Inferno: Canto I

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,

guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l'acqua perigliosa e guata,

così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.

Temp'era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test'alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.

Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
« Miserere di me », gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Rispuosemi:«Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.

Nacqui sub Iulio , ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilión fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?».

«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos'io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

«A te convien tenere altro viaggio»,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio:

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.

Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!».

E io a lui:«Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch'io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov'or dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Quando fui a metà della mia vita,
dopo aver perduto la retta via,
mi ritrovai in una selva oscura.

Mi è molto difficile descriverla,
poiché era selvaggia e tenebrosa
da far tremare al solo pensarci.

Procurava dolore non meno della morte,
ma vi racconterò del bene che vi trovai
parlandovi delle altre cose viste.

Non so dire esattamente come vi entrai,
perché quando persi l'orientamento
ero come stordito, allucinato.

So solo che alla fine di quella valle,
che m'aveva così tanto angosciato,
ero giunto ai piedi d'un colle.

Alzai lo sguardo e vidi
che la parte alta era illuminata
da benefici raggi solari.

Allora la paura che m'aveva
angosciato tutta notte
si affievolì un po'.

Come un naufrago che dopo
aver raggiunto a fatica la riva
si gira a guardare le onde impetuose,

così l'animo mio, ancora sconvolto,
si volse a rimirar quella selva,
che fu tomba per chi v'indugiò.

Dopo essermi un po' riposato
iniziai a salire quel colle deserto,
lentamente, passo dopo passo.

Ma prima che iniziassi la ripida salita
mi si mise davanti un agile felino
dal manto maculato,

e non voleva andarsene,
anzi m'impediva di proseguire,
tanto che pensai di tornare indietro.

Vidi però che s'era fatto mattino
e il sole s'alzava con quelle stelle
ch'erano con lui quando l'amore divino

generò tutte le cose belle;
sicché cominciai a sperare
che quella fiera se ne sarebbe andata

al sopraggiungere della primavera,
ma fu per poco, poiché la paura
mi riprese alla vista d'un leone.

A testa alta e con rabbiosa fame
sembrava venisse verso di me
incutendo terrore persino all'aria.

Quando poi vidi una lupa,
carica di ogni brama nella sua magrezza
e che già rese dolenti molti popoli,

ne rimasi così sconvolto
che persi definitivamente la speranza
di raggiungere la cima.

E come chi, dopo aver speso tanto,
finisce col perdere tutto,
crogiolandosi nella propria tristezza,

tale mi rese la lupa irrequieta,
che, venendomi incontro lentamente,
mi ricacciava nella selva oscura.

Mentre correvo verso la valle
mi comparve uno la cui voce,
per il lungo silenzio, sembrava fioca.

Quanto lo vidi in quella solitudine
gridai a lui: "Abbi pietà di me,
chiunque tu sia, uomo o ombra!".

"Non sono uomo - mi disse - ma lo fui:
i parenti miei furon lombardi,
entrambi di patria mantovana.

Nacqui in epoca cesarea,
ma vissi a Roma sotto il buon Augusto
al tempo degli dèi falsi e bugiardi.

Fui poeta e cantai le gesta
del giusto figlio d'Anchise,
partito da Troia dopo l'incendio.

Ma tu perché ritorni nella selva?
Perché non sali questo bel monte,
motivo di ogni gioia?".

Io gli risposi mestamente:
"Dunque tu sei Virgilio,
fonte d'ogni fiume d'eloquenza?

Oh vanto e luce d'ogni poeta,
apprezza di me il lungo studio
e il grande amore che ti volli.

Tu sei mio maestro e autore preferito:
lo stile poetico che m'ha dato fama
l'ho appreso solo da te.

Son tornato indietro
perché questa bestia mi fa tremare:
tu che sei saggio, aiutami".

E quello, vedendomi lacrimare, disse:
"Ti conviene fare un altro percorso,
se vuoi salvarti da questo luogo selvaggio,

perché questa lupa, di cui la lamenti,
per quella via non lascia passare nessuno,
anzi alla fine uccide tutti,

anche perché è così malbagia,
che non è mai sazia
e dopo aver mangiato ha più fame di prima.

