Inferno: Canto V

Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia,
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.

Dico che quando l'anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d'inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;
vanno a vicenda ciascuna al giudizio;
dicono e odono, e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,

«guarda com'entri e di cui tu ti fide;
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
E 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d'ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch'a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l'ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid'io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell'è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.

L'altra è colei che s'ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussuriosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I' cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettuoso grido.

«O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l'universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand'io intesi quell'anime offense,
china' il viso e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla' io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,
a che e come concedette Amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.

Ma s'a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l'uno spirto questo disse,
l'altro piangea; sì che di pietade
io venni men così com'io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Così discesi dal primo cerchio (limbo)
al secondo, che racchiuso in meno spazio
e più dolore, induce ai lamenti.

Vi stava a ringhiare l'orribile Minosse,
che all'ingresso esaminava le colpe,
giudicava e con la coda condannava.

Quando l'anima dannata
gli andava innanzi, confessava tutto,
e lui, giudice dei peccati,

decideva il giusto cerchio infernale,
cingendosi la coda tante volte
quanti erano i gironi in cui far precipitare.

Davanti a lui ve n'erano sempre molte:
l'una aspettava il turno dell'altra,
che confessava, ascoltava e piombava giù.

Quando Minosse mi vide
interruppe le sue funzioni e disse:
"Ehi tu ch'entri in questa desolazione,

sta' attento a come ti muovi e a chi ti guida,
che non t'inganni il facile ingresso!".
Ma la mia guida gli rispose: "Che hai da gridare?

Non puoi impedire la sua visita,
perché là dove volere è potere,
s'è deciso così e tu lascia fare".

A quel punto cominciai a udire
voci lamentose; là dov'ero
molto pianto mi colpiva.

In quel luogo privo di luce
si urlava come il mare tempestoso,
agitato da venti contrari.

Una bufera mai doma
travolgeva nel turbinio gli spiriti,
tormentandoli e sbattendoli con violenza.

Quando giungevano sul ciglio del dirupo,
urlavano piangevano singhiozzavano,
bestemmiando la virtù divina.

Dal tipo di pena capii
che lussuriosi erano i dannati,
la cui ragione è schiava dell'istinto.

E come le ali portano gli stornelli
d'inverno in schiera ampia e compatta,
così quel vento gli spiriti perversi

agita su e giù, di là e di qua
e nessuna speranza li conforta mai,
né di una pausa né di uno sconto della pena.

E come le gru emettono i loro lamenti,
disposte nell'aria in lunghe file,
così vidi venir, gemendo,

le ombre sconvolte dalla tormenta.
Sicché domandai: "Maestro, chi son quelle
genti così castigate dalla bufera?".

"La prima di cui vuoi sapere -
lui mi rispose -
fu sovrana di molti popoli.

Era così concupiscente
che una sua norma legittimò la libido,
togliendo il biasimo sulla sua condotta.

Si chiama Semiramide, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
dominò sulle terre ora governate dal sultano.

L'altra invece s'uccise per amore,
tradendo la promessa fatta al defunto Sicheo,
e l'altra ancora è la sensuale Cleopatra.

Là vedi Elena, che tanto infelice tempo
fece trascorrere, e vedi anche il grande Achille
che la passione condusse a morte.

Vedi Paride, Tristano", e più di mille
ombre m'indicò chiamandole per nome,
che la voluttà aveva strappato alla vita.

Com'ebbi compreso dal mio maestro
chi erano quelle dame e quegli eroi,
fui come sgomento e smarrito.

Poi gli chiesi: "Poeta, vorrei parlare
a quei due che vanno insieme
e che paiono più leggeri nella bufera".

"Aspetta che siano venuti più vicini a noi -
mi rispose -, poi pregali per quell'amor
che li lega e loro verranno".

Appena il vento li piegò verso di noi,
esclamai: "Oh anime tormentate,
venite a parlarci, se nessuno lo vieta!".

Come colombe, chiamate dai piccoli,
con le ali levate e ferme al dolce nido
vengono per l'aria, spinte dall'istinto,

così quelle anime dalla schiera di Didone
si staccarono attraverso l'aria maligna,
sentendo il mio affettuoso grido.

"Oh uomo cortese e benigno,
che vieni a visitare, in quest'aria tenebrosa,
chi ha macchiato la terra del proprio sangue,

se ci fosse amico il re dell'universo,
lo pregheremmo per la tua pace,
avendo tu pietà della nostra perversione.

Quel che a voi piacerà dire e ascoltare
piacerà anche a noi,
almeno finché il vento lo permetterà.

La mia città natale lambisce
il mare ove sfocia il Po,
che coi suoi affluenti trova pace.

L'amore, che subito accende i cuori gentili,
fece innamorare quest'ottima persona,
che mi fu tolta in un modo ch'ancor m'offende.

L'amore, che induce chi viene amato a ricambiare,
mi prese così forte per le maniere di costui,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.

L'amore ci portò a una stessa morte:
Caina in sorte attende l'assassino".
Ecco le parole che ci dissero.

E io, dopo aver ascoltato quelle anime travagliate,
chinai il viso e rimasi così mesto che il poeta
a un certo punto mi chiese: "A che pensi?".

Io gli risposi: "Ahimè,
quanti dolci pensieri, quanto desiderio
condusse costoro al tragico destino!".

Poi mi rivolsi direttamente a loro
e chiesi: "Francesca, le tue pene
mi strappano dolore e pietà.

Ma dimmi: al tempo dei dolci sospiri,
come faceste ad accorgervi
che il desiderio era reciproco?".

E quella a me: "Non c'è maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
nella disgrazia; cosa che sa bene il tuo maestro.

Ma se tanto ti preme
conoscere l'inizio della nostra storia
te lo dirò unendo le parole alle lacrime.

Stavamo leggendo un giorno per diletto
come l'amore vinse Lancillotto;
soli eravamo e in perfetta buona fede.

In più punti di quella lettura
gli sguardi s'incrociarono, con turbamento,
ma solo uno ci vinse completamente.

