Inferno: Canto III

"Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e 'l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".

Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: "Maestro, il senso lor m'è duro".

Ed elli a me, come persona accorta:
"Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto".

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: "Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent'è che par nel duol sì vinta?".

Ed elli a me: "Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli".

E io: "Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?".
Rispuose: "Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa".

E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.

Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: "Maestro, or mi concedi

ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com'io discerno per lo fioco lume".

Ed elli a me: "Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte".

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: "Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.

E tu che se' costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti".
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,

disse: "Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti".

E 'l duca lui: "Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare".

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.

Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.

"Figliuol mio", disse 'l maestro cortese,
"quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese:

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona".

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l'uom cui sonno piglia.

"State per entrare nella città sofferente,
state per entrare nell'eterno dolore,
state per entrare tra disperata gente.

Con giustizia s'è mosso chi m'ha fatta,
usando divina potenza,
somma sapienza e infinito amore.

Prima di me nulla fu creato,
se non cose eterne, come eterna io sono.
Lasciate dunque ogni speranza, voi ch'entrate".

Queste terribili parole
vid'io scritte in cima a una porta,
per cui dissi: "Maestro, non le capisco".

E quello, come persona saggia:
"Qui è bene non tergiversare,
ogni infingimento si deve abbandonare.

Siam venuti dove t'ho detto:
ora vedrai le anime dannate
che han perduto il ben della ragione".

Poi con lieto volto mi prese
per mano, sicché mi confortai,
e mi condusse nel regno dei morti.

E subito udì sospiri, pianti e lamenti
che rintronavano per l'aria buia,
e mi commossi da tutto quel dolore.

Strane lingue d'un parlare orribile,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche e rumori di mani

facevano un gran baccano
in quell'aria sempre buia
come sabbia agitata dal vento.

Ed io, molto sconcertato, chiesi:
"Maestro, cos'è questo frastuono?
e chi sono questi sofferenti?".

E lui mi rispose: "In questa misera condizione
si dannano le anime tristi di coloro
che vissero senza lode e senza infamia.

Sono mischiate a quel cattivo
coro di angeli egoisti,
non ribelli a Dio ma neppur fedeli.

Del paradiso questi offuscherebbero la bellezza
e giù farebbero vantare i dannati
che penserebbero d'esser migliori di loro".

E io: "Maestro, cosa li tormenta
da lamentarsi così tanto?".
E lui: "Te lo dirò in breve.

Questi non hanno speranza di morire
e a loro questa vita pare così indegna
che invidiano qualsiasi altra sorte.

Il mondo non vuol sapere di loro,
misericordia e giustizia li rifiutano,
dunque guarda e passa senza degnarli".

Io invece, osservandoli, vidi un'insegna
che mi muoveva così velocemente
da non potersi mai fermare;

e dietro le andava tanta di quella gente
che non avrei mai creduto
che per lo stesso motivo fossero morti.

Cercai di riconoscerne qualcuno
e infatti vidi l'ombra di colui
che fece per viltà il gran rifiuto.

E fu allora che capii con certezza
che quello era il partito degli ignavi,
spiacenti a Dio e ai suoi nemici.

Questi sciagurati, che non furono mai vivi,
correvano nudi, eternamente punzecchiati
da mosconi e da vespe,

che rigavano il loro volto di sangue,
che, mischiato alle lacrime, veniva raccolto
ai loro piedi da schifosi vermi.

Poi, guardando più oltre, vidi
una moltitudine sulla riva d'un gran fiume,
per cui chiesi: "Maestro, per favore,

dimmi chi sono quelli e cosa li spinge
a voler oltrepassare in fretta il fiume,
così come mi pare scorgere".

E quello a me: "Ti verrà spiegato
quando anche noi ci fermeremo
sulla triste sponda dell'Acheronte".

La risposta mi fece vergognare
e, temendo di riuscirgli sgradito,
evitai d'interpellarlo sino al fiume.

Ed ecco venire verso di noi una nave,
con un vecchio tutto bianco,
che ci gridò: "Guai a voi, anime dannate!

Non sperate di vedere il cielo:
son venuto per condurvi all'altra riva,
nelle tenebre eterne, al fuoco o nel gelo.