Molti sono gli animali che la seguono
e ancor più diventeranno, fino a quando
non verrà un veltro a farla morire di dolore.

Costui non avrà né terra né denaro
ma sapienza, amore e virtù
e sarà di origini umili.

Lui salverà quella povera Italia
per la quale morirono in battaglia
la vergine Camilla, Eurialo, Turno e Niso.

Lui la caccerà da ogni città
fino a ricondurla in quell'inferno
da cui l'invidia la fece uscire.

Perciò sarà meglio per te
che tu mi segua: ti farò da guida
attraverso i regni oltremondani,

ove udrai grida disperate,
dannati che da sempre chiedono
l'annientamento di sé,

e vedrai anche quelli che nel fuoco
son contenti, perché sanno
che prima o poi andranno tra i beati.

Se poi tu vorrai vedere quest'ultimi,
un'anima più degna di me ti accompagnerà
e a lei ti lascerò quando me ne andrò.

Questo perché il sovrano che lassù regna
non vuole che un pagano come me
frequenti la sua città.

Lui regge e governa l'intero universo,
qui è la sua dimora e il suo potere:
beati quelli che gli sono eletti!".

E io a lui: "Poeta, ti supplico
per quel Dio che tu non conoscesti,
di aiutarmi a superare questo e altri mali

e che tu mi conduca là dove hai detto,
sì ch'io possa vedere la porta di san Pietro
e coloro che tu dici esser tanto mesti".

Allora si mosse e io gli andai dietro.


L'ESORDIO DELLA DIVINA COMMEDIA: LA SELVA OSCURA

I

Nel I Canto dell'Inferno Dante è autobiografico. Dice di se stesso che a 35 anni aveva perso la "diritta via". Visto ch'era un esiliato per motivi politici, avrebbe semmai dovuto dirlo degli altri, quelli cioè del partito conservatore filo-papista, i guelfi di parte Nera, che l'avevano espulso da Firenze, insieme ad altri leaders del partito guelfo di parte Bianca (che oggi avremmo chiamato col nome di "cattolici democratici"). Semmai erano stati i Neri a smarrire la "diritta via", il senno, etico e politico, lasciandosi manovrare dai peggiori cattolici reazionari che la città avesse mai dovuto subire: papa Bonifacio VIII (1230-1303), il suo legato, cardinal Matteo D'Acquasparta e l'angioino Carlo di Valois (1270-1325), fratello del re francese, che con un colpo di mano avevano permesso loro, nel 1301, di prendere tutto il potere comunale.

Dante, nel 1302, fu una vittima prestigiosa di questo "termidoro feudale", tanto più che venne tradito proprio dal papa presso cui era stato mandato in ambasceria dai dirigenti del suo partito al fine di trovare una soluzione conciliativa tra le due fazioni cattoliche. Il seguito lo conosciamo: i Bianchi, contro il parere di Dante, cercarono a più riprese di rientrare in città con la forza, ma vennero sempre sconfitti. Quando il capo dei Neri, Corso Donati, fu assassinato nel 1308 dai suoi stessi alleati, a causa della sua protervia, e nel 1310 l'imperatore Arrigo VII di Lussemburgo (1275-1313) cercò di ripristinare il potere imperiale anche su Firenze, Dante per un momento divenne ghibellino, al punto che a Milano invitò Arrigo a fare presto e bene.

Ma la speranza durò poco: invece di muovere subito contro Firenze, l'imperatore si fermò a Pisa (1312) e poi andò a Roma, a farsi confermare imperatore (si fece incoronare da un cardinale, grazie ad una insurrezione popolare). Papa Clemente V, residente ad Avignone, gli aveva ordinato di lasciare Roma, che lui invece occupò militarmente, mettendosi in aperto contrasto col re di Napoli Roberto d’Angiò, capo dei guelfi, e ovviamente con Firenze, loro roccaforte, che invano Arrigo cercò di espugnare. Alleandosi con Venezia e con Federico II d’Aragona, re di Sicilia, tentò di organizzare una spedizione contro Roberto d’Angiò, a Napoli, ma morì improvvisamente per febbri malariche (una versione dice avvelenato) a Buonconvento nel 1313.

