Inferno: Canto XXVI

Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande,
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!

Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss'ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com'più m'attempo.

Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov'e' vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com'io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra 'l ponte a veder surto,
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz'esser urto.

E 'l duca che mi vide tanto atteso,
disse: "Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli è inceso".

"Maestro mio", rispuos'io, "per udirti
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:

chi è 'n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov'Eteòcle col fratel fu miso?".

Rispuose a me: "Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;

e dentro da la lor fiamma si geme
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l'arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta".

"S'ei posson dentro da quelle faville
parlar", diss'io, "maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

che non mi facci de l'attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego!".

Ed elli a me: "La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch'e' fuor greci, forse del tuo detto".

Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

"O voi che siete due dentro ad un foco,
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi".

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: "Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov'Ercule segnò li suoi riguardi,

acciò che l'uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.

"O frati", dissi "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente,
non vogliate negar l'esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Li miei compagni fec'io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte e 'l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'altrui piacque,

infin che 'l mar fu sovra noi richiuso".

Gioisci, Firenze, poiché sei così famosa,
che voli per mare e per terra,
e il tuo nome si diffonde per l’inferno!

Tra i ladri incontrai cinque tuoi cittadini
di tale condizione che ne sento vergogna,
e tu Firenze non ne sali in grande onore.

Ma se nelle prime ore del mattino si sogna il vero,
tu proverai tra breve quello che Prato,
per non dire di altri, ti augura.

E se ciò già fosse, non sarebbe troppo presto.
Oh fosse già avvenuto, visto che è inevitabile!
ché peggio sarà quanto più invecchierò.

C’incamminammo e Virgilio risalì per la scala
formata dalle sporgenze rocciose che prima
ci erano servite per scendere, e mi portò con lui;

e mentre proseguivamo nella via solitaria,
tra le pietre e i massi del ponte il piede non riusciva
ad avanzare senza l’aiuto delle mani.

Allora mi addolorai, e ora nuovamente mi addoloro
quando rivolgo il pensiero a ciò che vidi,
e tengo a freno l'ingegno più del solito,

perché non corra troppo senza la guida della virtù,
onde, se la mia buona stella o la grazia divina
m'ha dato tanto ingegno, io stesso non me lo tolga.

Quante lucciole il contadino che si riposa
sul colle, durante la stagione in cui il sole
rimane più a lungo all’orizzonte,

allorché alle mosche succedono le zanzare,
vede giù per la valle, dove gli sembra di scorgere
le sue vigne e i suoi campi,

di altrettante fiamme splendeva tutta l’ottava bolgia,
così come fui in grado di vedere non appena giunsi
al centro del ponte da dove era visibile il fondo.

E come colui che si vendicò per mezzo degli orsi
vide il carro di Elia nel momento in cui si staccò
da terra, quando i cavalli si levarono verso il cielo,

tanto che non lo poteva seguire con gli occhi,
in modo da non vedere altro che la sola fiamma
salire in alto, come una piccola nuvola,

così nel fondo della bolgia si muove ogni fiamma,
poiché nessuna fa vedere quello che essa contiene,
e ogni fiamma nasconde un dannato.

Stavo sul ponte diritto in piedi per guardare,
così che se non mi fossi afferrato a una sporgenza,
sarei precipitato anche senza essere urtato.

E Virgilio, che mi vide così intento a guardare, disse:
"Le anime stanno dentro i fuochi; ciascuna è avvolta
dalla fiamma che la brucia".

"Maestro", risposi, "per il fatto che lo sento dire da te
sono più sicuro, ma già pensavo che fosse così,
e già volevo domandarti:

chi c’è dentro a quella fiamma che avanza così divisa
nella parte superiore, che sembra levarsi dal rogo
dove Eteocle fu posto col fratello?"

Mi rispose: "Dentro a quella fiamma sono tormentati
Ulisse e Diomede, che peccarono insieme contro
l'ira divina e ora insieme ne subiscono la pena;

e dentro alla loro fiamma si espia l’insidia del cavallo
che aprì la porta dalla quale uscì Enea,
il nobile progenitore dei Romani.

In essa si espia la triste astuzia per la quale
Deidamia continua a lamentarsi di Achille,
e si soffre il castigo a causa del Palladio".