Quando leggemmo che il sorriso di lei
venne baciato dal suo amante,
costui, che mai sarà da me diviso,

la bocca mi baciò tutto tremante.
Traditore fu il libro e chi lo scrisse:
quel giorno finimmo lì la lettura".

Mentre uno spirito questo diceva,
l'altro piangeva, sicché ne rimasi sconvolto,
al punto che svenni per l'emozione

e caddi come corpo morto cade.

Ascolta la lettura del canto (mp3) - Fonte: www.recitarleggendo.com


AMORE E ADULTERIO NEL CANTO V DELL'INFERNO: PAOLO E FRANCESCA

Paulus autem fuit mortuus per fratrem suum Johannem Zottum causa luxuria

Ciò che più sconcerta nell'Inferno di Dante è l'eternità della colpa, l'impossibilità del pentimento, secondo la teologia cattolica più intransigente. Eppure Dante non era un fanatico integralista, ma, semmai - diremmo oggi - un "cattolico democratico", e per un certo periodo della sua vita fu persino un ghibellino, cioè un laico anticlericale. Il Dante dell'Inferno non sottomette le ragioni cristiane a quelle umane, ma si sforza di trovare un compromesso.

Lo sconcerto diventa ancora più forte quando si legge nel canto V la vicenda dei due cognati Paolo e Francesca, anche se proprio essa, per come poeticamente viene descritta, lascia pensare che Dante non fosse del tutto convinto delle verità teologiche della fede cattolica.

La chiesa infatti qui appare nei panni di Minosse, che fa confessare ogni singolo dannato, lo giudica e gli assegna il cerchio corrispondente alla colpa più grave. Minosse si comporta come un inquisitore senza pietà, che si limita ad applicare alla lettera la legge divina, senza remore morali, senza cercare attenuanti di sorta. Di fronte a quel consumato "conoscitor de le peccata", le anime, d'altra parte, non possono che sottomettersi spontaneamente al loro destino.

La procedura della confessione e dell'assegnazione irreversibile della condanna non ricorda solo i processi inquisitoriali del tardo Medioevo, ma anche quelli delle molte dittature della storia (la dinamica processuale è stata ripresa da Orwell in 1984, ma la si ritrova anche nei processi farsa delle grandi purghe staliniane).

Dante è costretto a considerare quelle anime come "dannate", in quanto hanno sottomesso la coscienza alla concupiscenza (la ragione al "talento", cioè all'istinto incontrollato, al desiderio smodato). Quei disgraziati non possono ottenere (e lo sanno) alcuno sconto sulla pena, alcun patteggiamento e soprattutto alcun riposo. Infatti la frenesia della passione sulla terra trova qui il suo contrappasso nel vento vorticoso che sbatte le anime come fuscelli. La pena, in sostanza, è l'ansia, l'assenza di pace interiore.

Tuttavia quando la bella Francesca, figlia di Guido il Vecchio da Polenta, signore di Ravenna, appartenente a quella nobile famiglia che per circa duecento anni dominò la città romagnola, inizia a parlare, il senso della libido perde la sua ragion d'essere. Appare infatti ben strano che dalla bocca di una lussuriosa escano parole così dolci e mansuete: "se il re dell'universo ci fosse amico, lo pregheremmo per la tua pace, poiché ti commuovi sul nostro male perverso". Qui la contrapposizione non è più astratta, tra il bene della teologia e il male dei peccatori, ma è concreta, tra le bestemmie dei dannati di questo cerchio e la mitezza dei due amanti romagnoli, che paiono trovarsi lì loro malgrado.

Non sembra esserci risentimento nelle parole di Francesca, anzi molto fair play, molto tatto... Se non volessimo apparire esagerati diremmo che qui si è in presenza di un tête-à-têtes tra due filosofi o letterati classici, con la differenza che nella donna la sapienza è incarnata in una tragedia personale. Francesca, è vero, si sente offesa per essere stata eliminata, col suo amante, in modo violento e repentino, ma non usa parole forti, malevoli, anche se certo non prova pietà per il suo assassino, che qui non viene neppure ricordato per nome ma solo per il luogo ove dovrebbe risiedere: la prima zona dell'ultimo cerchio dell'inferno, quella Caina ove giacciono i traditori dei parenti e dei congiunti.

Dante tuttavia non conferma, su questo, le parole di Francesca, né lo farà al XXXII canto, il che ha fatto pensare che il riferimento alla Caina si trattasse soltanto di una convinzione di lei o di una propria speranza, oppure Dante non l'ha citato semplicemente perché lo riteneva irrilevante nell'economia del suo discorso etico e poetico.

La realtà purtroppo non ci è di molto aiuto. Sappiamo che l'Inferno fu iniziato nel 1306, concluso nel 1309 e pubblicato nel 1314. Gianciotto Malatesta (Gianni o Giovanni + ciottus, zoppo), nato circa nel 1247-9, era morto nel 1304, per cui Dante avrebbe anche potuto sentirsi libero di metterlo all'inferno, non foss'altro perché egli non era mai stato tenero nei confronti dei Malatesti. Dunque perché non citare Gianciotto tra i dannati della Caina, lasciando nel contempo credere, con le parole di Francesca, ch'egli era destinato proprio lì? E' forse stato un atto di opportunità nei confronti dei Polentani, strettamente legati ai Malatesti?

La tradizione di guelfismo che caratterizza i Malatesti a Rimini, e che fece tanto indignare "il ghibellin fuggiasco" cominciò con Malatesta da Verucchio, detto anche il Centenario o il Vecchio per la sua longevità (1226-1312), che gettò le basi di un potere reale e ufficiale sulla città di Rimini (ne divenne podestà nel 1239) e su tutto il suo territorio: prima sposando Concordia dei Pandolfini (figlia del vicario imperiale messer Arrighetto o Enrichetto), che aveva una ricca dote di possessioni nella Romagna meridionale, e poi abbandonando, subito dopo la sconfitta di Federico II di Svevia a Parma (1248), la fazione imperiale per abbracciare la causa papale: un cambio di parte sottolineato nel 1266 da un nuovo matrimonio, questa volta con la ricca nipote del rettore e legato apostolico della Marca e del ducato di Spoleto. Malatesta da Verucchio aveva decretato l'espulsione di tutte le famiglie ghibelline da Rimini nel 1295.