Dante, pur potendo rientrare in Firenze ammettendo le proprie colpe e pagando una multa, rifiutò nettamente la proposta e iniziò a vagabondare come esule tra varie corti signorili del nord Italia. Aveva già composto l'Inferno tra il 1306 e il 1309 e nel triennio successivo fu la volta del Purgatorio. A Verona pubblicò sia l'Inferno (1314) che il Purgatorio (1315), attirandosi le ire dei Neri, che emisero una sentenza capitale contro di lui e i suoi figli. Nell'ultimo triennio della sua vita portò a termine il Paradiso, pubblicato postumo.

Dunque l'Inferno era stato scritto prima che Arrigo VII scendesse in Italia, ma fu pubblicato solo dopo la sua morte. Il viaggio oltremondano viene fatto iniziare l'8 aprile del 1300, circa un anno prima della cacciata di Dante da Firenze. Egli poteva ancora sperare di rientrare nella sua città, eppure l'Inferno viene scritto dando per scontato che non vi rientrerà più. Si deve quindi pensare che il poeta sia intervenuto a più riprese su questo testo, sicuramente il più laborioso dei tre. Secondo il Boccaccio, egli avrebbe scritto i primi sette canti della sua opera quando si trovava ancora a Firenze, ma è dubbio, poiché sino al 1301 vi era la speranza di un compromesso tra Bianchi e Neri, cosa che nell'Inferno viene tassativamente esclusa.

L'Inferno è opera di un uomo politicamente sconfitto che fa un esame di coscienza sui limiti del proprio partito e ne approfitta per fare delle considerazioni più generali sul valore della politica. Dante era entrato in politica intorno al 1295, cioè a 30 anni, e cinque anni dopo faceva già parte del principale organo di governo del Comune, il Priorato. Il momento in cui secondo lui la "diritta via" fu smarrita erano i 35 anni, cioè esattamente l'inizio del suo esilio. Quando comincia a scrivere l'Inferno egli non era più a Firenze e finché non si convincerà che non vi sarebbe più rientrato eviterà di pubblicarlo.

II

La "diritta via" che s'era smarrita era stata quella della giustizia sociale, dell'ideale politico democratico-repubblicano, ispirato alla religione cristiana. Ma la cosa non è molto chiara. Anzitutto perch'egli usa la forma passiva: "la diritta via era smarrita", e non quella attiva: "avevo smarrito". Il senso preciso in cui questa via era stata "smarrita" non viene detto chiaramente: qui Dante fa il filosofo quando invece avrebbe dovuto fare il politico. E così costringe il lettore a fare una supposizione dopo l'altra.

  1. l'aveva persa perché gli era stata interdetta dal partito dei Neri?
  2. l'aveva persa a causa della propria intransigenza nel rapporto col partito dei Neri?
  3. Neri e Bianchi l'avevano fatta perdere a tutta la città a causa della loro reciproca ostilità?
  4. l'aveva persa come uomo perché in realtà l'aveva persa come politico?
  5. l'aveva persa come uomo di fede perché l'aveva persa come politico cattolico?
  6. l'aveva persa contro la propria volontà, semplicemente perché si era lasciato coinvolgere in una serie di vicende e di rapporti di cui non poteva immaginare neanche lontanamente il drammatico esito?

