ("Spingeva avanti i buoi (le dita), arava un campo bianco (il foglio di carta), teneva un bianco aratro (la penna d'oca), seminava un seme nero (l'inchiostro)".

La svolta eccezionale della Commedia dantesca fu preceduta da molti tentativi di mettere per iscritto il proprio volgare. Dalle Glosse al Corpus giustinianeo da parte del bolognese Irnerio (1055-1125), alle Laudi di Jacopone da Todi e al Cantico di frate sole di Francesco d'Assisi, scritte nel dialetto umbro. Del secolo XII sono ben noti i 22 Sermoni subalpini, scritti in una lingua che, come tutte quelle della Padania, era influenzata dal franco-provenzale.

In quello stesso secolo infatti si era andata affermando, nelle corti feudali del sud della Francia, la poesia dei "trovatori", cantori del cosiddetto "amor cortese", che applicava al rapporto d'amore fra uomo e donna le regole della società feudale: la donna era rappresentata come un signore feudale e l'uomo che l'amava era rappresentato come il suo vassallo. La grande novità di questa esperienza poetica stava nel fatto che essa non si svolgeva in latino ma in una lingua neolatina: il provenzale, lingua materna dei trovatori parlata nel sud della Francia.

L'idea di scrivere poesie d'amore non più in latino ma nel proprio volgare materno ebbe ben presto successo, e trovò poeti che l'applicarono prima nella Francia del nord, poi in Germania e nella penisola iberica, e finalmente anche in Italia, per la precisione in Sicilia, alla corte di Federico II di Svevia, imperatore e re d'Italia dal 1220 al 1250. I funzionari del sovrano - scienziati, astronomi, filosofi e giuristi di alto livello - amavano comporre poesie a imitazione dei trovatori provenzali. Le scrivevano in un siciliano elegante, liberato dai tratti dialettali più forti e arricchito da parole prese in prestito dal latino, dal greco, dall'arabo e dallo stesso provenzale. Per questo, anche se non provenivano tutti dalla Sicilia, questi poeti furono indicati come poeti "siciliani". La loro fu una vera rivoluzione culturale: per la prima volta in Italia il volgare era stato utilizzato per scrivere opere di alta poesia, e non testi di utilità pratica. Il loro esperimento fu ben presto imitato dai toscani e in parte dai bolognesi.

Premessa sul De Vulgari Eloquentia

Nel corso del XIII secolo l'esempio dei poeti "siciliani" fu seguito da molti altri artisti italiani, e culminò nell'esperienza del più grande scrittore che l'Italia abbia mai avuto: Dante Alighieri (1265-1321). Fu lui il primo che pose il problema di una lingua nazionale "volgare", cioè non "latina", e che elaborò un tentativo, non riuscito, per risolverlo.

Il testo in cui parla di questo argomento è De Vulgari Eloquentia (Sulla retorica in volgare), scritto in esilio, a più riprese, dal 1304-5 sino al 1308, in latino, rivolto ai letterati di professione, di estrazione borghese (gli intellettuali in genere, abituati a leggere in latino i trattati filosofici, i rimatori forniti di cultura e d'ingegno...): è quindi un'opera specialistica. Doveva essere in quattro libri ma si interrompe al cap. XIV del II° libro, probabilmente a causa della composizione della Commedia. La prima pubblicazione a stampa è quella curata da Jacopo Corbinelli a Parigi nel 1577.

In esso Dante si rifà a quell'esigenza di unità linguistica, culturale e nazionale che molti intellettuali, anche prima di lui, sentivano in varie parti d'Italia. Lo scopo del trattato è quello di definire un idioma volgare che possa conseguire un'alta dignità letteraria, elevandosi al di sopra delle varie parlate regionali e sottraendosi all'egemonia del latino. Dante era convinto che i tempi fossero maturi per trattare temi di alta cultura e di alta poesia anche in lingua volgare (dal latino "vulgus"=popolo). In tal senso possiamo dire ch'egli fu il primo in Italia a interessarsi di linguistica.

Dante non si limitò a dimostrare con i fatti, attraverso le sue opere in poesia e in prosa scritte in volgare fiorentino, che il volgare poteva essere usato per fini d'arte senza che sfigurasse rispetto al latino; volle anche teorizzare questa persuasione scrivendo un trattato di retorica e di filosofia del linguaggio interamente dedicato al volgare italiano.

Il trattato, che avrebbe dovuto essere una specie di enciclopedia dell'arte di esprimersi in volgare, raccoglie tutte le scoperte fatte dai filosofi del linguaggio in Europa nel corso del Medioevo; inoltre, offre molte idee e spunti originali sulle lingue in generale e sul volgare italiano in particolare. Dante è ben consapevole che questa sua riflessione è una grande novità, e nel capitolo d'apertura del testo lo dichiara esplicitamente.

