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Una delle cose che la storiografia marxista di tutti i tempi ha sempre
sostenuto è l'idea secondo cui il mondo contadino, da solo, non è in grado di
creare alcun vero processo democratico, in quanto troppo influenzato da idee
religiose, troppo individualista nell'agire sociale, troppo disorganizzato e
spontaneista nell'agire politico. Il mondo rurale, detto sinteticamente, ha
bisogno di quello operaio per passare al socialismo.
Vediamo ora quali effetti ha prodotto l'aver applicato una tesi del genere
allo studio dei tempi passati. Prendiamo come caso emblematico la guerra
contadina nella Germania del XVI sec.: un argomento trattato estesamente già da
Engels, ripreso da molti altri storici, fino a Bloch, e sviluppato ampiamente
nel volume IV della Storia Universale dell'Accademia delle Scienze
dell'URSS.
Se esaminiamo p.es. il modo di affrontare il periodo di formazione dello
Stato unitario tedesco, subito appare in evidenza un giudizio negativo sulla
frantumazione del paese in tanti principati tra loro indipendenti. Con ciò si dà
praticamente per scontato che il concetto di "nazione" o di "Stato
centralizzato" sia, rispetto alla divisione politica, un fattore in sé positivo,
quasi un indice sicuro di progressiva democratizzazione.
Ovviamente mettendo a confronto termini come "unificazione" e "divisione" è
facile che la scelta cada sul primo. Se esiste una "divisione" in tanti
principati o staterelli è giocoforza pensare che sia da preferire l'unità
nazionale.
E' rarissimo vedere qualche storico chiedersi se per caso non sia o non fosse
possibile costruire l'unità a livello locale o regionale, in modo che l'unità
nazionale altro non sia o non fosse che un patto federativo tra le varie realtà
locali o regionali. La necessità di uno Stato centralizzato, sotto questo
aspetto, appartiene tanto alla storiografia borghese quanto a quella marxista.
In pratica si sostiene che l'unificazione nazionale può essere garantita
soltanto da uno Stato centralizzato, che inevitabilmente si pone in maniera
autoritaria rispetto alle istanze di tipo locale o regionale. E' lo Stato che
deve decidere i criteri fondamentali con cui vivere gli aspetti
dell'unificazione nazionale. Lo Stato non riconosce le esperienze di unità
presenti nella società civile, non si limita a coordinarle, tutelandone le
specificità, ma, al contrario, presume di ricavare da esse soltanto ciò che è
funzionale all'idea di unificazione centralizzata.
In sostanza la storiografia marxista, piuttosto che chiedersi quali
possibilità vi fossero di democratizzare, sul piano socio-economico, la realtà
feudale del singolo lander tedesco, preferisce limitarsi a dire che un sicuro
progresso politico sarebbe stata l'unificazione nazionale in nome di uno Stato
centralizzato, che, in tal modo, avrebbe potuto competere con gli Stati
confinanti, già da tempo convinti di questa necessità.
Detto in parole più semplici ma più efficaci, la storiografia marxista,
piuttosto che stare dalla parte dei contadini, preferisce, in mancanza di un
proletariato industriale, stare dalla parte della borghesia. Questo in coerenza
con le tesi classiche secondo cui senza borghesia industriale non ci sarebbe
neppure una classe operaia vera e propria.
La storiografia marxista non può chiedersi (anche se dopo la perestrojka gorbacioviana
molti progressi sono stati fatti) come le cose sarebbero potute
andare, senza lo sviluppo del capitalismo, proprio perché essa è convinta che senza questo sviluppo
esisterebbe ancora oggi un feudalesimo coi suoi privilegi di casta, le sue
rendite, i suoi integralismi..., essendo storicamente provato che le forze
rurali non sono capaci di porre una valida alternativa a tutto ciò.
Quindi il marxismo prende atto di come le cose si sono storicamente svolte e,
in nome della categoria della "necessità storica", plaude allo sforzo della
borghesia, la quale, grazie anche all'aiuto dei contadini, è riuscita a
liberarsi di un pesante fardello del passato, costituito appunto dal servaggio
feudale e dal clericalismo cattolico-romano.
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