Una tradizione di atroci tradimenti e di efferati delitti per molti decenni segnò - in un quadro di contrasti fra papato e impero e di confuse rivalità locali - la lotta per accrescere o difendere il potere del casato malatestiano, che ha trovato appunto nel ghibellino Dante un preciso accusatore e divulgatore. Con pochi versi famosi Dante ha delineato efficacemente la situazione riminese e malatestiana all'aprirsi del Trecento: "E il Mastin vecchio e il nuovo da Verucchio, che fecer di Montagna il mal governo, là dove soglion fan d'i denti succhio" (Inferno, XXVII, 40-57).

Come noto il Mastin vecchio è Malatesta da Verucchio, il Mastin nuovo è suo figlio Malatestino dall'occhio cieco e Montagna è il vecchio Parcitadi, di antica nobiltà riminese, capo dei ghibellini locali, fatto prigioniero e trucidato nel 1295. Malatestino viene definito "tiranno fello" da Dante, che lo ricorda come "quel traditor che vede pur con l'uno" e gli attribuisce l'uccisione di Iacopo del Cassero e di Agnolello da Carignano, due maggiorenti fanesi (Inferno, XXVIII, 76-90). Questo delitto spianò la strada al possesso malatestiano di Fano e di buona parte delle Marche.

La vita dei componenti delle famiglie malatestiane era completamente assoggettata alla politica; la sola "ragion di stato", dunque, regolava anche i matrimoni (da cui dipendevano alleanze e accrescimenti di ricchezza e di potere), che spesso, naturalmente, fallivano. Per i maschi della famiglia non era un problema: per essi infatti l'infedeltà era contemplata quasi come una regola; le amanti - più o meno ufficiali - erano rispettate e si organizzavano una loro corte, mentre i figlioli bastardi venivano considerati una potenziale ricchezza della famiglia e spesso venivano legittimati: anche Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico Malatesta, per esempio, erano figli bastardi (di Pandolfo III).

Ma la questione era molto diversa per le femmine e in questo canto Dante, in un certo senso, le riabilita, anche perché è fuor di dubbio che a quel tempo Francesca veniva fatta passare per una poco di buono meritevole di morte, avendo tradito il marito col cognato. La mette, è vero, nel girone dei lussuriosi, ma riduce questo peccato a ben poca cosa, di fronte all'amore travolgente ch'essa provò per Paolo.

Da notare peraltro che quello di Francesca da Rimini non fu l'unico incidente sentimentale occorso alle donne malatestiane, che in parecchi casi si dimostrarono ribelli ai comportamenti pretesi dalla politica familiare (e dalla morale nobiliare corrente): basterà appena ricordare il celebre caso di Parisina Malatesta, fatta decapitare a Ferrara nel 1425 dal marito Nicolò d'Este perché divenuta l'amante del figliastro Ugo; o quello della prima moglie di Andrea Malatesta, Rengarda Alidosi, ripudiata perché infedele e uccisa dai fratelli nel 1401. Guardando un po' indietro si troverà inoltre una Isotta degli Atti, amante e poi terza moglie di Sigismondo, in una medaglia di Matteo de' Pasti (c. 1453), sempre a Rimini, Museo della Città. Costanza, figlia di Malatesta Ungaro, accusata di impudicizia e scostumatezza e fatta giustiziare dallo zio Galeotto nel 1378.

Ma a queste figure di donne "traviate" la storia della famiglia ne oppone molte altre, di grande virtù e coraggio: come Polentesia da Polenta, moglie di Malatestino Novello, che nel 1326 salvò il marito da una congiura di parenti; come Gentile Malatesta, vedova di Galeazzo Manfredi, che resse il governo di Faenza per i figli e lo difese combattendo nel 1424 contro i fiorentini; come la saggia Elisabetta Gonzaga, moglie di Carlo Malatesta, che allevò i nipoti Galeotto Roberto, Sigismondo e Domenico (Malatesta Novello); o come la sposa di quest'ultimo, la dolce e pia Violante da Montefeltro; o la bella Isotta degli Atti, amante e poi moglie di Sigismondo, animatrice di una corte raffinatissima; o, infine, la caritatevole Annalena Malatesta, che dopo l'uccisione del marito Baldaccio d'Anghiari (1441) mise a disposizione dei poveri i suoi averi e aprì la propria casa fiorentina a tutte le donne bisognose d'aiuto e d'asilo.

Senonché egli si recherà dai da Polenta di Ravenna come profugo nel 1318, restandovi sino alla morte. I Polentani erano imparentati coi Malatesti: è dunque probabile che solo per opportunità egli non abbia citato Gianciotto tra i dannati della Caina, lasciando però credere, con le parole di Francesca, ch'egli fosse destinato proprio lì.

Tutto ciò però non ci fa capire affatto il motivo per cui proprio Gianciotto, tradito dalla moglie e dal fratello, fosse destinato a finire fra i traditori. Uccidendo Paolo, Gianciotto non aveva forse difeso il proprio onore? Nessuna teologia cattolica, di fronte all'attenuante dell'adulterio, avrebbe mai messo Gianciotto nella Caina, al massimo l'avrebbe punito in un qualche cerchio del purgatorio. Tant'è ch'egli non ebbe alcuna difficoltà a risposarsi: secondo gli antichi canoni avrebbe dovuto chiedere l'assoluzione papale per il duplice omicidio, ma, se mai c'è stato, dov'è finito l'atto che annullava l'impedimento proibitivo? Non vi sono riscontri di tale assassinio neppure nelle relazioni dei rettori della Santa Sede e negli atti pontifici da Niccolò III a Bonifacio VIII, vale a dire tra il 1277 e il 1294. E non s'è neppure trovata l'autorizzazione del vescovo diocesano o del legato pontificio a seppellire in luogo sacro i due amanti. Non esiste una sola carta d’archivio e neppure un documento incontrovertibile sulla relazione adulterina di Paolo e Francesca.

