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La storiografia marxista - sulla scia di Engels, che fu il primo ad
affrontare in maniera sistematica questa rivolta - ha sempre visto gli abusi
feudali come un ostacolo insormontabile allo sviluppo del capitalismo agrario e
non anche come un ostacolo non meno grande allo sviluppo di un'economia naturale
basata sull'autoconsumo, in cui alla democrazia economica potesse far seguito
una democrazia politica di matrice rurale.
Cosa che nella Germania di Lutero voleva dire l'elezione del pastore da
parte della comunità di villaggio, il potere decisionale in materia di dottrina
da parte dell'assemblea comunitaria, la residenza in loco del pastore,
l'amministrazione comunitaria delle decime, l'abolizione o almeno la limitazione
del foro ecclesiastico, il diritto alla "predica riformata", l'elezione diretta
dei rappresentanti della comunità, il vangelo come canone giuridico,
l'abolizione della proprietà della persona (il servaggio), la trasformazione
della "signoria rurale" in aziende familiari contadine e comunque in comunità di
villaggio, in modo da poter gestire in comune i patrimoni che un tempo
appartenevano al diritto consuetudinario (boschi, pascoli, fiumi, laghi ecc.).
E' significativo come il marxismo
raramente riesca a vedere nelle forze contadine un elemento di vera opposizione
al sistema feudale. Quand'esse, in detta storiografia, appaiono agire in maniera eversiva, il motivo
viene ricondotto al fatto che le loro istanze erano state fatte proprie dai ceti
borghesi, contro i signori feudali, o dalla classe operaia, contro quella
borghese, oppure perché esisteva una contemporanea lotta della borghesia o del
proletariato, in ambito urbano, che indirettamente aveva favorito lo sviluppo di
quella condotta nelle campagne. Questa miopia storiografica parte dal fatto che,
in nome del proletariato industriale, si vuole concedere a tutti i costi un
primato ingiustificato alla città rispetto alla campagna.
Ma il motivo di fondo di questo pregiudizio risiede nel fatto che il mondo
contadino è sempre stato legato alla religione, e il fatto di dover ammettere
che delle forze rurali possano essere capaci di attività rivoluzionaria autonoma
o anche solo di lotta di classe, implicitamente vorrebbe dire che la loro
religione può contenere aspetti positivi: il che viene escluso a priori.
Un credente può essere migliore della religione che professa e una religione
può essere migliore di un credente che la mette in pratica, ma in nessun caso la
religione può aiutare il credente a risolvere i suoi problemi di uomo e
cittadino, o comunque non può farlo in maniera reale e definitiva, ché, in caso
contrario, di "scientifico" l'ateismo non avrebbe proprio nulla.
Sotto questo aspetto è indubbio che le forze borghesi e soprattutto
proletarie sono sufficientemente emancipate dalla religione per non rischiare di
mettere in discussione la coerenza di alcuna analisi storica. Come noto l'ateismo borghese è più teorico
che pratico, in quanto, essendo la borghesia una classe che ha interessi di
parte, è costretta sul piano pratico a scendere a compromessi con le forze
clericali (laiche ed ecclesiastiche) che teoricamente vorrebbe o dice di voler
combattere.
Certo, nessuno si sognerebbe di dire che la religione ha in sé una forza
propulsiva in direzione di cambiamenti radicali; tuttavia, è pur vero che la
cultura contadina è sempre stata fortemente influenzata dalla religione (tanto
che la difficoltà di passare dal paganesimo al cristianesimo fu proprio dovuta
alla resistenza contadina, in qualunque parte si sia imposto il cristianesimo),
per cui sarebbe sciocco non tener conto delle istanze religiose, ovvero delle
istanze sociali espresse in forme anche religiose, che spesso hanno
caratterizzato questa categoria di lavoratori.
Purtroppo il marxismo ogniqualvolta prende in esame le istanze emancipative
del mondo contadino, tralascia di analizzare tutte quelle esplicitamente
religiose, oppure svuota quest'ultime di ogni significato religioso. Col che ci
si impedisce d'avere uno sguardo più completo di tutta la cultura contadina.
Condividiamo che sul piano culturale è, in astratto, più progressista una
posizione ateistica o laicistica di una religiosa. Tuttavia, se un ceto lotta
non solo per migliorare le proprie condizioni di vita, ma anche per compiere una
riforma morale e intellettuale nell'ambito del fenomeno religioso, può uno
storico - ci chiediamo - esimersi dal giudicare le scelte che si operano?
Uno studioso può anche professare l'ateismo e ritenere del tutto inutili le
controversie religiose, preferendo affrontare solo quelle più strettamente
politiche o economiche, o al massimo cercando di scoprire nel guscio mistico
della rivendicazione religiosa il suo nucleo razionale. Questo tuttavia non può essere sufficiente per comprendere a fondo la cultura
contadina.
Se uno storico è competente anche in materia di religione, forse può
comprendere le vicende del mondo contadino meglio di quanto lo potessero quegli
stessi contadini tedeschi coinvolti nella rivolta di 500 anni fa, i quali sicuramente
credevano molto di più in talune forme religiose piuttosto che in altre.
Quando si esamina un fenomeno come quello della riforma protestante o quello
dei tanti movimenti ereticali che in tutta Europa l'hanno preceduta, bisogna
saper individuare, in maniera chiara e distinta, fin dove la rivendicazione
religiosa era di natura democratica, vicina agli ideali del socialismo, e fin
dove invece se ne allontanava ancor più, rispetto alle istituzioni religiose
dominanti, che pur venivano sottoposte a critica.
A uno storico marxista non può sfuggire il fatto che il cattolicesimo-romano
è molto più democratico nella vita sociale dei contadini che non nella vita
politica delle gerarchie. Non può neppure sfuggire il fatto che lo spirito
democratico del primo protestantesimo non s'è mai sviluppato indipendentemente
dalle nuove concezioni borghesi che venivano emergendo tra i ceti urbani. La
riforma protestante è scoppiata dopo 500 anni dalla nascita dei Comuni italiani,
che furono il frutto di forze borghesi relativamente emancipate dalla religione
dominante (per non parlare di quella borghesia legata allo sviluppo
capitalistico-commerciale delle Fiandre).
Se noi dicessimo che i contadini tedeschi cercarono di mettere in pratica,
svolgendole socialmente e politicamente, delle idee religiose innovative
maturate negli ambienti borghesi urbani, diremmo forse un'eresia storiografica?
Dunque, il fatto che nel XVI sec. la cultura si esprimesse in termini religiosi non
va preso come un inevitabile condizionamento storico, di cui tener conto il meno
possibile, ma come un'occasione per sviluppare studi scientifici di settore, in
cui gli aspetti religiosi abbiano la stessa dignità di quelli politici ed
economici.
La chiesa romana in Germania (come ovunque d'altra parte) non era solo un
grandissimo proprietario terriero, ma anche un centro privilegiato di diffusione
della cultura popolare e istituzionale. Praticamente svolgeva lo stesso ruolo
che oggi svolgono gli Stati e le società cosiddette "civili" coi loro apparati
ideologici di massa (tv, radio, editoria, stampa, scuola ecc.). Se fra 500 anni
uno storico studiasse il nostro tempo, dovrebbe forse trascurare la funzione dei
mass-media solo perché i loro contenuti oggi sono del tutto superficiali, demagogici,
finalizzati al consumo e quant'altro?
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