E tu che fai qui, anima viva?
Vattene da questi che son morti".
Ma siccome vide che non me ne andavo,

aggiunse: "Per altra via, per altri porti
dovrai passare a miglior vita
e una barca più leggera ti porterà".

E Virgilio gli rispose: "Non ti preoccupare,
Caronte, così si vuole dove tutto si può,
non chiedere altro".

Da quel momento il barbuto Caronte,
nocchiero della nera palude,
con occhi pieni di fuoco, si calmò.

Invece quelle anime, stanche e nude,
impallidirono e tremarono di paura,
al sentire le due parole del nocchiero.

Bestemmiavano Dio e i loro genitori,
tutta l'umana specie e chiunque
avesse contribuito a generarli.

Poi si raccolsero tutte insieme,
piangendo forte, sulla riva malvagia
che attende chiunque non tema Dio.

Il diavolo Caronte, dagli occhi di fuoco,
con un semplice cenno le riunì tutte,
battendo col remo chi s'attardava.

Come d'autunno le foglie cadono
una dopo l'altra, finché il ramo
vede per terra tutte le sue spoglie,

cos' i semi peggiori d'Adamo
uno ad uno entrano nella barca di quello,
come uccelli chiamati dal cacciatore.

E se ne vanno all'altra riva,
e appena di là sono scesi
di qua si forma una nuova schiera.

"Figliolo mio - disse cortese la guida -
da ogni luogo qui arrivano
quelli che muoiono nell'ira di Dio,

e pronti sono a passare il fiume,
spronati dalla stessa giustizia divina,
sì che la loro paura diventa desiderio.

Da qui non passa mai anima buona:
ecco perché Caronte si lamentò di te,
lo fece solo per il tuo bene".

Finito questo, la buia campagna
sussultò così forte che dallo spavento,
se ci penso, tremo ancora.

Da quella terra di lacrime un gran vento
fece lampeggiare un luce rossastra
che mi stordì completamente,

tanto che caddi svenuto.


LA CONDANNA DEGLI IGNAVI

I

Nel Canto III dell'Inferno Dante appare come uno scolaretto che deve imparare l'abc della dottrina cattolico-romana sull'aldilà e paradossalmente il suo maestro è il pagano Virgilio. Due incongruenze di non poco conto.

Vien quasi da pensare che prima di prendere in esame la Divina Commedia, sarebbe bene che il commentatore cercasse di rispondere a questa domanda astratta: "Fino a che punto un credente è in grado di scindere nella sua coscienza gli aspetti laici da quelli religiosi? Ovvero quali sono le condizioni per cui un uomo che formalmente si dice credente possa parlare della propria religiosità in maniera critica?".

Queste domande sono astratte ma obbligatorie, poiché noi non possiamo pensare che Dante finga di non essere quel che è, cioè un credente e, più precisamente, un cattolico seguace della teologia latina. Ora, siccome sappiamo ch'egli non era affatto uno sprovveduto quanto a scienze religiose, la conclusione che si può trarre dalle continue domande che porrà a Virgilio, come un novizio balbettante e timoroso, e anche da certe descrizioni di anime che solo una sciagurato avrebbe potuto considerare dannate, e persino dai suoi stessi atteggiamenti di fronte ai drammatici racconti di quest'ultime, la conclusione, insomma, può porsi, secondo noi, a un duplice livello: o Dante usa questi marchingegni teatrali semplicemente per dare maggiore effetto scenico alla recitazione degli attori, oppure in lui c'è il tentativo di dimostrare, parlandone a mezza voce, con toni molto bassi, che le teorie cattoliche, specie quelle sull'aldilà, contenevano aspetti a dir poco inaccettabili (cosa che, per molti versi, dopo 700 anni, è purtroppo rimasta immutata, a parte le disquisizioni sul limbo).

Generalmente i critici ritengono ch'egli, essendo vissuto nel Medioevo, in un periodo peraltro dominato dalla dittatura teocratica pontificia, non poteva non essere cattolico. La sua religiosità viene data per scontata, anzi addirittura il suo misticismo. Pertanto non ci si sforza molto di trovare tra le pieghe del suo periodare, intriso di altissimi contenuti religiosi, quegli aspetti che, se svolti in maniera conseguente, avrebbero potuto portare a esiti tutt'altro che conformi all'ortodossia.