Da notare che negli anni in cui compose il De vulgari eloquentia, Dante tributò un omaggio al volgare anche in un'altra sua opera di cultura generale: il Convivio, scritto in volgare e rimasto anch'esso incompiuto. Il titolo dell'opera riprende la parola convivium, che in latino significava "banchetto". Con questa metafora Dante intendeva presentare il suo trattato come un banchetto di sapienza: le "vivande" del banchetto erano alcune poesie di contenuto filosofico da lui stesso composte, mentre il "pane" che accompagnava le vivande erano alcuni commenti in prosa alle poesie.

Dante invitava a nutrirsi di questo cibo raffinato tutti gli uomini e tutte le donne nobili d'animo che per vari motivi non avevano potuto coltivare gli studi: non i nobili di sangue né i dotti, per lo più religiosi, che conoscevano il latino, ma i più numerosi borghesi, che con la loro intraprendenza e il loro spirito d'iniziativa avevano fatto la fortuna della società comunale. Proprio pensando a costoro Dante aveva scritto il suo trattato in volgare anziché in latino.

Certo il latino, poiché era una lingua perfetta, artificiale e immutabile, ancora era più sofisticato del volgare; ma ormai esso era conosciuto soltanto da pochi privilegiati. Il volgare, invece, era conosciuto da tutti, e tutti avrebbero potuto contribuire a migliorarlo: presto, secondo Dante, esso sarebbe diventato un "sole nuovo" capace di oscurare il latino, destinato a un tramonto inarrestabile.

Il primo libro del De Vulgari Eloquentia tratta la natura, l'origine, la storia del linguaggio, la sua differenziazione e distribuzione geografica, la situazione delle lingue romanze e dei dialetti italiani e, in relazione a questi ultimi, la formulazione del concetto di volgare illustre. Il secondo è più rivolto alla retorica e alla stilistica.

Il tema principale del II libro (o meglio della parte che Dante ha effettivamente scritto) è il volgare illustre da usare in poesia. Dante si occupa degli autori che possono adoperarlo, e poi dei temi, della forma metrica e dello stile che gli si confanno. Il volgare illustre non è una lingua adatta a tutti e a tutti gli argomenti. Possono usarlo solo i migliori fra i poeti e i prosatori, e solo per parlare di argomenti legati alle esperienze più alte dell'uomo: virtù politiche e militari, amore, qualità morali. Chi voglia scrivere poesie nello stile più alto (detto "tragico" o "sublime") dovrà scegliere con accortezza le forme metriche, i tipi di versi, le costruzioni sintattiche e perfino i vocaboli da adoperare.

Su tutta questa materia Dante offre una gran quantità di indicazioni, e altrettante ne avrebbe offerte nel III e nel IV libro, se mai li avesse scritti. Visto che il II libro è dedicato alla poesia volgare illustre, il III avrebbe dovuto essere dedicato alla prosa volgare illustre. Nel IV, invece, Dante si sarebbe occupato del volgare mediocre e di quello umile, cioè di due varietà di volgare di livello meno elevato di quello illustre.

Sintesi del De Vulgari Eloquentia

I) Per Dante è più "nobile" la lingua parlata che quella scritta, perché più antica e naturale, mentre la grammatica (il latino) è artificiale e per un'élite. La lingua orale si apprende per imitazione, quella scritta solo studiandola. "Grammatica" e "latino" allora coincidevano, pur essendo la prima una parola d'origine greca indicante una specifica disciplina. In occidente serviva a distinguere gli intellettuali dagli analfabeti, in grado di parlare solo in volgare. Oggi tuttavia sappiamo che il latino non è affatto una lingua artificiale, ma una lingua storico-naturale come i tanti "volgari" parlati in Europa nel Medioevo, con la differenza che il latino, diversamente dai volgari d'Europa, aveva avuto da secoli una fissazione scritta (attraverso la stesura di importanti opere letterarie) e una sistemazione (grazie alla pubblicazione di numerosi trattati grammaticali). Per gli intellettuali europei del tempo di Dante, invece, il carattere artificiale del latino era un fatto certo. Ma mentre per loro questo era un pregio, Dante lo giudicò un limite, in quanto riteneva il volgare all'altezza del latino.

II) L'uso della parola distingue l''umano da tutti gli esseri viventi, poiché agli animali è sufficiente l'istinto e gli angeli non hanno bisogno di manifestare il loro pensiero, essendo già "trasparente" all'intelletto altrui. Quando si è "specchio" dell'altro il parlare è superfluo. Ogni altro essere vivente al massimo imita il suono della parola umana, senza comprendere affatto il vero significato, se non in maniera elementarissima.

III) La parola serve per capirsi, essendo il nostro spirito racchiuso in un corpo opaco. E la parola si serve del suono perché viene percepita attraverso e la ragione e i sensi. La principale parola è quella che si trasmette attraverso il suono.