Senza chiarire questo background, l'interpretazione del canto può portare a risultati diametralmente opposti. All'apparenza infatti Francesca non passa per "adultera" ma solo per "lussuriosa", cioè per una donna che ha ceduto alla passione, non per una moglie che ha tradito il marito col proprio cognato. Ma allora perché metterla all'inferno: non bastava il purgatorio? A quanto pare per Dante non bastava e il fatto di non aver neppure rammentato il matrimonio di lei, può far pensare ch'egli volesse dare per scontato che la presenza di Francesca in quel girone non era semplicemente dovuta alla lussuria, ma proprio alla correlazione di questa all'adulterio; il che diventava allora colpa grave, anche quando - come spesso succedeva tra le famiglie altolocate - il matrimonio veniva fatto per una semplice ragione d'interesse, in cui la volontà della donna contava assai poco ("donna" poi per modo di dire, poiché al momento del matrimonio Francesca non aveva più di 15 o 16 anni).

Né, a discarico di questa adolescente, Dante ha mai sostenuto che il comportamento o il carattere di Gianciotto fosse riprovevole o insopportabile. I commentatori danteschi del Trecento si sono alquanto divertiti a fantasticare sulla natura dei personaggi di questa tragedia. Quelli di parte guelfa tendevano a giustificare Gianciotto e a considerare Francesca una meretrice; quelli di parte ghibellina preferivano al contrario vedere nell'adulterio l'amore sincero dei due amanti. E Dante certamente non parteggia né per gli uni né per gli altri: infatti, pur dovendola mettere come cristiano all'inferno, è disposto, come uomo, a perdonarla.

Il primo creatore della leggenda romanzata di Paolo e Francesca fu Andrea Lancia, che scrisse la sua esegesi della Commedia nel 1333 e che sarà la vera fonte di Boccaccio, quando questi commenterà il canto V. Sarà proprio il Lancia a creare gli stereotipi di Gianciotto come militare coraggioso, ma crudele e rozzo; di Paolo, come uomo bellissimo, educato, un vero damerino; di Francesca, come donna bellissima ma leggera: una sorta di Ginevra italiana, piegata dalla forza del destino e della passione.

Tuttavia va detto che, anche considerando i cronachisti medievali come meri adulatori dei potenti, poco avvezzi a mostrarne in pubblico le colpe, se Francesca risultò suggestionata dalle "maniere gentili" di Paolo, che nel canto prevalgono nettamente sulle sue "attraenti fattezze", è da presumere che l'opinione allora dominante, che vedeva in Gianciotto un uomo piuttosto rude, non fosse priva di fondamento.

Nel 1373-74 passarono alla storia i commenti del Boccaccio, che aggiunsero al mito di Francesca un particolare che col tempo si diede per acquisito, e cioè il fatto che nel matrimonio per procura (storicamente dato) Francesca venne ingannata, avendo essa un carattere tale (un "animo altero") per cui non avrebbe mai accettato di sposare un uomo rude e sciancato; lei in sostanza sarebbe stata convinta di sposare Paolo. Una tesi, questa, della vittima innocente, sacrificata sull'altare della ragion di stato, condivisa da Foscolo, De Sanctis, Pellico, D'Annunzio, ecc.

In realtà Francesca non poteva non sapere che suo padre reputava Gianciotto il vero successore del padre Malatesta Malatesti (detto il Vecchio da Verucchio, 1226-1312), essendo nato prima di Paolo, che era del 1250-2. Inoltre sapeva certamente che Paolo, l'esecutore materiale della mediazione politico-matrimoniale, era già sposato da 15 anni. Destinato dal padre a fondare e gestire un ramo minore del casato, Paolo s'era sposato nel 1270 con una figlia del conte di Ghiaggiolo, Orabile Beatrice, da cui aveva avuto due figli: Uberto e Margherita (Orabile, dopo la tragedia del marito, non si risposerà più e resterà nel castello di Ghiaggiolo sino alla morte). Questa contea del forlivese, nella valle del Bidente, oggi frazione del Comune di Civitella di Romagna, resterà ai discendenti di Paolo sino al 1471 (da notare, en passant, che negli anni 1263-71 il ghibellino Guido da Montefeltro aveva fatto di tutto per impedire ai Malatesti di ereditarla).

Paolo non era affatto un effeminato (come si è voluto far credere chiosando l'espressione "cor gentil") ma un valente militare, esattamente come il fratello, con l'aggiunta di una maggiore abilità politico-diplomatica, tant'è che papa Niccolo III, per premiare i Malatesti dei servizi resi alla causa guelfa, gli offrì nel 1282 la carica di capitano del popolo a Firenze, allo scopo di conciliare le tensioni tra guelfi e ghibellini. Avvertendo tuttavia che il suo operato non riscuoteva la fiducia dei fiorentini, egli diede le dimissioni dopo neppure un anno: esattamente nel febbraio 1283, col pretesto di dover sistemare cose molto urgenti nel riminese. Quali cose però non è dato sapere. Alcuni storici hanno sostenuto che Paolo non ebbe mai l’audacia politica che infiammò suo padre e i suoi fratelli Malatestino e Gianciotto, pur non appartandosi del tutto dagli affari pubblici; altri invece hanno congetturato che Gianciotto volesse prendersi il controllo della contea di Ghiaggiolo: cosa in realtà molto improbabile, in quanto la fortuna di Gianciotto era destinata a svilupparsi nelle Marche, dove poté consolidare il dominio malatestiano.