Anche se da giovane aveva militarmente combattuto contro i ghibellini limitrofi alla sua Firenze, Dante non si sentiva un eroe, né gli interessavano le vite dei martiri: la sua vocazione erano le "lettere" o, al massimo, la politica. Quale politico delle istituzioni del potere repubblicano di Firenze, egli era inevitabilmente cattolico, per quanto le sue origini piccolo nobiliari lo avvicinassero alle concezioni più laico-democratiche della borghesia (partito guelfo di parte Bianca).

Dante non fu mai sospettato di eresia (al massimo fu accusato di concussione), né quando dominava la scena da letterato o da politico, né quando viveva come un "ghibellin fuggiasco". Le divergenze d'opinione sulla forma di gestione del potere politico (contro la teocrazia opponeva, come noto, la diarchia di origine bizantina) non comportarono mai la messa al bando dei suoi scritti, anche se la chiesa fece di tutto per far tornare in auge il latino scritto (che peraltro nei documenti ufficiali ha conservato ancora oggi). La lotta tra guelfi e ghibellini era allora una costante da almeno tre secoli, per cui anche quella tra Bianchi borghesi e Neri agrari, entrambi guelfi, rientrava nella normale competizione politica, per quanto non ci si limitasse più a un contraddittorio puramente verbale.

Se la curia pontificia era riuscita ad avere la meglio sull'istituzione imperiale, era stato per merito delle realtà comunali-signorili, ma ora trovava grandi difficoltà a imporsi sia su queste stesse realtà, sia sulle incipienti monarchie nazionali, la prima delle quali era la Francia. E anche i suoi tentativi di eliminare dalla scena politica europea, attraverso le crociate, il rivale impero bizantino, sostituendolo con un proprio impero, non avevano sortito l'effetto sperato, per quanto i colpi assestati alla capitale Costantinopoli avevano reso questa molto debole nella sua difesa contro i turchi.

Al tempo di Dante tendeva sempre più a svilupparsi un processo storico che renderà del tutto obsoleta sul piano pratico non solo la figura dell'imperatore, ma anche quella di una chiesa con ambizioni imperiali universalistiche, che al massimo avrebbero potuto continuare ad avere un loro significato sul piano simbolico, onorifico, etico, certamente non su quello politico-militare, benché la controriforma, sostenuta da una Spagna carica di oro americano, rappresentò per la chiesa romana una sorta di canto del cigno.

In tal senso ai critici è parsa quanto meno ingenua la speranza, che Dante nutriva, di veder ripristinata a livello nazionale l'autorità imperiale attraverso la figura di Arrigo VII. Nel suo De Monarchia esistono degli anacronismi che paiono inspiegabili in una persona così intellettualmente dotata come lui. Invece di lavorare per un accordo tra le varie Signorie in funzione anti-teocratica, Dante preferiva affidarsi a una soluzione equidistante e super-partes, la cui consistenza politica e militare era però ridotta al minimo, tant'è che quando l'imperatore si decise ad attaccare i francesi in Italia, non avendo sufficiente consenso da parte delle Signorie, non poté fare assolutamente nulla.

Anche quando il papato si rifugiò ad Avignone, sottomesso ai francesi, in Italia continuò a dominare quella frammentazione geo-politica che la curia aveva tenacemente perseguito sin dai tempi dei Franchi e che permarrà immutata per mille anni, sino alla fine dell'Ottocento. Sicché Dante finiva col prospettare una soluzione al mosaico italiano che non avrebbe mai potuto avere alcun successo. Non foss'altro che per una ragione: Comuni e Signorie avevano edificato il loro potere non solo contro le pretese egemoniche della chiesa romana, ma anche contro quelle imperiali. Nessuno avrebbe voluto sottomettersi a un'autorità suprema.