IV) Chi fu il primo uomo a parlare? Dante dice che leggendo la Genesi fu una donna, Eva, nel suo rapporto col serpente, ma poi fa capire - influenzato dal maschilismo allora imperante - che un'azione così nobile non può essere stata fatta dalla donna prima che dall'uomo.

Influenzato inoltre dalla cultura religiosa del tempo, Dante sostiene una seconda sciocchezza, e cioè che la prima parola sensata detta dall'uomo fu "El", cioè Dio (come in un certo senso il neonato dice "mamma").

Anche quando non scrive di poesia Dante non può fare a meno di fantasticare. Naturalmente egli si sente in obbligo di precisare che Dio non può aver parlato all'uomo così come l'uomo gli ha risposto, proprio perché se l'uomo avesse potuto ascoltarlo nella stessa maniera degli angeli, Dio non avrebbe neppure avuto bisogno di parlargli.

Ecco a quali assurdità si può andare incontro interpretando alla lettera un racconto come quello del Genesi. Cosa che d'altra parte ancora oggi viene fatta da molti clericali, ivi inclusi quelli che cercano "disperate concordanze" con le scoperte scientifiche più recenti.

D'altra parte nella ricostruzione della storia dell’umanità da Adamo alla confusione babelica, Dante rielabora argomentazioni che rinviano ai classici commenti alla Genesi diffusi nel Medioevo, dai testi di Sant’Agostino alle glosse di Rabano Mauro e Pietro Comestore. In tutti questi autori era ormai consuetudine impostare la ricerca sulle origini del linguaggio e sulla storia degli idiomi assumendo l’autorità della Genesi come punto di riferimento.

V) E' la religione a qualificare l'essere umano, precisa Dante: gli animali, non essendo a immagine divina, non hanno religione. Sicché per l'uomo è più importante "essere sentito" che "sentire", cioè percepirsi diverso dall'animale, sentirsi in correlazione con qualcuno, che non avere semplicemente l'udito per ascoltare i suoni.

Il dono più importante che Dio fece all'uomo, nel giardino dell'Eden, fu proprio il linguaggio, perché è proprio l'uso di questo che implica una prossimità col creatore.

VI) Ma quale fu il primo linguaggio usato dall'uomo? Non certo quello che uno apprende nel luogo natìo, e neppure una di quelle lingue che si formò dopo l'esperienza della torre babelica. Dunque la prima lingua usata fu quella della Bibbia, e cioè l'ebraico.

VII) Prima della torre di Babele non esisteva la molteplicità delle lingue. Fu con la costruzione collettiva della torre, in cui prevaleva la specializzazione dei mestieri e quindi la diversa provenienza geografica dei materiali da lavoro e degli stessi lavoratori, che si formò la confusione delle lingue.

Chi invece non lavorò a quella costruzione, conservò intatto il proprio linguaggio. Dante in sostanza vuol dire che la nascita della civiltà commerciale, che comportò la specializzazione delle arti, determinò la fine dell'unità linguistica, e quanto più le arti erano specializzate tanto più barbaro era il linguaggio degli uomini.

Sotto questo aspetto in Dante emerge un aspetto innovativo rispetto agli intellettuali del suo tempo, e cioè l'idea ch'esista una naturale instabilità delle lingue nello spazio e nel tempo, a causa dalla mutabilità delle convenzioni umane. L’esistenza di una molteplicità di idiomi in continua evoluzione, più che essere ricondotta alla punizione divina contro gli ideatori della torre di Babele, viene dedotta da un dato antropologico universale e considerata, quindi, un fattore naturale.

VIII) Dopo l'esperienza babelica gli uomini si dispersero in tutto il pianeta. In oriente si formarono le razze e i tre principali gruppi linguistici che caratterizzano l'Europa, basati sulla tripartizione geografica del continente: mondo germanico a settentrione, mondo romanzo a meridione e mondo greco in una via di mezzo tra oriente e occidente.

La parte nord dell'Europa andava dalle foci del Danubio alle coste atlantiche della Gran Bretagna. Spagnoli, Francesi e Italiani erano a sud di questa linea di demarcazione, e fra questi ultimi popoli le lingue si distinguevano in tre principali idiomi: Oc, Oil e Sì. Notevole, in tal senso, l’intuizione della comune origine delle lingue romanze, che pure Dante contrappone al latino, lingua artificiale per eccellenza.

  • Oc (hoc est = questo è) è l'idioma della Francia meridionale (provenzale, l’occitanico) e della Spagna settentrionale, e arriva sino a Genova.
  • Oil (l'attuale oui) è l'idioma della Francia settentrionale (esclusa la Bretagna), lungo una linea di demarcazione linguistica estesa da Amiens a Lione (come noto alle varietà della lingua d'oil occorre aggiungere l'anglo-normanno, introdotto in Inghilterra dalla conquista normanna del 1066 come lingua letteraria e dell'amministrazione).
  • Sì (sic est = così è) è l'idioma italiano.