Su Gianciotto va detto che nel 1275, al fianco del padre, si era scontrato a Ponte San Procolo, sul Senio, nei pressi di Faenza, con le truppe ghibelline di Guido da Montefeltro e tentò di andare al soccorso del castello di Roversano, assediato dai Forlivesi. Nello stesso anno, a capo di cento fanti, aiutò Guido da Polenta ad affrontare i Traversari e ad impadronirsi, con un colpo di mano, di Ravenna. Nel 1288, dopo che i Malatesti furono dichiarati ribelli e scacciati da Rimini (vi rientreranno nella primavera del 1290), attaccò e prese Santarcangelo.

Gli fu ripetutamente affidata la podesteria di Pesaro: nel 1285, nel 1291, nel 1294 e dal 1296 al 1304, ultimo anno della sua vita, dopodiché gli succederà il fratello Pandolfo, mentre il figlio Malatestino diverrà podestà di Cesena, Bertinoro e Faenza negli anni 1290-93. Secondo la leggenda Gianciotto sarebbe stato avvelenato nel castello di Torriana da qualche suo vassallo. Considerando ch'egli fu anche podestà di Faenza (nel 1293) e forse di Forlì (nel 1276 o 1278), si può dire ch'egli restò in politica attiva per ben 26 anni.

Oltre a Francesca - che gli diede Concordia e un maschio, morto ancora in fasce -, Gianciotto sposò, non più tardi del 1286, Zambrasina, figlia di Tibaldello Zambrasi di Faenza e vedova di Tino Fantolini, da cui ebbe cinque figli, tutti citati nel testamento di Malatesta da Verucchio. La notizia che abbia avuto una terza moglie, Taddea, è alquanto dubbia.

Il fratricidio-uxoricidio dei due amanti avvenne tra il 1283 (ultima testimonianza di Paolo in vita) e il 1286 (anno in cui Gianciotto si risposa con Zambrasina, donna bella e benestante, vedova anch'essa, da cui ebbe cinque figli). Gianciotto aveva sposato Francesca intorno al 1275-6, da cui ebbe una sola figlia, Concordia, nel 1280; probabilmente il matrimonio fu celebrato l'anno dopo in cui i Malatesti aiutarono i Polentani a superare l'attacco militare del ghibellino Guido da Montefeltro, che già aveva posto sotto di sé buona parte della Romagna, dopo aver sbaragliato l'esercito guelfo a San Procolo, occupando Cesena e Cervia, e, per completare l'opera, minacciava da vicino sia Rimini che Ravenna. Alcune fonti sostengono che il matrimonio fu deciso dal padre di Francesca (contro il volere della madre), semplicemente per gratificare i Malatesta che lo avevano aiutato a imporre il proprio dominio su Ravenna. La situazione comunque per le casate guelfe era divenuta così preoccupante che i Malatesti e i da Polenta mandarono a chiedere alla curia papale nel 1277 che la Romagna venisse incorporata nell'ambito degli stati pontifici.

Pur essendo storicamente rivali, le due casate guelfe, attraverso la mediazione dell'arcivescovo ravennate Bonifacio, erano riuscite a organizzare un fronte comune contro Guido. Non c'era stato solo il matrimonio antighibellino tra Gianciotto e Francesca, ma anche tra Bernardino, fratello di Francesca, e Maddalena, sorellastra di Gianciotto. Dopo il delitto di Paolo e Francesca la famiglia da Polenta non mosse alcuna protesta, anzi rafforzò l'intesa con un nuovo matrimonio. Evidentemente si diede per acquisita la tesi della giusta punizione dell'adulterio. Qui infatti non si deve dimenticare che la politica matrimoniale era una strategia molto efficace per le casate minori: non a caso i Malatesti riuscirono a stare al governo di Cesena e di Rimini sino alla prima metà del Cinquecento, allorché tutta la Romagna fu definitivamente inglobata come feudo nello Stato della chiesa.

Tutte queste cose anche Dante, che conosceva bene la realtà romagnola ancor prima di frequentarla come perseguitato politico, non poteva non saperle. Perché dunque opporsi all'opinione dominante che vedeva nei due amanti una squallida vicenda di adulterio e farne invece occasione di altissima poesia, in cui soprattutto Francesca, nonostante passi per lussuriosa, viene enormemente riabilitata? Non è possibile pensare a un semplice omaggio nei confronti di Guido Novello da Polenta, nipote di Francesca, di cui sarà ospite dal 1318 sino alla morte. Peraltro se non ci fosse stato il canto V dell'Inferno noi non avremmo saputo nulla di Francesca: l'unico documento storico che la ricorda è un lascito testamentario, in cui si assicura un avvenire alla figlia Concordia, che sopravvisse lungamente alla madre (morì nel convento delle Clarisse di Santarcangelo di Romagna, da lei stessa istituito) e che fu presa in cura dal nonno Malatesta il Vecchio, tutore anche dei figli di Paolo.

Le sole parole che documentano la vita e la morte di Francesca sono tre in tutto: "Olim domina Francischa" ("[visse] un tempo madonna Francesca"); e si leggono in un comma del testamento che il suocero dettò a Rimini il 18 febbraio 1311, una trentina d’anni dopo la scomparsa di lei, onde evitare che i nipoti e i loro eredi provocassero liti per la dote di Francesca. Si deve quindi presumere che l'alleanza tra le due famiglie romagnole fosse così vantaggiosa per entrambe che il fatto di sangue era destinato a essere considerato uno spiacevole contrattempo, da dimenticare il più presto possibile.

Forse a causa di questo vergognoso e tacito "patto guelfo" il "ghibellin fuggiasco" ha voluto poeticamente mettere Francesca, pur con le dovute cautele teologiche, sull'altare delle donne libere d'amare, che non si piegano alle convenienze dei potenti. Sotto questo aspetto il personaggio è incredibilmente moderno e Dante deve aver rischiato non poco, sul piano etico, a minimizzare la colpa dell'adulterio e a considerare la lussuria semplicemente una forma di passione amorosa, meritevole sì di condanna in quei due amanti già sposati, ma in forma lieve, in quanto il cerchio è subito dopo il Limbo.