L'unica strada avrebbe potuto essere quella della confederazione paritetica, in cui ogni realtà territoriale di potere avrebbe dovuto accettare un rapporto alla pari, mettendo insieme le forze per una strategia comune e soprattutto per una difesa coordinata contro le nuove forze emergenti: Francia e Spagna, che nel loro progressivo formarsi non vedevano l'ora di spartirsi la nostra debole penisola. Una soluzione del genere, che in Svizzera venne accettata ben volentieri, in Italia non venne posta all'ordine del giorno neppure nel corso della sua unificazione nazionale.

Questo per dire che il Dante politico restava un inguaribile idealista. Tuttavia, se noi pensassimo che la sua avversione alla teocrazia pontificia si riducesse a una semplice riproposizione dell'idea bizantina della diarchia politica, e che nei suoi scritti non è possibile rinvenire alcun elemento che possa indurci a pensare a un qualche sviluppo di temi laicisti, sbaglieremmo. Chi pensa che si possa parlare di "umanesimo", di "razionalismo", di "laicità"... soltanto quando gli intellettuali affrontano esplicitamente questi argomenti, non si rende conto che per poterlo fare in un contesto autoritario dominato dall'ideologia cattolica, senza poter prima contare su una qualche insurrezione popolare di successo, è praticamente impossibile, a meno che non si voglia rischiare di persona.

Dante partecipò alla battaglia di Campaldino contro i ghibellini, ma non si lasciò mai coinvolgere in rivolte popolari: al massimo cercò di difendere la legalità istituzionale facendo da paciere. Tuttavia questo non significa che, a livello ideologico, egli fosse assolutamente in linea coi principali contenuti della dottrina cattolica, o comunque non vuol dire ch'egli lo sia sempre stato.

Quando si vive in una dittatura del pensiero e ci si vuole limitare a una minima resistenza intellettuale, bisogna essere particolarmente avveduti, elaborando per così dei messaggi ambigui, se non addirittura criptati (come quello famoso sul "veltro"), lasciando il compito di decifrarli a chi sarebbe riuscito ad andare oltre le apparenze. Il genio di Dante consistette anche in questo, nel permettere che il proprio "laicismo" (politico e filosofico) potesse venire scoperto solo da chi aveva gli strumenti idonei per interpretarlo. Egli dunque va letto tra le righe, partendo dal presupposto che tutta la Commedia è un'allegoria della decadenza della chiesa romana.

II

Che Dante non condividesse l'idea cattolica relativa all'eternità dell'Inferno è in qualche modo visibile al verso 12, ove dice che le parole affisse su quella maledetta porta non le comprende, in quanto gli sembrano un'esagerazione. La dottrina cristiana autentica non parlava infatti di "eternità" della pena, in senso oggettivo (nel senso cioè ch'essa sarebbe stata eterna anche in presenza del pentimento); la pena sarebbe stata eterna solo appunto finché il soggetto non si fosse pentito; il famoso motto di Sant'Antonio (quello del deserto) diceva: "L'inferno esiste ma solo per me". Un'eternità oggettiva della pena, a prescindere da qualunque forma di pentimento, avrebbe portato necessariamente a credere in un dio particolarmente vendicativo, per molti versi ancora più spietato di quello veterotestamentario, ch'era sì pronto all'ira in caso di tradimento del patto, ma anche solerte a perdonare le sincere ammissioni di colpa.

Giustamente quindi Dante si scandalizza, anzitutto come uomo, ma anche come cristiano che vuole rifarsi a una tradizione più antica, più autentica di quella cattolico-romana.

Qui Virgilio fa la parte del teologo scolastico, schematico, che rispetta alla lettera le indicazioni pontificie relative alla rappresentazione dell'aldilà. D'altra parte chi avrebbe potuto usare Dante come guida al suo posto? L'amato san Francesco? No di certo. Non si sarebbe mai permesso di attribuire al poverello d'Assisi, al santo buono per definizione, delle affermazioni teologiche così dure e spietate. E neppure Beatrice poteva esserlo, avendo essa già detto a Virgilio che l'impassibilità rende immuni ai condizionamenti del male, per cui non ci sarebbe stato alcun bisogno di rinchiudere in un carcere eterno chi alle tentazioni amava cedere e che per questo andava rieducato. Per quale motivo avrebbe dovuto fare un torto alla donna che più di ogni altra avrebbe voluto amare nella sua vita?