Il latino non è per Dante una lingua-madre o capostipite, ma la grammatica inalterabile per mezzo della quale i popoli riescono a intendersi al di sopra degli idiomi particolari, essendo nata col proposito di ricostituire una lingua internazionale e veicolare che permettesse di riparare le conseguenze più deleterie della confusione babelica. E' quindi il prodotto di un'alta elaborazione logica, in quanto possiede una struttura grammaticale rigidamente definita e serve alla comunicazione dei concetti più complessi e difficili del sapere. In tal senso il periodo migliore per gli italiani è stato, secondo Dante, quello romano-imperiale. Tuttavia egli rovescia i tradizionali criteri di valutazione dichiarando che il volgare è più nobile del latino.

IX) Secondo Dante i tre principali idiomi europei: Oc, Oil e Sì, hanno una medesima radice. Il che però non significa che ogni idioma, preso singolarmente, sia rimasto sempre immutato; al contrario, esso si è continuamente evoluto. Lo dimostra il fatto che ad un certo punto, all'interno di ogni singolo idioma, sono sorte le grammatiche, aventi lo scopo d'impedire l'arbitrio dei singoli.

X) Dante si chiede quale dei tre idiomi europei sia il migliore. Gli scrittori in Oil dicono che la prosa migliore è la loro: i libri delle gesta dei Troiani e dei Romani, le favole di re Artù..., insomma i romanzi dei cicli cortesi, la cui produzione fu davvero ricca e di valore. Gli scrittori in lingua d'Oc dicono che la poesia (lirica volgare) è nata da loro. Ma anche quelli italici dicono d'essere anzitutto poeti, con una musicalità del verso superiore a quella dei trovatori provenzali, e d'aver più cognizione di tutti in grammatica, cioè nell'uso del latino.

Evitando di rispondere su questo argomento, Dante preferisce limitarsi ad analizzare le lingue d'Italia, che sono più di mille e molto diverse tra loro.

XI) Ma qual è il volgare più colto e illustre d'Italia? si chiede Dante, dopo aver distinto i 14 gruppi principali di volgare (i dialetti) in due gruppi secondo i due versanti tirrenico e adriatico dell'Appennino. Di sicuro non il romano, che è "il più turpe", essendo i romani, per i costumi, "sopra a tutte le genti corrottissimi".

Senza dar troppe spiegazioni, Dante liquida subito anche i milanesi e i bergamaschi, gli aquileiensi e gli istriani, nonché tutte le loquele "montanine e rusticane", e anche i sardi "che non sono italici", in quanto "privi di un loro proprio volgare e imitatori di grammatica". In realtà la lingua sarda è quella che si avvicina di più alla lingua romana rustica del mondo latino.

XII) Quanti volgari restano? Anzitutto quello siciliano, importantissimo perché qui è nata la rima poetica (la canzone, il sonetto, la tenzone). Tuttavia - dice Dante - se questo volgare fu illustre al tempo di Federico II di Svevia e di Manfredi, a partire da Carlo d'Angiò s'è imbarbarito; senza poi considerare - prosegue Dante - che qui si parla di volgare scritto, quello degli intellettuali di corte (p.es. Guido delle Colonne e Giacomo da Lentini), poiché quello degli isolani è sempre stato barbaro.

Anche i pugliesi, quando parlano, sono barbari, seppure nello scritto abbiano tradizioni illustri.

XIII) Anche fra i toscani vi sono stati eccellenti letterati in volgare (Guido Cavalcanti, Lapo Gianni, Cino da Pistoia e Dante stesso). Tuttavia la loro parlata non è certo illustre, anzi è turpiloquium, e "infroniti" (dissennati) sono coloro che, solo perché parlanti, lo ritenevano il dialetto migliore. E la parlata dei genovesi, dominata dalla zeta, è anche peggio.

XIV) Sul volgare romagnolo il giudizio è opposto: contiene aspetti troppo femminili (a Forlì, dove visse nel 1302, spesso s'usavano espressioni come "oclo meo" e "corada mea", cioè "occhio mio" e "cuoricino mio") e altri talmente rudi da far pensare che le donne siano in realtà degli uomini. Giudizio altrettanto negativo è per tutti i dialetti veneti.

XV) Dante fa l'elogio del bolognese: una "leggiadra loquela", lo definisce, poiché si è formato come sintesi dei volgari delle città confinanti: Ferrara, Modena, Imola ecc. Tuttavia il bolognese non è aulico né illustre, tant'è che nessuno lo usa per poetare: vi si sono allontanati i più grandi poeti di quella terra, da Guido Guinizzelli a Guido Ghislieri, da Fabruzzo a Onesto.

