Gioxe de Micheli, Il contadino e il cavaliere, dittico 1972

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Gioxe de Micheli, Il contadino e il cavaliere, dittico 1972


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Proprietario terriero con la moglie (Foto Archivio IGDA)
La storiografia marxista - sulla scia di Engels, che fu il primo ad affrontare in maniera sistematica questa rivolta - ha sempre visto gli abusi feudali come un ostacolo insormontabile allo sviluppo del capitalismo agrario e non anche come un ostacolo non meno grande allo sviluppo di un'economia naturale basata sull'autoconsumo, in cui alla democrazia economica potesse far seguito una democrazia politica di matrice rurale.
Cosa che nella Germania di Lutero voleva dire l'elezione del pastore da parte della comunità di villaggio, il potere decisionale in materia di dottrina da parte dell'assemblea comunitaria, la residenza in loco del pastore, l'amministrazione comunitaria delle decime, l'abolizione o almeno la limitazione del foro ecclesiastico, il diritto alla "predica riformata", l'elezione diretta dei rappresentanti della comunità, il vangelo come canone giuridico, l'abolizione della proprietà della persona (il servaggio), la trasformazione della "signoria rurale" in aziende familiari contadine e comunque in comunità di villaggio, in modo da poter gestire in comune i patrimoni che un tempo appartenevano al diritto consuetudinario (boschi, pascoli, fiumi, laghi ecc.).
E' significativo come il marxismo raramente riesca a vedere nelle forze contadine un elemento di vera opposizione al sistema feudale. Quand'esse, in detta storiografia, appaiono agire in maniera eversiva, il motivo viene ricondotto al fatto che le loro istanze erano state fatte proprie dai ceti borghesi, contro i signori feudali, o dalla classe operaia, contro quella borghese, oppure perché esisteva una contemporanea lotta della borghesia o del proletariato, in ambito urbano, che indirettamente aveva favorito lo sviluppo di quella condotta nelle campagne. Questa miopia storiografica parte dal fatto che, in nome del proletariato industriale, si vuole concedere a tutti i costi un primato ingiustificato alla città rispetto alla campagna.
Ma il motivo di fondo di questo pregiudizio risiede nel fatto che il mondo contadino è sempre stato legato alla religione, e il fatto di dover ammettere che delle forze rurali possano essere capaci di attività rivoluzionaria autonoma o anche solo di lotta di classe, implicitamente vorrebbe dire che la loro religione può contenere aspetti positivi: il che viene escluso a priori.
Un credente può essere migliore della religione che professa e una religione può essere migliore di un credente che la mette in pratica, ma in nessun caso la religione può aiutare il credente a risolvere i suoi problemi di uomo e cittadino, o comunque non può farlo in maniera reale e definitiva, ché, in caso contrario, di "scientifico" l'ateismo non avrebbe proprio nulla.
Sotto questo aspetto è indubbio che le forze borghesi e soprattutto proletarie sono sufficientemente emancipate dalla religione per non rischiare di mettere in discussione la coerenza di alcuna analisi storica. Come noto l'ateismo borghese è più teorico che pratico, in quanto, essendo la borghesia una classe che ha interessi di parte, è costretta sul piano pratico a scendere a compromessi con le forze clericali (laiche ed ecclesiastiche) che teoricamente vorrebbe o dice di voler combattere.
Certo, nessuno si sognerebbe di dire che la religione ha in sé una forza propulsiva in direzione di cambiamenti radicali; tuttavia, è pur vero che la cultura contadina è sempre stata fortemente influenzata dalla religione (tanto che la difficoltà di passare dal paganesimo al cristianesimo fu proprio dovuta alla resistenza contadina, in qualunque parte si sia imposto il cristianesimo), per cui sarebbe sciocco non tener conto delle istanze religiose, ovvero delle istanze sociali espresse in forme anche religiose, che spesso hanno caratterizzato questa categoria di lavoratori.
Purtroppo il marxismo ogniqualvolta prende in esame le istanze emancipative del mondo contadino, tralascia di analizzare tutte quelle esplicitamente religiose, oppure svuota quest'ultime di ogni significato religioso. Col che ci si impedisce d'avere uno sguardo più completo di tutta la cultura contadina.
Condividiamo che sul piano culturale è, in astratto, più progressista una posizione ateistica o laicistica di una religiosa. Tuttavia, se un ceto lotta non solo per migliorare le proprie condizioni di vita, ma anche per compiere una riforma morale e intellettuale nell'ambito del fenomeno religioso, può uno storico - ci chiediamo - esimersi dal giudicare le scelte che si operano?
Uno studioso può anche professare l'ateismo e ritenere del tutto inutili le controversie religiose, preferendo affrontare solo quelle più strettamente politiche o economiche, o al massimo cercando di scoprire nel guscio mistico della rivendicazione religiosa il suo nucleo razionale. Questo tuttavia non può essere sufficiente per comprendere a fondo la cultura contadina.
Se uno storico è competente anche in materia di religione, forse può comprendere le vicende del mondo contadino meglio di quanto lo potessero quegli stessi contadini tedeschi coinvolti nella rivolta di 500 anni fa, i quali sicuramente credevano molto di più in talune forme religiose piuttosto che in altre.
Quando si esamina un fenomeno come quello della riforma protestante o quello dei tanti movimenti ereticali che in tutta Europa l'hanno preceduta, bisogna saper individuare, in maniera chiara e distinta, fin dove la rivendicazione religiosa era di natura democratica, vicina agli ideali del socialismo, e fin dove invece se ne allontanava ancor più, rispetto alle istituzioni religiose dominanti, che pur venivano sottoposte a critica.
A uno storico marxista non può sfuggire il fatto che il cattolicesimo-romano è molto più democratico nella vita sociale dei contadini che non nella vita politica delle gerarchie. Non può neppure sfuggire il fatto che lo spirito democratico del primo protestantesimo non s'è mai sviluppato indipendentemente dalle nuove concezioni borghesi che venivano emergendo tra i ceti urbani. La riforma protestante è scoppiata dopo 500 anni dalla nascita dei Comuni italiani, che furono il frutto di forze borghesi relativamente emancipate dalla religione dominante (per non parlare di quella borghesia legata allo sviluppo capitalistico-commerciale delle Fiandre).
Se noi dicessimo che i contadini tedeschi cercarono di mettere in pratica, svolgendole socialmente e politicamente, delle idee religiose innovative maturate negli ambienti borghesi urbani, diremmo forse un'eresia storiografica?
Dunque, il fatto che nel XVI sec. la cultura si esprimesse in termini religiosi non va preso come un inevitabile condizionamento storico, di cui tener conto il meno possibile, ma come un'occasione per sviluppare studi scientifici di settore, in cui gli aspetti religiosi abbiano la stessa dignità di quelli politici ed economici.
La chiesa romana in Germania (come ovunque d'altra parte) non era solo un grandissimo proprietario terriero, ma anche un centro privilegiato di diffusione della cultura popolare e istituzionale. Praticamente svolgeva lo stesso ruolo che oggi svolgono gli Stati e le società cosiddette "civili" coi loro apparati ideologici di massa (tv, radio, editoria, stampa, scuola ecc.). Se fra 500 anni uno storico studiasse il nostro tempo, dovrebbe forse trascurare la funzione dei mass-media solo perché i loro contenuti oggi sono del tutto superficiali, demagogici, finalizzati al consumo e quant'altro?

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Ultimo aggiornamento: 20-dic-2004