"Se essi possono parlare da dentro quelle fiamme"
dissi "maestro, ti prego e torno a pregarti,
e possa la mia preghiera valerne mille,

che tu non mi impedisca di aspettare,
fino a quando quella fiamma cornuta sia giunta qui:
guarda come dal desiderio mi chino verso di lei!".

E Virgilio a me: "La tua richiesta merita un grande
elogio, e io perciò l’approvo: ma fa che la tua lingua
si trattenga dal parlare.

Lascia parlare me, poiché ho capito ciò che desideri:
perché essi, essendo stati Greci,
forse eviterebbero di parlare con te".

Dopo che la fiamma giunse nel punto in cui
Virgilio ritenne opportuno,
io lo udii parlare in questo modo:

"O voi che vi trovate in due dentro una sola fiamma,
se io ebbi qualche merito nei vostri riguardi,
mentre ero in vita, se io l’ebbi grande o piccolo

quando in terra scrissi i nobili versi, sostate:
e uno di voi racconti dove, per parte sua,
smarritosi andò a morire".

La punta più alta dell’antica fiamma cominciò
a scuotersi rumoreggiando proprio
come quella che il vento agita;

poi, muovendo di qua e di là la punta,
quasi fosse la lingua che parlava,
getto fuori la voce, e disse: "Quando

mi allontanai da Circe, che mi trattenne
per oltre un anno là vicino a Gaeta,
prima che Enea la chiamasse così,

né la tenerezza per il figlio, né l’affetto
riverente per il vecchio padre, né il dovuto amore
che doveva rendere felice Penelope,

poterono vincere dentro di me l’ardente desiderio
che ebbi di conoscere il mondo,
e i vizi e le virtù degli uomini:

ma mi spinsi per lo sconfinato alto mare
solo con una nave, e con quella esigua schiera
dalla quale non ero stato abbandonato.

Vidi l’una e l’altra sponda fino alla Spagna,
fino al Marocco, e alla Sardegna, e alle altre isole
bagnate tutt’intorno da quel mare.

Io e i miei compagni eravamo vecchi e lenti
nei nostri movimenti allorché giungemmo
a quell’angusto stretto dove Ercole fissò i suoi limiti,

affinché l’uomo non si avventuri oltre:
lasciai alla mia destra Siviglia, alla mia sinistra
ormai Ceuta mi aveva lasciato.

"O fratelli", dissi, "che avete raggiunto il confine
occidentale attraverso centomila pericoli,
in questa vostra breve vigilia

dei sensi, che ancora vi rimane,
non vogliate negare la conoscenza,
seguendo il corso del sole, del mondo disabitato.

Riflettete sulla vostra natura:
non foste creati per vivere come bruti,
ma per seguire la virtù e il sapere.

"Con questo breve discorso resi i miei compagni
così desiderosi di proseguire il viaggio,
che a stento dopo sarei riuscito a fermarli;

e rivolta verso Oriente la poppa della nostra nave,
trasformammo i remi in ali per il viaggio temerario,
sempre avanzando verso sinistra.

Già la notte ci mostrava tutte le stelle dell’antartico,
mentre invece il polo artico era così basso
che non si alzava al di sopra del livello del mare.

Cinque volte si era accesa e altrettante spenta
la luce che la luna mostra nella sua parte inferiore,
da quando avevamo iniziato il nostro difficile viaggio,

allorché ci apparve una montagna, scura a causa
della distanza, e mi sembrò tanto alta
come non ne avevo mai veduta alcuna.

Noi gioimmo, e subito la nostra gioia si mutò in pianto
perché dalla terra da poco avvistata sorse un vento
vorticoso, che investì la prua della nave.

Tre volte la fece girare insieme con tutte le acque:
alla quarta fece levare la poppa in alto
e sprofondare la prua, come volle Dio,

finché il mare si richiuse sopra di noi".


L'ULISSE DI DANTE

La scelta della pena

Nell'ottava bolgia, delle dieci dell'ottavo cerchio del suo Inferno, Dante condanna senza mezzi termini i consiglieri fraudolenti della sua Firenze. Li paragona a "lingue di fuoco", perché ha voluto creare un contrappasso adeguato alla complessità della colpa di questi "ladron", che ingannarono le loro vittime (soprattutto con l'arte oratoria), nascondendo dietro false intenzioni il loro vero scopo, per cui adesso sono costretti a restare nascosti per sempre da un fuoco che li brucia dolorosamente, rubando l’immagine della loro forma fisica, così come nella loro vita essi furono ladri della buona fede altrui.