Certo avrebbe potuto usare un moralista, un inquisitore di eretici, uno capace di citare lunghe file di sentenze teologiche, ma così il lettore si sarebbe accorto più facilmente che Dante avrebbe usato la propria guida in maniera ironica. Viceversa nei confronti di Virgilio egli deve avere un atteggiamento molto serio, proprio perché Virgilio è come un catecumeno già edotto sul piano dei principi religiosi, cui manca soltanto il battesimo.

Dante, pur essendo lui il vero maestro, colui che avrebbe dovuto far da guida a un pagano come Virgilio, qui, senza poterlo far vedere, è invece colui che sa quanto sia inutile il semplice battesimo per salvarsi, e sa anche bene che la teologia è solo una scienza tra altre (come avrebbe detto un altro grande cristiano, Pascal) e gli uomini non si salveranno soltanto per aver acquisito a memoria delle definizioni dogmatiche. Non potendo dire queste cose, anzi, guardandosi bene dal discutere di teologia con la sua guida, Dante finge di essere un cristiano appena catechizzato, che ha ancora tanto da imparare dalla "persona accorta" (verso 13), in grado d'introdurlo alle "segrete cose" (verso 21). Per chi sa leggerlo egli dunque vuole apparire ironico restando serio di fronte agli argomenti trattati, come se volesse far sfoggio di un sottile umorismo ebraico, per cui si lascerà comprendere, in tutte le sue sfumature linguistiche, solo da chi saprà calarsi nella sua personale tragedia.

Infatti è abbastanza semplice intuire che se davvero la guida di Virgilio fosse stato lo stesso Dante, questi gli avrebbe descritto un tale aldilà che l'accusa di eresia non se la sarebbe risparmiata in alcun modo. Qui praticamente egli è costretto a farsi dire da Virgilio quanto gli avrebbe potuto dire uno come Tommaso d'Aquino, cioè affermazioni assolutamente indiscutibili, tesi dogmatiche incontrovertibili, la cui verità stava più che altro nell'autorità di chi le proferiva.

Che Dante non fosse un cattolico fanatico, integrista, lo si vede subito dalla reazione manifestata appena varca la porta dell'inferno. Al sentire le espressioni orribili, le parole di dolore, gli accenti di rabbia ecc., non ha un atteggiamento di aristocratico distacco, come Virgilio, né, tanto meno, quello di chi si sente soddisfatto nel vedere finalmente puniti i reprobi, i malfattori, i peccatori dell'umanità. La prima reazione che ha è quella di mettersi a piangere (verso 24). Non riesce ad accettare un dolore del genere, l'impossibilità di una via d'uscita. Spesso userà le lacrime o lo svenimento per indicare il suo disappunto, non avendo altri strumenti legittimi per farlo. Dante non era molto diverso da chi, in epoca moderna, vivendo in un regime dittatoriale, utilizza motivazioni umanitarie per opporsi alla pena di morte.

Non è sintomatico che all'affermazione perentoria di Virgilio (che qui fa la parte di un pedagogista cristiano che deve reinsegnare a un pentito la retta via), secondo cui, appena varcata la porta dell'inferno, occorre abbandonare ogni sospetto e ogni viltà (versi 13-14), Dante risponda con le lacrime e con la mente piena di dubbi? Per quei poveri disgraziati egli, a differenza del cattedratico Virgilio, prova immediatamente pietà e non gli interessa affatto che siano stati messi lì a causa delle loro colpe. Quello che lo deprime maggiormente e di cui ha ribrezzo, orrore e vergogna, è l'ambiente in sé dell'inferno, che non aiuta in alcun modo a pentirsi del male che s'è compiuto.

Se noi non riusciamo a leggere la Divina Commedia e in particolare l'Inferno, come il tentativo di umanizzare la vita religiosa, pur restando nei limiti imposti dalla cultura dominante, Dante non ci sembrerà ancora moderno ma incredibilmente superato. Si pensi solo al fatto che se è vero che Dante rivalutò il Virgilio umano e razionale, pur presentandocelo come un cristiano ante-litteram, è anche vero che tale riscoperta anticipava quella, chiaramente molto più laica, che di Virgilio sarebbe avvenuta in epoca umanistica.