E si potrebbe continuare con altre supposizioni, che alla fine non servirebbero a nulla, proprio perché Dante è volutamente reticente, non volendo dire più dello stretto necessario: "Io non so ben ridir com'i' v'intrai", cioè lo sa ma non lo vuole dire. Sembra l'atteggiamento di un nevrotico che steso sul lettino dell'analista ha appena iniziato a raccontare una bruttissima esperienza, che lo ha segnato in maniera quasi tragica. Sta per raccontare tutta la sua vita politica, solo che non vuol farlo in maniera "chiara e distinta", ma con giri di parole abbastanza complicati, lasciando al lettore (e a quel tempo anche ascoltatore) facoltà d'interpretarlo come meglio crede. Pur di non dire esplicitamente come stanno le cose è disposto a rischiare d'essere del tutto frainteso.

Il lettore-analista deve soltanto sapere che lui parlerà di un'esperienza passata usando spesso il presente, proprio per far capire ch'essa lo tormenta ancora, tormenta una persona che non può più vivere il presente come una volta, essendo errabonda in corti straniere. La sua sembra una crisi non solo politica ma anche esistenziale, una crisi che però lui vuole generalizzare, facendone il metro di misura della crisi della politica italiana, fiorentina, pontificia... Una di quelle crisi che segna il passaggio dagli ideali alle sconfitte, dalle illusioni alle amarezze, in cui uno, non solo lui, ma uno qualunque può rischiare di perdersi, persino di farla finita con se stesso, proprio perché chi si è esposto troppo, chi ha troppo creduto in ciò che di politico faceva, non riesce più a tornare indietro, ad accettare l'idea che quella esperienza sia stata soltanto una breve parentesi della sua vita.

Questa è la crisi di un uomo politico che ha perso fiducia non solo nel partito d'appartenenza, ma anche nella politica in generale e soprattutto nella politica nella chiesa romana. E siccome sa di cosa dovrà parlare (prevalentemente i suoi amici e nemici), sa cioè che dovrà recitare la parte di un giudice imparziale, che giudicherà secondo le leggi vigenti di "santa romana chiesa" o comunque secondo le leggi del cristianesimo apostolico, quando queste dimostreranno d'essere superiori a quelle, al fine di evitare inevitabili accuse di presunzione, di atteggiamenti arbitrari e quant'altro, mette subito le mani avanti dicendo che la colpa dello smarrimento della via in ultima istanza era stata solo sua: "tant'era pien di sonno a quel punto / che la verace via abbandonai". Cioè in sostanza egli s'era perso sognando ideali impossibili, già a partire dal 1295, quando aveva deciso di intraprendere una professione senza immaginare i rischi cui sarebbe andato incontro.

Dante qui vuole esagerare nell'autocommiserazione, autoaccusandosi più del dovuto, ma lo fa perché teme ulteriori spiacevoli conseguenze, sul piano personale, dalla pubblicazione di questa Cantica. L'idea di introdurre il "sonno" per giustificare le sue vicissitudini e il suo viaggio è psicologicamente suggestiva ma politicamente poco convincente. Perché si ha "sonno" quando ci si allontana dalla verità? Perché non si sa più distinguere il bene dal male, il sogno dalla realtà, ma, si potrebbe aggiungere, anche perché ci si vergogna di ammettere, sino in fondo, le proprie responsabilità e si preferisce far credere che si agiva sotto la spinta di condizionamenti esterni, come se si fosse in trance o in una sorta di dormiveglia. Freud avrebbe parlato di allucinazioni.

E' vero ch'egli non usa la forma passiva impersonale per sottrarsi alle proprie responsabilità, ma è anche vero ch'egli si guarda bene dallo scendere troppo nei dettagli e non a caso si serve del torpore del sonno. Che cosa sarebbe successo se fosse stato più esplicito? In fondo la Commedia non è forse il racconto di un uomo che, dopo essersi perduto, si è ritrovato? Non è certamente il racconto di un uomo rancoroso, che vuole scaricare su altri tutto il peso del proprio fallimento. E' il racconto di un uomo responsabile, che si è sforzato di guardare obiettivamente, con serietà e serenità, il dramma esistenziale e politico che l'aveva colpito.

