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Anche nei confronti dello sviluppo culturale della Germania del XVI sec.
l'interpretazione marxista è unanime: lo sviluppo dell'umanesimo borghese va
preferito alla tarda scolastica cattolica.
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Il marxismo s'è sempre rifiutato di ritenere migliore un'esperienza religiosa
in luogo di un'altra: dal punto di vista dei principi ogni forma di religione va
classificata sotto la voce "alienazione", in quanto qualunque religione è
"oppio". Tesi, questa, che se può essere considerata comprensibile in
riferimento ai nostri giorni, non può però esserlo in riferimento a 500 anni fa,
quando un'esperienza religiosa presumeva di porsi in alternativa, o nella teoria
o solo nella pratica o in entrambe le cose, alle teorie o alle esperienze
religiose dominanti, ufficiali o semplicemente storicamente rivali. Tutta la
storia dei movimenti ereticali, sino alla riforma protestante, può essere letta
in quest'ottica.
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La riforma protestante divenne un fenomeno sociale, dando una svolta epocale
ai rapporti della Germania con la chiesa romana, proprio perché si propose come
rivoluzione teologica ed ecclesiale, capace di coinvolgere grandi masse popolari
e gli strati più intellettuali del paese.
Se nel 1789 fu possibile in Francia una rivoluzione politica sostanzialmente
laica (la religione dei rivoluzionari era al massimo il deismo), ciò fu dovuto
anche all'enorme contributo dato dal protestantesimo alla visione laica della
vita (che in Francia fu trasmessa grazie anche ai calvinisti ugonotti), per
quanto tale visione avesse connotati profondamente borghesi e individualistici.
In virtù di questi processi culturali di secolarizzazione si poterono requisire
al clero cattolico (uno dei maggiori feudatari tedeschi e in fondo di tutta
Europa) le terre di cui disponeva e ridistribuirle tra la borghesia agraria.
Diciamo che proprio per i suoi connotati laicistici, il protestantesimo, al
marxismo, è sempre parso migliore rispetto a qualunque forma di cattolicesimo
(se si esclude quello terzomondista orientato chiaramente verso il socialismo).
Il cattolicesimo è sempre stato giudicato, e non a torto, una forma di religione
troppo politicizzata, troppo integralistica nei suoi contenuti dottrinari.
Il marxismo non s'è mai preoccupato neppure di verificare in che modo
l'affermato umanesimo laico avrebbe potuto essere vissuto, nel momento della sua
nascita, in forme e modi non borghesi. L'umanesimo borghese, sul piano
storiografico, va accettato in sé, poiché per suo mezzo si è giunti al pensiero
laico e allo sviluppo del capitalismo, anticamera del socialismo scientifico.
Qui però bisogna fare un distinguo molto importante. La storiografia marxista
tende a preferire l'umanesimo italiano a quello tedesco, perché considera che
uno sviluppo delle idee religiose (seppure in forma protestantica) vada
considerato un limite culturale di una borghesia socialmente debole, arretrata -
e, come noto, l'umanesimo italiano fu assai poco religioso.
Ora, è indubbiamente vero che in Italia le questioni teologiche più
favorevoli allo sviluppo borghese erano già state affrontate a livello
accademico negli ambienti universitari, con la riscoperta dell'aristotelismo
intorno al Mille, ma è anche vero che tra quei progressi culturali (in direzione
di una maggiore laicità del pensiero) e l'arretratezza culturale delle masse
contadine il divario era enorme. Non a caso in Italia non partì mai una riforma
protestante e l'umanesimo degli intellettuali, non avendo appoggi sociali, fu
presto sconfitto dalla controriforma.
Viceversa gli intellettuali tedeschi, affrontando direttamente le
questioni religiose e stravolgendole dall'interno, non avrebbero potuto in alcun
modo continuare in quest'opera di demolizione senza un concreto e vasto appoggio sociale
e persino politico.
La storiografia marxista qui sconta un pregiudizio anticlericale che non le
permette di scorgere nella riforma una forma di protesta decisamente superiore,
per quanto entro la cornice delle idee teologiche, a quel movimento laico di
intellettuali umanisti che in Italia non riuscì mai ad avere una vera base
popolare.
Non a caso detta storiografia, che è in grado di apprezzare
l'umanesimo di Erasmo da Rotterdam, finisce col giudicarlo estremamente incoerente
là dove esso cerca di conciliare ragione e religione. E questo limite viene
addebitato al fatto che la borghesia, da cui egli proveniva, non era capace di
lottare politicamente per l'unificazione nazionale.
Ancora più arretrata viene vista la posizione di J. Reuchlin, che pur a quel
tempo, con la sua richiesta di esaminare le fonti bibliche criticamente, a
prescindere dall'esegesi dogmatica, costituiva un elemento di rottura culturale
considerevole, sicuramente anticipativa dei futuri sviluppi luterani.
A Erasmo e a Reuchlin il marxismo preferisce nettamente i rivoluzionari già
culturalmente emancipati dalla religione, che, come Crotus Rubianus, Ulrich von
Hutten e altri, predicavano l'unificazione nazionale e l'unione politica delle
forze tedesche contro il papato romano. Come dire: meglio una minoranza di puri
e duri piuttosto che una maggioranza progressista ma culturalmente incoerente,
ideologicamente arretrata.
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