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Quanto agli abusi politici ed economici della chiesa romana, essi non erano
una novitą. Sicuramente con lo sviluppo dei rapporti mercantili in tutta Europa,
le pretese della curia pontificia e dei prelati di alto grado erano accresciute,
in quanto anch'essa, non meno degli altri proprietari fondiari, voleva
beneficiare dei vantaggi della manifattura capitalistica e dei commerci
internazionali, senza dover per questo rinunciare ai propri privilegi feudali o
dover fare concessioni politiche a favore dei ceti borghesi emergenti.
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Tutta la storia della chiesa romana post-feudale puņ essere vista come il
tentativo di arginare pretese politiche borghesi, pur permettendo alla borghesia
di svilupparsi come classe sociale, con interessi economici estranei alla cultura
tradizionale della rendita feudale. Il conflitto tra chiesa e borghesia giungerą
a maturazione completa quando la borghesia vorrą rivendicare un autonomo potere
politico, non inferiore a quello della chiesa.
Nella Germania del XVI sec. era aumentata, da parte della borghesia, dei ceti
rurali e artigiani, la consapevolezza della necessitą di ridimensionare
notevolmente le pretese clericali, la cui natura antidemocratica si poneva con
sempre maggiore evidenza. Quanto pił aumentava la consapevolezza che la
ricchezza poteva essere il frutto di un lavoro autonomo, in cui era possibile
ricavare profitti, rischiando qualcosa sugli investimenti e organizzando
razionalmente lo sfruttamento della manodopera, tanto pił le posizioni basate
sulla rendita apparivano del tutto ingiustificate.
Questo da parte dei ceti borghesi. Da parte dei ceti rurali la consapevolezza
era ovviamente diversa: qui ormai si era sempre pił convinti che, di fronte ai
privilegi clerico-feudali, che invece di diminuire aumentavano, la fatica del
lavoro dei campi rischiava di diventare una sorta di condanna a morte
anticipata, una schiavitł senza scampo, che si poteva soltanto trasmettere di
padre in figlio.
Indubbiamente la chiesa romana trovava maggiori difficoltą a far valere le
proprie pretese (si pensi alle figure dei messi papali, degli esattori fiscali,
dei venditori di indulgenze ecc.) lą dove erano in atto processi di
centralizzazione dei poteri laici, semplicemente perché ogni forma di
centralismo era il pił delle volte indirizzata a ridimensionare qualunque
privilegio vetero-feudale. Le monarchie centralizzate non amavano affatto
l'aristocrazia centrifuga e, tra questa aristocrazia, andava annoverato anche il
clero.
Ma č anche vero che mentre nei confronti degli Stati nazionali la chiesa
romana era disposta, generalmente, a scendere a compromessi, molto pił rigido
era il suo atteggiamento lą dove dominava la frantumazione feudale e la presenza
dell'istituto imperiale, che, nelle situazioni politicamente pił critiche,
avrebbe sempre potuto aiutarla.
La chiesa post-feudale era convinta che se voleva salvaguardare i propri
privilegi di casta doveva assumere un atteggiamento debole coi forti e forte coi
deboli. Ma, come tutte le istituzioni che vivono isolate nel lusso, prive di
contatti con la dura realtą quotidiana, spesso essa non si rendeva conto del
mutamento dei tempi, soprattutto del fatto che l'aver concesso alla borghesia di
svilupparsi, aveva generato una complessitą di problemi che non avrebbero pił
potuto essere affrontati in maniera autoritaria.
Nei confronti di tutta la riforma protestante la chiesa romana fece clamorosi
errori di valutazione, e questo appunto nella convinzione che lą dove erano
ancora presenti le istituzioni imperiali o assenti gli Stati centralizzati fosse
relativamente facile tenere le cose sotto controllo.
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