Il motivo per cui Dante non poteva essere sincero sino in fondo era che quella crisi l'aveva portato su posizioni che a un credente di quell'epoca, amico o nemico che gli fosse stato, non sarebbero piaciute e che lui stesso, avendo bisogno di sostegno morale e di aiuti materiali, non avrebbe potuto permettersi. Fino ad oggi i critici hanno sottovalutato la gravità della sua crisi esistenziale, e questo perché, essendo noi molto laici, siamo abituati a pensare che un uomo che si esprime in termini così fortemente caratterizzati in senso religioso non possa nutrire sentimenti tutt'altro che religiosi o comunque non possa scindersi in due personalità opposte.

In realtà Dante andrebbe reinterpretato come un artista politicizzato che, fingendo di fare l'apologia di una determinata ideologia religiosa, ne mostra in realtà tutte le sue intrinseche contraddizioni.

III

La "selva oscura" di cui parla (presa come immagine dall'Eneide, come tante altre) e in cui lui si perde è quella della "corruzione". Dante era entrato in politica a 30 anni, ma a 35 non ne poteva già più. La politica, specie quella fatta in nome della fede religiosa, l'aveva disgustato. La corruzione era diventata così spaventosa che ora la descrive come non meno grave della morte. E' "selvaggia" perché violenta, senza valori, "aspra" perché inevitabilmente porta a tradire se stessi, "forte" perché notevole è la robustezza del consenso che gode.

La "selva selvaggia" è paragonabile a un inferno, come il colle viene paragonato al purgatorio e il sole al paradiso: qui sta l'anticipazione allegorica di tutta la Commedia. Praticamente è già delineato per sommi capi il percorso ch'egli dovrà fare.

Le caratteristiche della corruzione praticamente sono le stesse, nella loro semantica, di quelle evangeliche: lussuria, avarizia e superbia. La lonza o leopardo o pantera maculata, agile, rapida, esteticamente bella, come la primavera, stagione degli amori, rappresenta gli istinti primordiali; la lupa sempre affamata è la sete del potere economico, il leone superbo, altero, è espressione del potere politico.

Dante tuttavia non vuol fare il manicheo, il giudice fanatico che guarderà con disprezzo i condannati alle pene dell'inferno: "per trattar del ben ch'i' vi trovai, / dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte". Egli saprà trarre il bene dal male, come Paolo di Tarso consigliava di fare ai suoi discepoli (Rm 8,28). Un purista come lui aiuterà il suo lettore a capire, anche attraverso l'uso d'un linguaggio tutt'altro che puro, non essendo il latino classico, come si possa giungere al bene passando per il male. Anche sul piano artistico sarà così. Quel che lui non è riuscito a realizzare come politico, lo farà come poeta: riscatterà il suo fallimento come statista diventando un grande letterato.

A ben guardare le prime quattro terzine dell'Inferno contengono il succo dell'intera Commedia. Un uomo può anche perdersi a causa degli errori compiuti, ma se gli verrà data un'altra possibilità, saprà trarre profitto dalla sua amara esperienza per insegnare agli uomini l'amore per il bene, la giustizia e la verità delle cose. Se il lettore avrà pietà di lui, lui, nei limiti consentiti dalla legge, che allora era quella cristiana della chiesa cattolica, avrà pietà dei suoi nemici d'un tempo.

IV

Ad un certo punto Dante deve raccontare in che modo riuscirà a superare lo spavento e a uscire con dignità da quella situazione così amara e angosciosa.

Il primo modo è quello d'aver fiducia in se stessi, nella propria capacità di saper distinguere il bene dal male. Il sole, cioè la natura, aiuta a capire la differenza tra verità e falsità. Il sole è quella illuminazione interiore che dà la forza per riemergere dall'abisso, è la coscienza conforme a natura, che improvvisamente si risveglia, intuendo che deve opporsi con energia alla artificiosità dei rapporti umani. Dante ha la forza di uscire da solo dalla selva e d'incamminarsi da solo verso il monte.