E' tuttavia impossibile non chiedersi, alla fine della lettura del canto, il vero motivo per cui Francesca, umanamente parlando, sia stata messa all'inferno. Se si voleva trattare il tema della lussuria perché non usare uno dei famosi personaggi citati nel canto? Dante non si sente forse svenire quando ascolta da Virgilio i nomi delle mille anime e più dei condannati alle pene eterne? Non sono forse gli stessi personaggi, già ampiamente trattati e sicuramente da lui studiati in storia, letteratura, mitologia... molti dei quali non avrebbe mai pensato di "ritrovare" all'inferno? Se voleva smitizzare i racconti della storia, perché usare un personaggio del tutto anonimo?

O forse è stato proprio il desiderio di non ripetere cose note che l'ha indotto a parlare di una illustre sconosciuta? ovvero il desiderio di emulare il suo maestro Virgilio, che nell'Eneide aveva descritto il dramma amoroso di Didone? Va detto peraltro che tutti i personaggi citati in questo canto non sono cristiani, sicché non potevano avere, al pari di Francesca, una consapevolezza adeguata del male della lussuria. Non a caso Francesca antepone chiaramente le esigenze personali dell'amore a quelle oggettive della donna sposata, con una finezza di ragionamento (l'amore esige che chi si sente amato - lei da parte di Paolo -, riami) che non può trovare riscontri nella letteratura classica greco-romana, in cui gli estremi della libertà oscillavano tra la forza cieca del destino e l'arbitrio personale, senza possibilità d'usare una parvenza altamente mistificatoria, come appunto quella dell'amore cristiano.

Anche nel caso in cui Francesca abbia usato quella frase sull'amore (di Andrea Cappellano, riportata nel De Amore) più che altro come giustificazione astratta del proprio operato, in quanto nel concreto essa non sembra avere esatta consapevolezza del fatto d'aver tradito il marito, accusato d'averla uccisa selvaggiamente, senza darle neppure il tempo di spiegare la ragione dei propri sentimenti, a se stessa e agli altri: anche in questo caso dovremmo dire che si è qui in presenza di un tormento impossibile in un'epoca pre-cristiana.

Francesca può cercare di far capire quanto vuole che non si può essere adulteri quando il matrimonio è combinato dai parenti, può ritenere Gianciotto un individuo del tutto estraneo alla sua vita interiore e ricordarlo solo con la soddisfazione di sapere che ora sta soffrendo più di lei nel IX cerchio, ma resta il fatto che il suo comportamento non può essere definito "cristiano". E Dante, pur sentendola raccontare con coraggio tutta la propria vicenda, sin nei particolari più intimi, non può certo metterla in paradiso, anche perché avrebbe dovuto crearle un apposito cerchio, allora impensabile, quello delle donne sessualmente emancipate, disposte ad amare solo per amore.

E' vero, Boccaccio, che sicuramente sopportava la chiesa molto meno di Dante, l'avrebbe fatto, ma Boccaccio era un libertino, non un tormentato. Asserire che Francesca amava Paolo ancor prima di sposarsi e che fu tratta in inganno al momento della stipula del contratto matrimoniale, significa semplicemente giustificare la loro azione adulterina e rendere ancora più assurda la loro presenza all'inferno. In tal modo però non avremmo avuto una tragedia ma una commedia. Boccaccio infatti non ha saputo cogliere il dramma esistenziale di Dante, che si sentiva in dovere di conciliare le esigenze umane con quelle cristiane.

Paolo - così dice Francesca a Dante - fu il primo a innamorarsi, e ad un certo punto ne fu ricambiato. "Amore, che subito accende i cuori gentili, infiammò questo mio compagno, invaghendolo della mia bella persona... e siccome l'amore esige che chi si sente amato riami, mi prese così fortemente l'amore per la bellezza (il piacere) di costui, che ancora non mi lascia". Lei dunque lo giustifica e con lui giustifica se stessa. Non ci può essere pentimento in un'anima "dannata", altrimenti Dante l'avrebbe messa almeno in purgatorio, anche se la lussuria viene considerata dal cattolicesimo uno dei sette peccati capitali.

Ma se c'era amore reciproco perché metterli all'inferno? Se entrambi furono presto assassinati, senza neanche poter davvero godere di questa loro reciproca passione, perché punirli così duramente? E se anche avessero voluto pentirsi, con quale tempo avrebbero potuto farlo? E come potrebbero farlo ora che si trovano in un luogo ove la colpa e la sua punizione sono eterni? E perché mai dovrebbero pentirsi se ancora si amano e se il loro assassino giace nel cerchio più profondo dell'inferno? Perché Minosse è nel giusto quando nega all'amore diritto di cittadinanza preferendo punire eternamente l'adulterio? Che religione è quella che nega per sempre valore a una cosa bella solo perché questa è nata compiendo una cosa sbagliata? O forse per la chiesa sarebbe stato più giusto vivere un amore non sentito ma fedele, un matrimonio intimamente falso ma esteriormente legittimo? Sarebbe stato forse preferibile vivere nella rassegnazione del ruolo formale della donna sposata per interesse di potere, per il gioco delle parti?

Dante non può non essersi posto queste domande. Cioè non può non essersi chiesto il motivo per cui doveva mettere all'inferno, come cristiano, una donna che aveva tradito il marito, quando, come uomo, vedendo il grande amore di lei per Paolo, peraltro pienamente ricambiato, avrebbe dovuto metterla tra gli spiriti amanti del paradiso o, al peggio, tra i lussuriosi del purgatorio. Al massimo avrebbe dovuto relegare il solo Paolo all'inferno, tra i seduttori, visto che fu lui a indurla in tentazione (tralasciando poi qui il fatto che la lussuria viene spesso considerata un peccato prevalentemente "maschile"). Ma perché non far dire una sola parola a Paolo, lasciando che Francesca si prendesse tutto l'onere della tragedia? E' forse questa l'altra faccia del maschilismo di Dante, che cita poche donne nella Commedia e quasi tutte le mette all'Inferno, senza possibilità di parola? Anche in questa schiera dannata si trovano più donne che uomini o comunque a loro son dedicati molti più versetti.

