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Vediamo ora come la storiografia marxista ha affrontato la
grande guerra contadina nella Germania del '500, ivi inclusi i suoi rapporti con
la riforma protestante.
Anzitutto è interessante notare come detta storiografia critichi da un lato
la mancanza di unità nazionale del paese, e dall'altro tutti i tentativi di
"riforma imperiale" di far rientrare nei territori dell'impero quelle regioni
che avevano avviato un processo di indipendenza.
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Questo strano atteggiamento trova ovviamente la sua spiegazione nel fatto che
mentre l'unità imperiale avrebbe voluto essere fatta in nome di ideali feudali,
quella nazionale doveva essere fatta in nome di ideali borghesi. In assenza di
quest'ultima, detta storiografia preferisce sempre la separazione dei poteri
feudali dominanti: di qui, p.es., i consensi favorevoli all'indipendenza
dell'Unione Svizzera, che l'imperatore tedesco Massimiliano I e la Lega sveva
furono costretti a riconoscere nel 1511.
Da questo punto di vista appare del tutto naturale che detta storiografia
prenda sempre le difese del protestantesimo (espressione dei ceti borghesi)
contro il cattolicesimo-romano (espressione dei ceti clerico-feudali).
In Germania gli Asburgo e in Austria gli arciduchi non rappresentavano
soltanto gli interessi di un feudalesimo decrepito, ma anche quelli di una
religione che aveva fatto il suo tempo.
Il confronto storico-culturale non viene posto dalla storiografia marxista
tra Chiesa e Impero da un lato e mondo rurale dall'altro, ma da Chiesa e
Impero da un lato e mondo borghese dall'altro. Il mondo rurale non viene
mai considerato come uno dei termini positivi di riferimento dello scontro con
le forze retrive del feudalesimo, se non per dire - come vedremo - ch'esso non
era e non sarebbe stato in grado di porre alcuna vera alternativa allo stato di
cose.
Da notare inoltre che detta storiografia, quando mette a confronto le
esigenze imperiali di unificazione con quelle separatiste dei principi tedeschi,
culturalmente entrambe retrive perché apertamente feudali e quindi lontanissime
dagli sviluppi della borghesia, preferisce stare sempre dalla parte dei principi
tedeschi, che pur si opponevano strenuamente, in contrasto con le idee
asburgiche, a qualunque ipotesi di unificazione territoriale dell'impero.
E' vero che gli Asburgo avevano in mente più la prosecuzione dell'idea
feudale di un sacro impero romano-germanico, che non la realizzazione di una
moderna monarchia nazionale, ma per quale motivo, in questo caso particolare, il
marxismo preferisce perorare la causa di chi non voleva né l'unificazione
nazionale né quella imperiale (come appunto i principi aristocratici o il ceto
della cavalleria)?
Il motivo sta nel fatto che, dovendo combattere a favore dell'unità
nazionale, la borghesia può vincere più facilmente contro chi non ha alcuna vera
idea di unificazione alternativa. E questo ragionamento al marxismo sta bene.
Qui il discorso esce dai binari dello storiografia e diventa meramente
politico. E, se vogliamo, è lo stesso che fa il cattolicesimo-romano quando
mette sui piatti della bilancia i suoi nemici di sempre: capitalismo e
comunismo. Dovendo scegliere chi dei due debba essere considerato il suo nemico
peggiore, il cattolicesimo sceglie sempre quello che, negli ideali di giustizia,
uguaglianza ecc., gli assomiglia di più, e cioè il comunismo.
Detto altrimenti, invece di analizzare concretamente i pro e i contro di una
politica imperiale cattolico-feudale, che nella fattispecie verrà condotta da
Carlo V (1519-56), oltre che ovviamente dalla classe aristocratica tedesca, si
preferisce assumere le difese, in maniera aprioristica, di tutte quelle forze
politiche e sociali che le si opponevano, all'insegna del principio secondo cui
uno sviluppo storico europeo verso il capitalismo sarebbe sempre stato da preferirsi, in
modo assoluto, a qualunque altra soluzione alternativa.
Ora, è generalmente noto che la politica imperiale e aristocratica, non a
caso appoggiata dall'Austria, dalla Spagna e dal papato, fu il tentativo di
salvaguardare intatto il privilegio feudale, il clericalismo cattolico-romano,
le rendite parassitarie, il servaggio, in una parola il peggio di quanto
esistesse in tutto il Medioevo, ma è storicamente giustificato sostenere, in
nome di questa certezza, che tutto quanto questa politica combatteva andava
difeso ad oltranza?
Poniamo tale domanda anche perché, alla luce di quanto poi storicamente
avvenne nell'Europa dei secoli successivi, gli storici non dovrebbero essere
così sicuri che i guasti provocati da una politica imperiale cattolico-feudale,
se avesse vinto, sarebbero stati superiori a quelli provocati dallo sviluppo del
capitalismo, che riuscì a coinvolgere, nella sua fase sanguinosa di espansione,
il mondo intero, cioè anche quella parte dell'umanità che dalle contraddizioni
del feudalesimo europeo non era mai stata toccata.
Certo, qui si può obiettare che la vittoria della politica feudale in
Germania (pur in veste luterana) provocò dei guasti di molto superiori a quelli
provocati dallo sviluppo del capitalismo all'interno del territorio nazionale
degli altri Stati europei, ma è anche vero che in Germania il ritorno a forme
para-schiavistiche di sfruttamento della manodopera rurale fu dovuto a una
reazione contro lo sviluppo borghese dell'economia.
Qui ovviamente sarebbe assurdo sostenere, come fanno le attuali forze retrive
del cattolicesimo-romano, che, proprio alla luce dei guasti provocati dal
capitalismo su scala mondiale, sarebbe stato meglio (e forse per loro lo sarebbe
ancora oggi) tornare al regime feudale. Si vuole semplicemente sostenere che una
qualunque storiografia viziata dai condizionamenti politici (peraltro
inevitabili), rischia di diventare fatalmente superficiale. Ciò che fa parte del
passato non è di per sé peggiore di quanto lo ha superato. L'idea di un
progresso storico lineare va decisamente riveduta e corretta.
Naturalmente faremmo un torto alla storiografia marxista se dicessimo ch'essa
non si preoccupa di esaminare, sul terreno socio-economico, le motivazioni che
rendevano quanto mai superata la politica feudale dell'impero di Carlo V.
E' fuor di dubbio, tuttavia, che per una storiografia del genere, abituata a
cercare nello sviluppo della borghesia, commerciale e soprattutto
imprenditoriale, una delle principali cause della necessità di superare il
feudalesimo, deve essere apparso alquanto strano che la principale opposizione
alla politica imperiale e a quella dei principi tedeschi venisse condotta nella
Germania del XVI sec. dalla classe rurale guidata da predicatori religiosi.
Vedremo però che la storiografia marxista cercherà di dimostrare alcune tesi
che ancora oggi restano dei capisaldi di ogni interpretazione storica che voglia
dirsi di "sinistra".
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