Il secondo modo è quello di superare le tre fondamentali tentazioni che rendono innaturali tutti i rapporti umani; le stesse che nei vangeli sinottici vengono riportate nei racconti di Gesù che si ritira nel deserto: le tentazioni dei sensi, del denaro e del potere. Le quali sono così forti che nessun uomo è in grado di resistervi, a meno che non venga aiutato da qualcuno che le ha già superate.

Dante, questa persona, non la trova, per il momento, tra i trapassati di quella che era stata la sua vita reale, ma nella sua fantasia, nella sua mente da intellettuale: è Virgilio, il maggior poeta della latinità, che visse "nel tempo de li dèi falsi e bugiardi". Al quale Dante fa subito capire che delle tre tentazioni la più terribile, la più difficile da superare, per lui, è quella del potere economico, poiché non riguarda un'infima minoranza ma la maggioranza degli uomini. L'avarizia "s'ammoglia" a molti animali. Per avere potere politico non basta quello economico, ci vogliono capacità intellettuali, di organizzazione dei sudditi; per il potere economico basta invece l'ingordigia: "ha natura sì malvagia e ria, / che mai non empie la bramosa voglia, / e dopo 'l pasto ha più fame che pria". Sembra una descrizione ante litteram della riproduzione del capitale. Non si è mai sazi dei capitali accumulati e per averne ancora di più, si è disposti a tutto.

Il terzo modo per superare queste tentazioni è quello di credere in un "liberatore" (il "veltro"). Sull'identità di costui la critica s'è sbizzarrita nel formulare le ipotesi più disparate. Ora se Dante avesse pubblicato l'Inferno prima della discesa di Arrigo VII sarebbe stato facile individuare in questo imperatore l'artefice del ripristino delle libertà repubblicane violate dalla chiesa teocratica, ma siccome l'ha pubblicato dopo la sua morte, è più agevole ipotizzare la figura stessa di Gesù Cristo (cui forse lo stesso Dante qui si identifica, proprio in virtù del valore della sua Cantica). Solo che a questo punto sorge un problema.

Supponendo davvero che il "veltro" sia il Cristo della parusia, con cui porrà fine al primato delle tentazioni, opponendo al potere politico ed economico "sapienza, amore e virtute", compatibili soltanto con un'esistenza umile, modesta, ancorché sicura di sé, in cui ogni forma di invidia sia stata bandita, com'è possibile che Virgilio ne parli con così grande padronanza? Pare persino ch'egli ne sappia più dello stesso Dante, specie quando parla di "seconda morte", che è concetto tipicamente teologico, ma anche quando evita di fare differenze di sorta tra eroi di origine troiana e italica, a testimonianza che di fronte a Cristo non vi sono affatto eroi, quando questi uccidono per conquistare o per conservare un potere acquisito.

Il motivo di questa forte consapevolezza cristiana, appartenente a un pagano come Virgilio, risiede nel fatto che Dante non ha mai creduto alla teoria cattolico-romana del limbo, ch'era stata elaborata intorno al XIII secolo. Essa infatti andava a contraddire l'antica teoria greco-ortodossa secondo cui il Cristo risorto sarebbe disceso agli inferi per liberare le anime dei morti che in vita avevano preceduto la sua nascita, a partire da Adamo ed Eva. A costoro veniva annunciata la lieta novella esattamente come al popolo ebraico e a tutte le genti.

Invece per la chiesa cattolica la discriminante per decidere chi poteva salvarsi da chi no era un atto giuridico-sacramentale del tutto formale: il battesimo. Sicché i pagani sarebbero rimasti nel limbo sino al momento della parusia. Nel Canto Virgilio mostra di credere in questa parusia, ma Dante fa vedere che uno come lui avrebbe meritato di risiedere in paradiso ben prima della fine dei tempi. Solo che non poteva dirlo.