La lettura del romanzo cavalleresco, proibito da papa Innocenzo III, sull'amore adulterino tra la regina Ginevra, sposa di re Artù, e il cavaliere Lancillotto, fu sicuramente un'iniziativa di Paolo, anche perché Francesca, definendo il libro "galeotto", sembra voler attribuire alla letteratura cavalleresca quella morbosità colpevole d'accendere le fantasie più malsane, di cui lo stesso Dante in parte sarebbe responsabile, quando in gioventù aveva aderito alla poesia amorosa con il Dolce Stil Novo.

Tutto ciò forse spiega il motivo per cui Dante, invece di addentrarsi in un discorso di carattere più generale, rivalutando culturalmente o addirittura politicamente il gesto di rottura matrimoniale da parte di Francesca, a vantaggio di un amore libero e personale, abbia preferito soffermarsi, insistendovi forse anche oltre il lecito, su questioni chiaramente intime. "Con che segno e in che modo l'amore permise che conosceste i vostri desideri inconsci e inespressi", le chiede con malcelata curiosità.

Molto stranamente Dante non interviene sulla testimonianza che Francesca ha reso di se stessa e del proprio amante, non chiede ulteriori spiegazioni relative al suo rapporto con Gianciotto, dà quasi per scontato che le uniche motivazioni plausibili dell'adulterio siano appunto state quelle della libidine. L'unica cosa che chiede sembra quanto meno fuori luogo, una sorta di violazione della privacy. Vuol sapere la causa esistenziale scatenante, onde comprendere meglio la decisione di sottomettere la ragione all'istinto. Come se fosse davvero questo il problema, come se una causa non valesse l'altra, come se potesse esserci una causa tale per cui l'adulterio o la lussuria apparissero meno gravi...

Francesca, a dir il vero, non aveva caratterizzato la sua vicenda in termini soggettivi; il suo primo intervento sembrava aver lo scopo di spiegarla e giustificarla come cosa oggettiva, in cui l'impulso del desiderio, come forza irresistibile, veniva sottratto a una precisa responsabilità individuale. La prima formula di cui si serve è tutta racchiusa nella dottrina stilnovistica, secondo cui il cuore nobile si apre con naturalezza all’amore: "Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende".

Questo a Dante non poteva bastare. Egli infatti vuol sapere se vi fu un aspetto morboso nel loro rapporto; vuol cercare di capire, superando il procedimento sanzionatorio di Minosse, quale sia la vera motivazione che giustifichi la presenza di quelle due anime all'inferno. E forse vuol far capire a Francesca, con quella domanda, d'aver apprezzato enormemente la sincerità della sua testimonianza e d'essere rimasto particolarmente colpito, anzi sconvolto, dal fatto di averli trovati lì, ma che questo non gli impedirà di riflettere sulla cosa in maniera obiettiva.

Dunque quella domanda così intima, posta sapendo bene che i bei ricordi feriscono alquanto chi non ha più modo di tornare indietro ("Le tue pene mi strappano lacrime di dolore e di pietà", le dice), non doveva soltanto servire a lui come cristiano, per appagare il proprio senso etico-religioso dell'esistenza, per sincerarsi della piena consensualità di lei, cioè del fatto che non era stata raggirata da un seduttore, ma doveva servire anche a lei, per aiutarla a capire che la lussuria non fu una scelta di libertà ma di debolezza.

Questo modo di procedere, pur imbozzolato nella religione, anticipa la psicanalisi di 700 anni. Dante sta pensando che il raccontare la propria storia possa servire per sentirsi ancora importanti e per ritrovare in sé le ragioni della propria condizione: non ha posto quella domanda con una curiosità voyeuristica o sfruttando l'occasione e la sua posizione di osservatore privilegiato, al fine di ottenere una confessione ben più convincente di quella che Francesca doveva aver fatto al cospetto di Minosse.

Francesca non viene dipinta come una eroina; Dante anzi insiste sulla sua femminile debolezza e sul suo costante bisogno di essere giustificata e compatita. La fatalità della passione sarebbe, nella donna peccatrice, un motivo costante che le si offre come mezzo di discolpa. Il "mal d'amore" di Francesca non sopporta limiti, prudenze, segretezze. Dante teologo condanna la passione dei due cognati, ma come uomo è lacerato dalla pietà.

La risposta data da Francesca può essere messa senza dubbio ai vertici della poesia erotica mondiale. E rende del tutto incomprensibile, agli occhi dell'uomo contemporaneo, la presenza di quei due amanti in un girone infernale. La relazione tra i due era iniziata durante le molte assenze di Gianciotto, impegnato a consolidare il dominio dei Malatesti nelle Marche, ed è probabile che Francesca venisse ripresa più volte dal marito, informato dai propri servitori. Ma lei non se ne curava e neppure Paolo, con cui passava i pomeriggi nel castello di Gradara a leggere il romanzo d'amore di Lancillotto e Ginevra, uno dei testi più diffusi di quella letteratura particolarmente gradita alle corti e agli ambienti signorili di quel tempo. Erano soli e senza timore d'essere sorpresi da qualcuno, anche perché una legge dell’epoca proibiva al magistrato di Pesaro, e quindi a Gianciotto, di portare con sé nella città amministrata la propria famiglia.

L'occasione licenziosa, espressa nelle parole: "Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso", era stata vissuta a più riprese, finché ad un certo punto "...ci vinse entrambi e ci trascinò alla rovina. E fu quando leggemmo che la bocca ridente di Ginevra fu baciata dal sì famoso amante. Al sentir questo, costui, che mai non sarà diviso da me, tutto tremante mi baciò la bocca anche lui... Quel giorno troncammo lì la nostra lettura".

L'improvvisa cessazione della lettura può ovviamente essere interpretata in due modi diversi: uno erotico, l'altro tragico. Quel che è certo è che Gianciotto, se voleva essere sicuro della colpa, doveva cogliere gli amanti sul fatto; quindi è davvero possibile che erotismo e tragedia si siano consumati nello stesso momento.