La fiamma che li avvolge assume addirittura i connotati fisici delle anime in pena, al punto d'assomigliare a una lingua che, guizzando, emette suoni articolati.

L'incontro con Ulisse

Ma quando viene a sapere che tra i dannati vi è pure Ulisse (in compagnia dell'amico Diomede), l'atteggiamento di Dante cambia completamente.

Al pari degli altri dannati, Ulisse viene presentato come un uomo chiuso in se stesso, anche se in quel momento è desideroso di parlare coi due inaspettati ospiti (Dante e Virgilio).

Di fronte alla grandezza d'un personaggio del genere, osannato da tutta la letteratura greca e latina, Dante si sente piccolo e avverte di dover fare molta attenzione a misurarsi con lui. Anzi, temendo troppo il confronto con un personaggio del genere, il poeta non s'arrischia neppure d'interrogarlo e lascia che al suo posto lo faccia Virgilio.

Siccome ha deciso di metterlo all'Inferno, deve poter dimostrare questa sua scelta in maniera "oggettiva" o, se vogliamo, "etica", senza indulgere troppo nell'artificio letterario e senza lasciarsi dominare dalla passione politica.

I motivi della condanna

Ulisse viene condannato per motivi sia politici che morali:

  • perché, insieme a Diomede, con l'inganno convinse Achille a guerreggiare contro i troiani, inducendolo ad abbandonare la sposa Deidamia, che morì di crepacuore;
  • perché escogitò l'inganno del cavallo per conquistare Troia (Dante accetta la leggenda di Virgilio secondo cui i romani sono discendenti di Enea profugo di Troia);
  • perché Ulisse e Diomede rubarono alla città sconfitta il Palladio (statua di Atena), mostrando così il loro disprezzo per le cose sacre;
  • perché rinunciò all'affetto paterno per il figlio, alla pietà filiale per il padre, all'amore doveroso per la moglie, semplicemente per inseguire sogni di avventura, al fine di "divenir del mondo esperto / e de li vizi umani e del valore"(XXVI, 97-99);
  • perché convinse i suoi compagni marinai a tentare una folle impresa, che mai nessuno aveva rischiato: quella di costeggiare l'Africa sino alla punta estrema. In tal senso la condanna sfiora l'accusa di empietà, cioè di ateismo, in quanto il limite delle colonne d'Ercole (presso lo stretto di Gibilterra) era stato posto dagli stessi dèi (sulle colonne, secondo i latini, era scritto: “Non plus ultra”).

Ma perché, se i motivi sono così espliciti e ben delineati, Dante non ha neppure il coraggio di parlare con Ulisse? Per quale motivo si è sentito indotto a inventare l'escamotage secondo cui Ulisse, essendo un grande eroe greco, non si sarebbe abbassato a parlare con un poeta che scriveva in volgare fiorentino?

Ulisse viene messo all'Inferno per delle colpe che costituirono tra gli intellettuali, i politici, i militari... dell'antichità un motivo di vanto o comunque una necessità del tutto scusabile, specie se in condizioni di guerra o di pericolo; per delle colpe che forse avrebbero dovuto essere controbilanciate dai suoi meriti personali (Ulisse in fondo era simbolo del coraggio, della ragione, dell'astuzia, della ricerca, della curiosità, della esplorazione...); per delle colpe che per un eroe "pagano" erano tali sino a un certo punto e forse per le quali avrebbe meritato il Purgatorio.

Non a caso nel Paradiso Dante formula un'angosciosa domanda a proposito dell’uomo nato al di fuori dei confini del cristianesimo ("Un uom nasce a la riva / de l’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo né chi legga né chi scriva; / e tutti suoi volere e atti buoni / sono, quanto ragione umana vede" - XIX 70-4), una domanda che dimostra un’apertura tutt’altro che convenzionale verso i non cristiani, un’apertura fondata sulla ragione, non sul dogma: "ov’è questa giustizia che ‘l condanna? / ov’è la colpa sua, se ei non crede?" (XIX 77-8). (1)

Il fascino del condannato

Proprio in questa cantica vi è una delle terzine più famose di tutto l'Inferno e forse di tutta la Commedia. Sono parole ("orazion picciola") che Dante fa dire a Ulisse quando questi voleva convincere i suoi compagni ad avventurarsi verso l'oceano: "Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza"(XXVI, 118-120). E' grande qui Dante quando porta il lettore a chiedersi come definire un uomo che proprio mentre afferma tali grandi parole, nega la vera virtù e la conoscenza utile a vivere un'esistenza davvero umana?