E meno ancora sono illustri le parlate delle città confinanti con paesi stranieri, come Trento, Torino, Alessandria, troppo influenzate da idiomi non italici, e quindi impure.

XVI) Dante insomma ritiene che nessuno dei volgari italici possa aspirare a diventare il linguaggio eletto, illustre, comune a tutti i letterati italiani, e tuttavia bisogna avere sul piano linguistico un punto di riferimento comune, onde permettere ad ogni lingua di confrontarsi. Anche il migliore dei volgari locali (il bolognese) resta uno strumento adatto alla comunicazione quotidiana, non certo la lingua ornata ed elegante da adoperare nell'alta letteratura. Gli unici che, secondo Dante, si sono avvicinati al volgare illustre sono i migliori poeti italiani della sua generazione e delle precedenti: i poeti della già ricordata scuola siciliana e gli esponenti del cosiddetto "Dolce stil nuovo" (un movimento poetico che si sviluppò soprattutto a Bologna e a Firenze tra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento, di cui fece parte lo stesso Dante).

La lingua nazionale si sarebbe potuta facilmente avere in Italia - secondo Dante - se ci fosse stata l'unificazione nazionale: in questo caso, alla corte del sovrano si sarebbero riuniti gli ingegni migliori di tutta la nazione, e dal loro contatto quotidiano sarebbe nata una lingua che, senza identificarsi con un dialetto particolare, avrebbe ritenuto il meglio di tutti. Non essendo politicamente possibile l'unità, in quanto i molti regni non riuscivano a fare un unico reame, il volgare illustre non poteva essere il prodotto di fattori storici e naturali, ma solo una costruzione artificiale di scrittori, poeti, ecc., appoggiati dai loro rispetti governi: una lingua scritta, non parlata, o parlata solo in ambienti molto ristretti, da persone di rango elevato.

Si badi, Dante avrebbe voluto un volgare illustre non come sintesi suprema delle espressioni e delle parole più raffinate dei vari dialetti, ma come risultato di una progressiva liberazione dai limiti municipali delle varie parlate, dalle necessità pratiche e contingenti che rendono i vari volgari di scarsa dignità letteraria. Il volgare illustre doveva diventare il prodotto di un processo di depurazione delle forme rozze dialettali che ciascun poeta e scrittore doveva compiere nei confronti del proprio dialetto, al punto da determinare, nelle varie regioni, risultati abbastanza simili.

XVII-XVIII) Nel suo trattato Dante si preoccupa di fornire tutte le indicazioni utili a individuare e adoperare efficacemente questo volgare di prima qualità. Egli lo definisce con quattro aggettivi: "illustre", "cardinale", "aulico" e "curiale".

  • Illustre perché illumina i dotti che lo adoperano e a sua volta è illuminato dalle loro opere (illustrare in latino significava anche "illuminare", "dare luce"), ma qui può anche voler dire "purificare" (da lustrum), cioè "muovere gli animi", secondo la metafisica neoplatonica della luce; insomma "illustre" perché raffinato dai rozzi vocaboli, accenti e costruzioni dei volgari municipali, nonché reso chiaro, perfetto e di urbana finezza.
  • Cardinale perché è il punto di riferimento di tutta la famiglia dei volgari italiani (come la porta gira intorno al cardine, così i volgari italiani girano intorno al volgare illustre); un volgare è "cardinale" anche quando a livello locale gli girano attorno le minori parlate locali, i volgari municipali.
  • Aulico perché, se in Italia ci fosse una corte regale (detta in latino aula) esso sarebbe il volgare parlato nel Palazzo;
  • Curiale perché adatto all'uso di un'assemblea legislativa o senato o tribunale, quell'insieme di funzionari che lavorano sotto la guida di un Principe; curiale perché proprio della "curia" italiana, cioè di quella comunità spirituale e civile, politicamente dispersa nelle sue membra, ma idealmente unita per ingegno culturale; “curiale” anche in quanto norma e misura di ogni locuzione, quindi "razionale".

XIX) Il compito che si pone Dante è quello di chiarire quale forma debba avere un volgare che pretenda d'essere "illustre". Anzitutto è necessario che il poeta sia un intellettuale a tutto tondo, cioè deve possedere "ingegno e sapienza". Solo così potrà unire le cose superiori a quelle inferiori senza apparire indegno.