Non poteva dirlo esplicitamente ma nella parte finale del Canto lo farà capire implicitamente. Quest'ultima, a una lettura superficiale, appare la più ossequiosa all'ideologia dominante, a motivo del fatto ch'egli vedi la fonte delle ingiustizie sociali non nello scontro tra classi opposte, divise da opposti interessi di proprietà, ma in un elemento psicologico: l'invidia. Tuttavia questa limitata analisi storica aveva caratterizzato anche i migliori rappresentanti della laicità del suo tempo: Arnaldo da Brescia e Marsilio da Padova. Più interessante invece è quello che Virgilio dice di sé.

Intanto riassumiamo il contenuto fin qui espresso dal Canto: in attesa dell'escatologia si possono vincere le tentazioni con la virtù etica, rappresentata appunto da persone come Virgilio, che possono aiutare gli uomini in difficoltà, entrati in crisi di coscienza. A tale virtù Dante aggiunge anche quella religiosa delle persone che hanno raggiunto la santità o la beatitudine, qui rappresentata, in maniera un po' forzata, da Beatrice, che nella sua vita nulla aveva compiuto che potesse farla paragonare a una qualunque santa del calendario cattolico.

I versi 124-6 appaiono poco comprensibili, in quanto Virgilio si lamenta di non poter salire in paradiso a motivo del fatto (?) che fu "ribellante" alla legge divina (cristiana). Ma come poteva esserlo lui ch'era nato nel 70 a.C. e da tutti veniva considerato poeta umanissimo? Per quale motivo Dante gli fa dire una cosa che sul piano storico è un controsenso?

E' sempre la teologia cattolica che glielo impone, anche contro la sua volontà. Siccome tra dannati e beati non esiste alcun rapporto nell'aldilà (salvo quello ch'egli pone, in via del tutto eccezionale, tra Virgilio e Beatrice), Dante ha bisogno di una guida umana, non cristiana, per quanto questa attenda la parusia cristica come un buon credente. Beatrice invece è umana in quanto cristiana.

E' anche possibile un'altra interpretazione, che potrà non piacere ai lettori e critici cattolici. Dante fa dire quelle cose assurde a Virgilio proprio per mettere in evidenza l'assurdità delle concezioni cattolico-romane. A Virgilio la chiesa negava il paradiso semplicemente perché era "pagano", nonostante fosse stato un'ottima persona, meritevole addirittura di far da guida al cristiano Dante.

"Ribellante" alla legge divina non ha davvero senso: non lo fu perché non poté esserlo oggettivamente, e, se anche avesse potuto, probabilmente non lo sarebbe stato neppure soggettivamente. Vien quindi da pensare che i versi 130-5 debbano essere interpretati come se avessero un sottofondo di ironia. Dante chiede a Virgilio di aiutarlo in nome di un dio che Virgilio non ha mai conosciuto; chiede, lui che è già cristiano a uno che lo diventerà solo alla fine dei tempi, di aiutarlo a evitare il male presente e altri peggiori; gli chiede di portarlo fino alla soglia della porta di quel paradiso ove dovrebbero esserci coloro "cui tu fai cotanto mesti". Come se Dante non sapesse che in paradiso ci vanno solo i santi e i beati! Come se avesse bisogno che un pagano glielo assicurasse!

La descrizione che Virgilio fa di Dio è simile a quella che gli antichi greci facevano di Zeus, che poi era la stessa che nel corso del Medioevo si faceva degli imperatori. Colui che domina in ogni luogo e che ha la sede del proprio governo nel più alto dei cieli "non vuole" - spiega Virgilio - che io salga in paradiso e beati sono coloro ai quali permette di accedervi.

In precedenza aveva parlato di un Cristo umile, che cercava solo sapienza amore e virtù; ora invece descrive un dio-padre con caratteristiche del tutto opposte, veterotestamentarie. Che senso ha un'ambivalenza del genere? Vien quasi da pensare che Dante fosse arrivato, proprio mentre scriveva il poema più religioso del mondo, sulla soglia dell'ateismo. Virgilio stava dando una descrizione autoritaria della divinità per far capire che agli occhi di Dante il cattolicesimo-romano non era che un'ideologia fondata sull'arbitrio.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 10-09-2014