Dante sa bene d'aver subito in gioventù il fascino della personalità dell'eroe omerico, esattamente come tutti gli intellettuali che l'avevano preceduto, da Orazio a Seneca, a Cicerone, che avevano sottolineato di Ulisse il patrimonio di conoscenze e di saggezza conquistato nel suo avventuroso viaggio e ne avevano fatto il simbolo della virtù (humanitas) intesa come profondo ed insaziabile desiderio dell'uomo della conoscenza, anche se per questo egli deve ritardare il nostos, cioè il ritorno in patria.

Orazio definisce Ulisse “modello di virtù e di sapienza” (“conobbe i costumi degli uomini... e soffrì molte asperità nel vasto mare”, Epistole). Seneca accosta Ulisse ed Ercole celebrandoli come uomini “vincitori di ogni genere di paure”(Costanza del sapiente). Soprattutto Cicerone, commentando l'episodio dell'incontro di Ulisse con le Sirene dice dell'eroe: “le Sirene gli promettono la conoscenza: non deve quindi meravigliare se ad Ulisse, questa apparisse più cara della patria, tanto era desideroso di conoscenza” (Sul sommo bene e sul sommo mal).

Il motivo di fondo per cui Dante mette Ulisse all'Inferno non è semplicemente per il suo ateismo o per il fatto che avesse una concezione del tutto formale della religiosità, ma per il fatto che nel proprio ateismo egli non tenesse in alcuna considerazione gli umani sentimenti.

Non dobbiamo dimenticare che Dante, pur non essendo un cattolico integralista, non era neppure un laico come Marsilio da Padova (1275 - 1343), suo conterraneo. Egli è consapevole di non poter condannare all'Inferno un uomo che tentò di attraversare lo stretto di Gibilterra, ma il dovere "religioso" gli impone di doverlo fare, in quanto l'Ulisse ateo mandò a morte i suoi compagni. E così per le altre colpe.

Peraltro, il fatto che qui Dante rispetti tutte le consegne di Virgilio è la dimostrazione ch'egli aveva nei confronti della tradizione un atteggiamento più ossequioso di quello di Ulisse.

La fine del condannato

Dante, che pur non ha chiesto nulla all'eroe greco, gli fa raccontare un viaggio che neppure i redattori dell'Odissea ebbero mai il coraggio di narrare, e che influenzerà buona parte della letteratura a lui successiva. Egli infatti fa premettere a Ulisse due cose che tutto fanno pensare meno che all'idea di dover condannare all'Inferno un navigatore così coraggioso ancorché ateo: l'"orazion picciola", di cui s'è detto, e la constatazione del limite fisico dei marinai, i quali, a conti fatti, non riuscirono nell'impresa, secondo l'opinione di Ulisse, soltanto perché "già vecchi e tardi (nei movimenti)"(v. 106). Anche se qui Dante si serve di questa dichiarazione per sostenere che il folle viaggio fu intrapreso in piena consapevolezza.

Che Dante concluda in maniera romanzata (alla Moby Dick, per intenderci), senza proferire parola alcuna di commento, e soprattutto senza fare alcun cenno ai delitti e alle nefandezze ben più gravi di cui si macchiò Ulisse, è indicativo del fatto che tra lui e Omero s'era insinuata una sorta di "attrazione fatale", ereditata dagli intellettuali greci e latini e che verrà tramandata a tutti gli intellettuali successivi, sino alla stroncatura senza soluzione di continuità del Pascoli.

Ulisse è l'unico personaggio importante della Commedia che non appartenga alla storia contemporanea di Dante, facendo parte del mito: la sua funzione è dunque soprattutto simbolica, e corrisponde narrativamente, con coerenza stilistica e retorica, alla metafora del mare, con le sue acque invitanti e infide, che non solo in Dante ma in tutta la tradizione culturale del Medioevo, rappresenta la conoscenza, il sapere e la ricchezza: attraversarlo o comunque tentare di solcarlo è quindi un tentativo coraggioso di superare i limiti delle conoscenze precedenti e delle precedenti civiltà agricolo-pastorali.