III

Che l'Inferno sia un testo politico per eccellenza, è confermato dal fatto che le prime anime dannate descritte da Dante sono gli ignavi, gli indifferenti alla politica. Se fosse stato un testo religioso, il loro peccato sarebbe stato considerato veniale, da purgatorio, come colpa più morale che politica.

Dante invece disprezza questa categoria di persone proprio perché pagò caro il fatto di essersi schierato. E in particolare disprezza chi, indirettamente, fu causa di molti mali italiani e fiorentini in particolare, quel papa che si volle chiamare Celestino V, che si dimise anzitempo non ritenendosi all'altezza del suo mandato. Qui non viene citato per nome non perché Dante lo odia sino a questo punto ma semplicemente perché, essendo morto nel 1296 e canonizzato nel 1313, non c'era alcun bisogno di dirlo esplicitamente.

Non sarà certamente sfuggito al lettore il fatto che fino a quando Dante non riesce a scorgere tra quei dannati l'anima del pontefice, il suo atteggiamento resta molto turbato e sconvolto, e la pietà non gli manca, anzi gli resta anche quando Virgilio gli spiega il significato di quello strazio, la sua giusta motivazione teologica, ed è solo dopo 60 versi, solo dopo aver riconosciuto chi "fece per viltade il gran rifiuto", che Dante dice di aver capito subito con certezza assoluta che quella era "la setta de' cattivi / a Dio spiacenti e a' nemici sui"(versi 62-3), cioè nemici sia di Dante stesso che di Bonifacio VIII, sia della destra che della sinistra, diremmo oggi.

Qui Dante non si contiene, non gli riesce di frenare il rancore, l'impulso vendicativo e infierisce pesantemente su quei poveri disgraziati aggiungendo dolore a dolore: "Questi vili, che non vissero mai una vera vita, erano nudi e punzecchiati in continuazione da mosconi e vespe, che rigavano il loro volto di sangue, che, mescolandosi con le lacrime, cadeva fino a terra, ai loro piedi, raccolto da vermi schifosi"(vv. 64-9). Dunque nessuna pietà: non poteva bastare farli correre come pazzi dietro una velocissima insegna politica, né farli sentire autentici rifiuti umani, disprezzati persino dai demoni; bisognava aggiungere anche tortura a tortura.

Come noto, al posto di Celestino V subentrò il suo carnefice, Bonifacio VIII, una delle disgrazie principali di Dante e di Firenze. La pena ch'egli commina ai dannati è basata sulla legge del contrappasso, che è per analogia o per antitesi, speculare alla colpa commessa, sicuramente di antica data, visto che assomiglia a quella del taglione. Nella fattispecie del Canto, essendo stati indifferenti alle contese politiche, i dannati sono costretti a prendere parte a un trambusto generale: "facevano un tumulto - scrive Dante con la sua solita maestria poetica - come la rena quando turbo spira"(versi 28-30).

La condizione di queste anime - vista in chiave feudale - ha un che di sinistro e di assai poco religioso, specie se si pensa che all'Inferno si è destinati per l'eternità. Delle due quindi l'una: o Dante voleva mostrare, senza dirlo esplicitamente, le assurdità della teologia cattolica circa le sorti delle anime nell'aldilà, e quindi stava assumendo un atteggiamento ironico, pur nella serietà dell'esposizione narrativa, oppure ha voluto approfittare di questa credenza per regolare i conti coi propri nemici. Forse in questo caso sono entrambe valide le interpretazioni.

Con la tipologia di pene che lui sceglie da infliggere ai dannati, sembra di assistere a un film dell'orrore, dove la parte truculenta eccita la fantasia più torva, il gusto della vendetta da parte di chi in vita sua ha sofferto tanto; e in tal senso si può anche immaginare un pubblico divertito, pago di sé nell'ascoltare racconti così efferati, dove peraltro chi sta peggio non pare proprio il popolo minuto.

Ma non è certamente così che Dante dà il meglio di sé. Qui è come se volesse colpire l'immaginazione del lettore-ascoltatore con degli effetti speciali, che per quell'epoca potevano anche apparire molto originali (specie perché scritti in volgare), dove però l'aspetto veramente drammatico dell'esistenza umana, che è tutto interiore, non si percepisce minimamente. E' come se Dante avesse voluto far sua quella iconografia di tipo dolorifico con cui a partire da Giotto si cercò di superare i canoni bizantini, in cui la fissità degli sguardi era la dominante.