Dante poi sostiene che solo gli argomenti più significativi (le "materie eccellenti") vanno trattati nel volgare illustre. Ciò che rende significativi tali argomenti sono il fatto d'essere utili agli esseri umani (la forza, la prodezza delle armi), d'essere piacevoli o dilettevoli (l'amore), e d'essere virtuosi, cioè etici. Tra i cultori della materia politica e guerresca (filone non ancora rappresentato nella lirica italiana), Dante ricorda il provenzale Bertran de Born, tra quelli della materia amorosa Arnaut Daniel e Cino da Pistoia, tra quelli della materia etica Guiraut de Bornelh e se stesso

Decisi gli argomenti, ora van decisi i modi di esporli: canzoni, ballate o sonetti? Dante mette al primo posto la canzone, in cui la rima è d'obbligo. Anche la ballata ha la rima, ma ha bisogno di suonatori. Da ultimo viene il sonetto.

Una canzone deve per forza avere uno stile elevato tragico e basarsi su temi filosofici, etici, religiosi più impegnativi, mentre lo stile medio o comico si addice alla ballata o alla commedia, con personaggi plebei e linguaggio popolare, e infine quello umile o allegorico è proprio dell'elegia, un genere intimo, soggettivo, atto a manifestare i travagli dell'anima: intenso senza clamore, appassionato senza enfasi. Il sonetto, dal canto suo, non arriva mai alle vette della canzone. Dante comunque riprende il consiglio oraziano, secondo cui, nella scelta del genere e del tema da trattare, è opportuno misurarsi con le proprie forze.

Scendendo a trattare in dettaglio dello stile tragico, Dante indica come sue componenti essenziali la profondità del pensiero, la magnificenza dei versi, l’elevatezza dei costrutti e l’eccellenza dei vocaboli.

Lo stile tragico richiede grande perizia nella sintassi, nel lessico, nella scelta della struttura dell'opera (divisione dei canti, disposizione delle parti, numero dei versi ecc.) e non può essere scritto in una metrica diversa dal pentenario o dal settenario o dall'endecasillabo (quest'ultimo è generalmente ritenuto il migliore per durata ritmica, per capacità di pensiero, di costrutto e di vocaboli).

La canzone tragica, usando l'endecasillabo rimato, può trattare cose di altissimo livello, i grandi problemi dell'umanità. In tal senso si potrebbe dire che se il De vulgari eloquentia non fosse stato scritto dopo la Divina Commedia, si sarebbe posto come una sua grande premessa epistemologica.

Nella Divina Commedia Dante diede il primo esempio di come fosse possibile usare il volgare (in questo caso il fiorentino) ottenendo effetti poetici di grande valore e affrontando astratti problemi filosofici, politici, culturali. Il Petrarca e il Boccaccio proseguono sulla strada da lui indicata. Qui tuttavia va precisato che la lingua della Commedia è il fiorentino parlato medio e non tanto il volgare illustre di Firenze: si può anzi dire che l'opera sia plurilinguistica, a causa dei suoi molti gallicismi, latinismi, lombardismi, idiotismi vari e neologismi.

In tal senso vi è contrasto con quanto detto nell'ultima parte del De vulgari eloquentia. Dante infatti ad un certo punto s'era chiesto quali potessero essere i vocaboli più giusti per scrivere una canzone. Ebbene le eccezioni poste sono così tante che alla fine vien da chiedersi chi mai potesse scrivere alle condizioni da lui poste (Dante riconosce come pertinenti allo stile tragico solo i vocaboli "pettinati" e "villosi").

Dopo la morte del Petrarca (1374) e del Boccaccio (1375), per un secolo circa, i letterati italiani più colti interrompono l'iniziativa intrapresa nei primi decenni del Duecento di scrivere in volgare e ritornano al latino, non a quello medievale ma addirittura a quello classico della Roma antica. Di qui il disprezzo per quelle opere di Dante, Petrarca, Boccaccio, ecc. scritte in volgare (benché Petrarca e Boccaccio, ad es., per il loro tormentato distacco dalla scala di valori umani e spirituali del Medioevo anticipassero in un certo senso i temi dell'Umanesimo).

Commento al De Vulgari Eloquentia

La cosa più curiosa di questo trattato è che Dante, per fare l'apologia del volgare illustre, sceglie l'antivolgare per eccellenza: il latino. La motivazione è ch'egli intende rivolgersi ai "letterati". Dunque, il volgare parlato da operai, artigiani, contadini, commercianti… poteva trovare per Dante una legittimazione all'esistenza letteraria solo se veniva sanzionato da quel ceto di intellettuali che quando scrive usa il latino proprio per tenersi lontano dal popolo!

Cioè da un lato egli aveva perfettamente capito l'importanza culturale degli idiomi popolari, dall'altro però ne ridimensionava la rilevanza sociale. Quegli idiomi, più che al popolo, tornavano utili alle esigenze letterarie degli intellettuali, che non potevano vivere divisi tra "contenuto presente" e "forma passata".

Alcuni critici hanno giustificato la scelta del latino dicendo che Dante, in realtà, era incerto su quale tipo di volgare chiedere agli intellettuali di usare per poter scrivere di alta poesia; egli cioè non si pose il problema dell'unificazione linguistica degli italiani.