E' un'impresa che, nell'immaginario medievale, può essere facilitata dall’approvazione divina, come nel caso appunto di Dante, che apprende i segreti delle cose attraverso il viaggio nell’aldilà; oppure, come nel caso di Ulisse, condannata in partenza al fallimento, proprio perché si pone come sfida alla virtù divina.

Ulisse è una specie di specchio negativo di Dante. Dal punto di vista della conoscenza, entrambi sono degli eroi, degli scopritori. Tuttavia Dante è, per così dire, un esploratore approvato da dio, mentre Ulisse è un ribelle, un temerario che osa imporre la propria volontà agli dèi. La presunzione umana rappresenta un inconcepibile sovvertimento dell'ordine dell'universo, e come tale è una forma di "follia". Infatti, l'aggettivo folle, come segnale preciso di questa volontà assurda per chi è sostenuto dalla fede e dalla grazia, compare al v. 125, a definire la natura insana dell'impresa di Ulisse.

L'autore, dunque, sente vicina alla propria l'esperienza di Ulisse (che può rappresentare quella dei filosofi laici che - come lo stesso Dante giovane - si lasciarono tentare da una conoscenza che fosse dei tutto indipendente dal valore della fede religiosa). Ma Dante credette di salvarsi in tempo dal fallimento, tornando alla fede. In questo senso, il personaggio di Ulisse lo rispecchia, ma solo per gli aspetti negativi che lo segnarono in passato e che al tempo in cui scrive la Commedia egli ha ormai superato.

Anonimo fiorentino, Il naufragio della nave di Ulisse, 1390-1400 ca., Biblioteca Apostolica Vaticana, MS lat. 4776, Città del Vaticano

Da un lato quindi Dante deve condannare, formalmente, l'eroe greco per empietà e irresponsabilità, dall'altro però, nascostamente, non può fare a meno di elogiarlo, per aver saputo di molto anticipare i tempi, al punto che dedica al racconto del tragico naufragio ben 37 versi su 142.

Conclusione

Il finale della cantica non sembra affatto un epilogo conseguente alla condanna politica e morale riportata in precedenza; anzi sembra un chiaro invito a riprendere la rotta indicata da Ulisse. Sono talmente tante le indicazioni astronomiche e marittime, che Dante non fa che plaudire, indirettamente, al coraggio del piccolo Portogallo, il quale arriverà presto a scoprire che la direzione del vento dominante cambiava con la latitudine e con la stagione, e a inventare gli strumenti utili alla navigazione una volta attraversato l'equatore, che rendeva appunto vana la stella Polare. (2)

Proprio ai tempi di Dante, infatti, i marinai portoghesi avevano cominciato a fare la stessa cosa di Ulisse, al punto che col principe Enrico il Navigatore (1394-1460) si ufficializzò definitivamente, dietro il solito pretesto di una crociata anti-islamica, il diritto alla conquista dei territori cosiddetti "ignoti" e l'esigenza di trovare tutti i mezzi e modi possibili per aggirare l'impero islamico e raggiungere l'Oriente.

Mercanti genovesi e fiorentini, dopo l'espulsione delle forze islamiche dal Portogallo meridionale, seppero qui creare nuovi mercati così fiorenti che tutti i porti lusitani divennero importanti stazioni commerciali sulle rotte dell'Atlantico settentrionale, specie nel rapporti con Fiandre e Inghilterra.

Al tempo di Dante Lisbona era uno dei maggiori porti europei. Ai mercanti italiani ovviamente seguirono ben presto i banchieri, finché nella zona sud si costituirono vere e proprie colonie italiane, che per la loro abilità finanziaria fruivano d'immunità fiscali e giurisdizionali da parte dei sovrani lusitani.

Tali comunità non fecero che avvalersi delle cognizioni nautiche degli islamici e trasferire nell'Atlantico meridionale quelle esperienze, tecniche, abilità di cui avevano dato prova sul versante settentrionale.

Nel XIII secolo l'Africa era già oggetto di conquista e non solo di commerci. Si volevano insediare scali commerciali sulle coste di Tunisia, Algeria e Marocco, dove era possibile trovare anche oro, spezie e schiavi.

Si sa con certezza che pescatori portoghesi erano approdati alle Azzorre verso la metà del 1300.