Invece che dilungarsi con la spiegazione di Virgilio sulle caratteristiche di questi dannati e della loro pena, invece di affrontare l'ignavia da un mero punto di vista politico, Dante avrebbe fatto meglio a parlare di anzi con Celestino V, mettendosi a scavare, cercando di capire le recondite motivazioni del suo "gran rifiuto" (verso 60) e risparmiandosi soprattutto di dire, per bocca di Virgilio, "non ragioniam di lor, ma guarda e passa"(v. 51).

Il risentimento di Dante per questa categoria di peccatori è notevole, al punto che vien quasi da pensare che sia stato questo il primo Canto scritto; e, per quanto egli non possa obiettivamente metterli nei gironi più profondi, soggettivamente attribuisce loro pene terribili, che è difficile non vedere sproporzionate, e in rapporto alla colpa e in rapporto al luogo, che non appartiene, propriamente parlando, al "vero inferno", ma al suo vestibolo. Per giustificare la durezza con cui lui li tratta, è costretto a mescolarli, attingendo a testi apocrifi, con una turba di angeli egoisti, che non seguirono Lucifero, ai primordi dell'umanità, né si misero al servizio di Dio.

Per questa categoria di soggetti (umani e semiumani), che vissero "senza lode e senza infamia" (v. 36), una sentenza così dura e senza appello non è molta diversa da un linciaggio. D'altra parte Dante non vede questi ignavi come semplici qualunquisti indifferenti alla politica, altrimenti li avrebbe messi in purgatorio (come Casella), ma li vede proprio come opportunisti, cioè come coloro che, prima di schierarsi, si mettevano ad osservare chi, tra i partiti opposti, avrebbe avuto la meglio. Avrebbe però potuto evitare di mettere tra questi uno che non aveva cercato un potere che non aveva, ma che aveva rinunciato a un potere che già aveva. E' stato davvero un peccato che qui Dante abbia agito più da esule politico, ancora esacerbato, che non da giusto giudice. Giudicando Celestino V come politico, Dante lo condanna anche come uomo, commettendo un grave errore di valutazione.

IV

La descrizione di Caronte ricorda le fiabe che i nonni raccontavano ai nipoti, dove la presenza di un orco cattivo doveva necessariamente impaurire, anche se fino a un certo punto, poiché il protagonista-eroe sapeva come tenergli testa.

Il Canto III doveva servire per intrattenere un pubblico superficiale, amante dell'avventura piena di pericoli e di esagerazioni. Sino all'ultima riga si ha l'impressione che quella di Dante e della sua guida sia una mission impossible. Il Canto era iniziato con un frastuono incredibile e termina con un terremoto così terribile da far svenire lo stesso Dante. Indubbiamente è tutto una bella premessa per invogliare il lettore-ascoltatore ad andare avanti. Dante aveva capito che l'eccitazione intellettuale poteva essere un abile strumento per incuriosire chi non aveva molte pretese di approfondimento: una sorta di pubblicità che in altri Canti per fortuna verrà risparmiata, proprio per poter parlare di cose più impegnative e veramente drammatiche (in quanto esistenziali).

Il Canto è un invito che Dante rivolge a due diverse tipologie di cristiani: quelli che s'illudono di non ottenere l'inferno pur essendosi comportati in maniera vergognosa e quelli che sperano in una vera giustizia divina, non avendola potuta ottenere sulla terra. In questa rappresentazione della vita medievale e del suo aldilà il lato illusorio fa pendant con la descrizione lugubre dell'ambiente. In questa descrizione "cristiana" dell'oltretomba la tecnica usata, così priva di pathos psicologico e di sofferta interiorità, è quanto mai pagana. Qui s'impongono soltanto le mirabilia di un film di violenza, come nei classici omerici.

Inevitabilmente quando scrisse questo Canto dovevano ancora essere molto freschi nella sua mente i ricordi degli scontri politici tra le due opposte fazioni cristiane.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 11-12-2018