Ma questa interpretazione è riduttiva. Dante infatti non era solo un letterato, ma anche un politico e se, come politico, aspirava all'unificazione territoriale sotto l'egida imperiale (l'unica che secondo lui avrebbe potuto far superare gli antagonismi fra le Signorie), era davvero impossibile che non avvertisse, come letterato, il problema dell'unificazione linguistica (che il latino da tempo non era più in grado di garantire, se non appunto a livello di ceti intellettuali molto ristretti).

Semmai lo si deve criticare su un altro piano, quello di aver pensato a una "unificazione linguistica" come prodotto non di quella "sociale" delle varie popolazioni, che avrebbero dovuto politicamente liberarsi delle barriere artificiali che le dividevano, ma come prodotto di quella del ceto intellettuale, che avrebbe deciso del tutto autonomamente a quale volgare dare la canonicità: operazione questa che, senza un contestuale rivolgimento politico che unificasse la penisola, sarebbe stata assolutamente irrealizzabile. E anche quando fu resa possibile alla fine dell'Ottocento, essa si concluse in maniera del tutto arbitraria, penalizzando le parlate di origine non fiorentina, trasformando così il neonato italiano in un figlio privilegiato del vecchio latino.

Un'altra cosa curiosa del trattato è che da un lato Dante vuol far l'apologia del volgare illustre (con cui sostituire il latino), dall'altro sottopone a critica serrata tutti i volgari della penisola, senza salvarne alcuno in particolare. Cioè invece di mostrare agli intellettuali i meriti, i pregi di questo e quel volgare, li squalifica en bloc, mettendo una seria ipoteca sull'utilità del trattato stesso. Persino il toscano (cioè la sua stessa lingua, quella che aveva usato per cantare le lodi di Beatrice) viene definita col termine di turpiloquium. Dunque perché atteggiamenti così contraddittori?

Qui si ha l'impressione che Dante misurasse il valore di tutti i volgari italiani col metro del proprio volgare. Egli infatti riteneva sì il toscano un turpiloquium, ma da esso ovviamente escludeva la produzione letteraria degli stilnovisti e, in particolare, la propria (anche se poi si cela dietro la falsa modestia di non citarsi mai per nome o citarsi come amico di Cino da Pistoia).

Probabilmente il trattato non era rivolto, in astratto, al ceto degli intellettuali, ma, in concreto, a qualche corte principesca che, politicamente forte, sapesse poi far valere su un territorio abbastanza grande, il più grande possibile, la superiorità del volgare letterario di Dante. "La bilancia capace di soppesare [le azioni da compiere] -egli afferma- si trova d'abitudine [?] solo nelle curie più eccelse". A suo giudizio, infatti, occorreva scegliere un volgare piuttosto che un altro rispettando le condizioni "politiche" della "curialità" e "aulicità".

Dante mescolava di continuo i piani "letterario" e "politico", oppure li distingueva tenendoli però sempre ben presenti nell'economia delle sue trattazioni. Qui abbiamo a che fare con un genio letterario di altissimo livello (cosciente di esserlo), politicamente su posizioni tardo-feudali, cioè lontano dalla sensibilità borghese emergente. L'animo di Dante è terribilmente aristocratico.

A causa delle esigenze democratiche del suo tempo egli non poteva sostenere che il suo volgare letterario era il migliore di tutti (anzi, a causa dei risentimenti personali dovuti all'esilio egli non volle neppure sostenere che il fiorentino era il migliore di tutti: qui il Machiavelli ha perfettamente ragione); tuttavia, egli, in nome del suo idealismo aristocratico, pretende che l'unificazione linguistica avvenga non con mezzi sociale bensì politici (cosa che poi in effetti avverrà più di mezzo millennio dopo).

In sostanza, Dante, in quest'opera, non sembra voler discutere con gli intellettuali su quale volgare meriti l'onore di sedersi sul trono delle letterarietà; si chiede soltanto in che modo sia possibile che il volgare illustre usato dagli stilnovisti e, in particolare, da lui, possa sedere su questo trono, visto e considerato che sul piano politico non esiste alcuna condizione per poterlo permettere. Mancando tali condizioni, un'opera come il De Vulgari non poteva che finire interrotta.

Il trattato quindi si presta a varie interpretazioni, avendo come background l'ambiguità fondamentale di un autore che è politicamente anacronistico rispetto al suo tempo, ma letterariamente di molto più avanti. In Dante, in un certo senso, vengono riflesse le contraddizioni anche di quegli intellettuali che pur essendo politicamente più moderni di lui, non seppero mai cercare con le masse un rapporto organico.