L'approdo alla montagna del Purgatorio, che per l'Ulisse ateo ed egocentrico fu tragico epilogo e per il Dante credente e tradizionalista ulteriore tappa verso l'empireo, fu in realtà la premessa per una storia molto più prosaica e crudele, in quanto le imprese marinaresche dei portoghesi e poi degli spagnoli, pur condotte sotto la "protezione divina", finirono con lo sconvolgere l'intero pianeta, aprendo la strada alla nascita del colonialismo e del capitalismo.

Non a caso l'inglese Alfred Tennyson (1809-1892) ebbe tutt'altra interpretazione dell'ultimo viaggio di Ulisse. Il suo Ulisse torna sì a Itaca, ma per ripartirne subito dopo. Infatti né il ritrovato focolare domestico, né la riconquistata funzione di sovrano offrono vere soddisfazioni; anzi, la stessa Itaca, oggetto della nostalgia dell'Ulisse omerico, è divenuta per l'eroe di Tennyson isola inospitale ("sterili rocce"). Non può appagarsi di una vita tranquilla, scandita da ritmi sempre uguali, chi ha vissuto l'avventura della scoperta.

Ulisse, benché anziano, vuole riprendere a navigare e, ritrovati alcuni compagni di viaggio, prospetta loro nuove avventure, nonché la possibilità della morte per mare ("forse è destino che i gorghi del mare ci affondino"); ma l'infrazione del limite, che in Dante portava necessariamente alla punizione, non è vista da Tennyson come eccesso di ardimento.

Anzi, egli insiste sulla tempra eroica di Ulisse, elogiando la sua volontà di "lottare e cercare e trovare né cedere mai". Laddove Dante non poteva concepire l'esito dell'ultima avventura di Ulisse se non in termini di distruzione e di annientamento, Tennyson - che vive nella moderna epoca borghese, in una nazione le cui flotte solcano i mari, impegnata in un progetto di espansione che esige le doti di determinazione e tenacia - fa del suo eroe l'emblema dello spirito pionieristico, della scoperta arrischiata, non solo giustificabile, ma più che lecita, anzi esemplare.

W B. Stanford, commentando l'immagine di Ulisse fornita dai versi di Tennyson, scrisse: "Un moderno Ulisse è nato, un santo patrono pagano per una nuova età di ottimismo scientifico e di espansione coloniale".


(1) Jorge Luis Borges, in Nove saggi danteschi, Adelphi, afferma che certamente Ulisse ha intrapreso un viaggio folle, impossibile, ma l’angoscia, la partecipazione palese di Dante sono quasi troppo profonde e intime. Dante non è l’anti-Ulisse, poiché fa un viaggio non meno “folle” di quello dell'eroe greco, che però egli vuol far risultare autorizzato da dio. Per Borges, Dante è un Ulisse cristianizzato: il folle volo del poeta toscano è la scrittura del libro stesso. Dante era un teologo che in nome di dio si arrogava il diritto di decidere il bene e il male per l'eternità. In tal senso Ulisse, essendo precristiano, non può essere condannato per il proprio ateismo, ma solo per delle colpe morali universali.
Già Lotman (Ulisse e l'originale doppio di Dante), alla domanda sul perché Ulisse il navigatore blasfemo fosse stato messo nel girone dei consiglieri fraudolenti e non invece in quello di coloro che si sono ribellati a dio, rispondeva che la colpa più grave di Ulisse era stata, secondo Dante, quella di aver barato con i "segni" (p.es. il cavallo di Troia), ed era stato punito per la sua audacia di navigatore da una natura che, pur essendo responsabile della sua morte, non poteva agire come vendicatrice di dio, almeno non più dopo Dante. (Il viaggio di Ulisse nella Divina Commedia di Dante, Testo e contesto. Semiotica dell'arte e della cultura, Bari, Laterza, 1980). (torna su)

(2) Perché stupirsi di questo rapporto tra Dante e i marinai portoghesi visto che nella XVII cantica egli ha addirittura anticipato Galilei?
Ella sen va notando lenta lenta; / rota e discende, ma non me n'accorgo / se non che al viso e di sotto mi venta. (Inferno, canto XVII).
In questa terzina c'è l'esatta descrizione del principio elaborato da Galileo Galilei (1632) della cosiddetta invarianza galileiana, lo stesso che poi è alla base della teoria della relatività. Si tratta della sensazione che prova un viaggiatore seduto su un treno che non riesce a capire se il treno è effettivamente in movimento. (torna su)

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Letteratura
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Aggiornamento: 27-07-2014