Ma qui il vero dramma ormai è tutto interiore alla coscienza di Dante. Infatti se come cristiano non ha avuto il coraggio di non metterli all'inferno, ora che cosa potrà fare come uomo? "Mentre Francesca parlava, il suo compagno piangeva, tanto che io non ne potei più e svenni dal dolore; e caddi inerte, come corpo morto cade".

Il cristiano è costretto a svenire come uomo, perché come uomo sa che non è cristiano mettere all'inferno due anime che si amano in quella maniera. Dante e Francesca non possono incontrarsi cristianamente, ma umanamente sì, solo che qui l'umano appare come un di meno dell'essere cristiano, come se il cristiano non fosse un mezzo per realizzare l'umano, come se il cristiano fosse solo "forza" e l'umano solo "debolezza", come se la perfezione fosse qualcosa priva di debolezze. Com'è possibile trovare risposte convincenti a queste incongruenze? Com'è possibile che proprio in nome del cristianesimo nessuno dei due possa intercedere per l'altro? "Se fosse amico il re de l'universo, / noi pregheremmo lui de la tua pace, / poi c'hai pietà del nostro mal perverso", aveva detto lei. "Francesca, i tuoi martìri / a lagrimar mi fanno tristo e pio", aveva detto il poeta, sconsolato e impotente.

Qui diventa fortissima la contrapposizione tra Minosse e Dante: uno è sicuro di sé, l'altro sviene; uno giudica, l'altro tace; uno minaccia, intimorisce, insinua dubbi e sospetti; l'altro ha pietà, sconforto, commozione. Se Francesca appare come una peccatrice malgré soi, Dante, confrontato con Minosse, appare come un cristiano sui generis. Infatti pur essendo anche il poeta un gran "conoscitor de le peccata", si guarda bene, al cospetto di Francesca, dal mostrarlo.

Lo mostra però al suo lettore, scegliendo per questi due amanti un destino comune all'inferno, dove la lussuria, abbinata all'adulterio, viene fatta pagare tremendamente cara. Il fatto è che mentre nel purgatorio la lussuria appare come un semplice "vizio", qui invece Dante ha bisogno di farla passare come "peccato", e quali sono gli elementi indiziari o addirittura le prove ch'egli mette sul tavolo per far valere la propria concezione teologica della vita? Cos'è che c'impedisce di considerare sproporzionata la pena del contrappasso in anime così sincere e gentili, che non hanno neppure avuto il tempo di godere della loro passione?

Se Dante avesse scritto il canto parlando di un altro dei personaggi citati, tutto probabilmente sarebbe stato più facile: perché complicarsi le cose con un caso così commovente, di così difficile soluzione? In realtà la prova della colpa viene offerta dalla stessa Francesca, che non vuole assolutamente separarsi dal suo amante, né lui da lei. E' un peccato di orgoglio, quello con cui difende la propria concupiscenza, che non è una forza trascendente e irresistibile, ma il frutto di una responsabilità personale, anche se ogni persona che la vive, e quindi non solo Francesca, tende sempre a considerarla una seconda natura, un istinto primordiale.

All'inferno le venticinquenne Francesca non venne messa né per la lussuria, né per l'adulterio (considerando la forzatura dei matrimoni combinati, al massimo si poteva pensare a una condanna tra i lussuriosi del purgatorio), ma per l'orgoglio d'aver vissuto la propria storia senza provare alcun senso di colpa nei confronti del marito (al quale anzi augura una sorte peggiore della sua) o comunque senza provare comprensione per il gesto impulsivo ch'egli aveva compiuto. Francesca vuole continuare a tenere la ragione sottomessa all'istinto, pagando con caparbietà il prezzo di questa sciagurata decisione.

Dante, le cui fonti per immortalare questa vicenda ci sono del tutto ignote e che indubbiamente lavorò anche di fantasia, vuol farci capire che non poteva essere quella di Francesca la soluzione al fallimento morale dei matrimoni d'interesse, anche se non meno radicalmente mostra di non poter condividere la giustizia privata e sommaria con cui Gianciotto pose fine allo scandalo.

Il "sommo poeta" ha comprensione e compassione della natura umana, la quale, pur compiendo azioni di grande virtù, può anche cadere nel vizio a causa della propria fragilità, ma qui non può far nulla. Come Francesca, parlando con una pacatezza inusitata della propria tragedia, ha mostrato d'essere una persona del tutto diversa da quello che ci si poteva aspettare che fosse nella realtà, così Dante, pur svenendo come corpo morto di fronte a un'emozione del genere, non può che lasciare i due personaggi all'inferno. Francesca infatti, senza rendersi conto che non poteva farlo, e come lei neppure Paolo, asserisce di averlo dovuto fare proprio perché "Amor, ch'a nullo amato amar perdona".

La pedagogia del canto però parla chiaro: essa deve mettere in guardia la gioventù dal non fidarsi troppo della propria capacità di tenere a freno gli istinti, dal non lasciarsi coinvolgere in situazioni potenzialmente pericolose per la propria rettitudine morale, dal non credere che una volta compiuto l'arbitrio ci si possa redimere semplicemente mostrandosi ingenui o addebitando ad altri responsabilità che in ultima istanza sono proprie.

In tal senso il poeta non può che fare ammenda dei propri delicta juventutis e prendere nota che, quando dovrà trattare il tema del Purgatorio, non potrà non punire i poeti provenzali per la loro scrittura licenziosa.

Dante e Ulisse - De Vulgari Eloquentia - Il conte Ugolino - I papi simoniaci - Casella - Scheda su Dante Alighieri - Selva oscura - Canto II Inferno - Ignavi - Ciacco - Avari e prodighi - Filippo Argenti - Farinata - Vita Nuova


Fonti

SitiWeb

Film

  • Paolo e Francesca è un film del 1949, diretto dal regista Raffaello Matarazzo.
  • Paolo e Francesca (1971), film diretto da Gianni Vernuccio

Testi

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 10-09-2014