Molti critici ritengono che Dante cercasse un volgare italiano come principio ideale, senza riscontri storici. Cioè la sua intenzione non era propriamente quella di vedere nel fiorentino la lingua che la futura nazione avrebbe dovuto usare. Il volgare illustre da lui cercato viene trovato solo in parte in molti dialetti e integralmente in nessuno, proprio perché la sua lingua ideale, "quintessenza del volgare in sé", non esisteva che nella sua mente.

Qui ci si può chiedere: può il pensiero di una persona essere interpretato sulla base di quello che la stessa persona vuol far credere? E se si sostenesse la tesi opposta, cioè che Dante sottopose a critica tutti i volgari perché in realtà voleva perorare sola la causa del proprio, chi potrebbe negarla con prove indiscutibili? Se il tentativo di Arrigo VII avesse avuto successo, Dante, che si accinse addirittura a scrivere il De Monarchia, non l'avrebbe forse interpellato, come politico e letterato, chiedendogli di diffondere per tutta la nazione il volgare fiorentino? Non fece forse la stessa cosa il Manzoni coi Savoia, lui che non era neppure toscano?

Ma supponendo anche che Dante cercasse una "lingua pura", che andasse al di là delle parlate locali stricto sensu, per lui tutte difettose in questa o quella parte, non lo si dovrebbe forse criticare sempre di astratto idealismo? Può forse trovare una qualche legittimazione l'estrapolare arbitrariamente il volgare illustre dalle tante parlate locali, quando proprio i "difetti" di una qualunque lingua sono le condizioni fondamentali che ne sanciscono la storicità?

Quando Dante esordisce nel trattato dicendo che "cercheremo [tra il vulgare italico] quale sia la più colta e illustre loquela in Italia", non è forse già partito col piede sbagliato? Un volgare avrebbe potuto diventare "nazionale" solo perché considerato "illustre" dagli intellettuali, o perché ritenuto unanimemente più "popolare"? Per quale motivo il popolo avrebbe dovuto prendere atto di una decisione stabilita da una ristretta cerchia di persone?

Manzoni critico del De Vulgari Eloquentia

Manzoni scrisse una lettera a Ruggero Bonghi intorno al fatto che nella Relazione al Ministro della Pubblica Istruzione, intitolata Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla, non si fosse fatto cenno alcuno al De vulgari eloquentia di Dante.

Ne spiega il motivo dicendo che in quel testo "non si tratta di lingua italiana né punto né poco". Per "lingua italiana" Manzoni intende un qualcosa di nazionale, soprattutto nello scritto.

Col che egli teme addirittura che se la suddetta lettera venisse resa pubblica, susciterebbe di sicuro un vespaio, in quanto proprio quel trattato viene unanimemente considerato la madre di tutte le questioni sulla lingua italiana.

In realtà - osserva il Manzoni - Dante non aveva in mente una "lingua nazionale", ma semplicemente la valorizzazione di tutti i volgari illustri al cospetto del latino. (In sostanza è come se oggi qualcuno si mettesse a discutere sull'ipotesi di una lingua illustre, diversa dall'italiano sanzionato nelle grammatiche scolastiche, e capace di tener conto di tutte le contaminazioni linguistiche causate dai flussi migratori, le quali peraltro rendono inevitabile una rivisitazione critica della stessa grammatica).

Il che però - secondo i critici del Manzoni - non significa affatto che Dante non volesse una lingua nazionale, che sarebbe appunto dovuta coincidere col volgare più illustre.

Al che il Manzoni ribatte che nessun uomo di buon senso avrebbe mai considerato "lingua nazionale" un volgare dalle caratteristiche indicate da Dante, che sono così strettamente vincolanti da rendere impossibile una qualunque loro generalizzazione: dagli argomenti di cui doveva trattare (guerra, amore e virtù) al verso dell'endecasillabo rimato, passando per il genere tragico usato nella canzone. Dante arrivò persino a dire quali parole si dovevano considerare più "degne" di altre.

Insomma, in quel trattato, per il Manzoni, non si parla affatto di "lingua", né italiana né straniera. E chi pensa il contrario è solo perché non l'ha mai letto.

Difficile contestare una posizione del genere. Pare tuttavia strano che il Manzoni nulla abbia detto sul fatto che ai tempi di Dante non potevano esserci i presupposti di una lingua nazionale proprio a causa della divisione del territorio in tanti staterelli contrapposti.

Di ciò lo stesso Dante era ben consapevole e forse per questo s'era limitato ad affrontare il problema per vie traverse, facendo in sostanza capire che se il volgare più illustre era quello della sua Commedia, e lui era fiorentino, ne conseguiva, come per un sillogismo in cui la sintesi si evince da sé, che la lingua migliore fosse appunto quella fiorentina, come poi sarà creduto dallo stesso Manzoni, che si sentirà indotto a riscrivere il suo capolavoro sciacquando i panni in Arno.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 25-04-2015