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IMMANUEL KANT

IMMANUEL KANT

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E' quanto mai interessante stabilire se il formalismo della Ragion pratica è già implicito nella Ragion pura (tale per cui si pone come conseguenza inevitabile), oppure se rappresenta una vera e propria involuzione mistica di Kant rispetto alla scientificità della prima Critica.

La soluzione, probabilmente, sta in una via di mezzo: anche perché se la Ragion pratica è un'involuzione mistica già implicita nella Ragion pura, allora bisogna rimettere in discussione il valore scientifico della prima Critica e cercare di scoprire quali sono i limiti di fondo dell'Io penso.

Il difetto principale di Kant sta nell'aver considerato fenomenico solo il mondo fisico-matematico e naturale, e non anche quello storico e sociale. Kant non riesce ad applicare le categorie di spazio e tempo alla storia. Sicché, mentre sul piano fisico-matematico la scienza è possibile a condizione che ne venga esclusa la libertà, sul piano etico invece la scienza è impossibile proprio in quanto è inclusa la libertà (che aspira all'incondizionato), per cui ridiventa necessaria la metafisica.

Perché Kant non possiede il concetto di storia? Perché non riesce a fare della storia un oggetto d'indagine scientifica? Per la semplice ragione che Kant è un filosofo individualista, un rappresentante della borghesia concorrenziale, mercantile: non può che essere estraneo al sentire "storico" delle contraddizioni sociali. Il peso delle contraddizioni lo avverte sul piano etico-esistenziale, o su quello etico-giuridico: esse non sono ancora così forti da suscitare un interesse per le questioni politiche, economiche, sociali e appunto storiche.

Kant ha tentato di dare un fondamento oggettivo alla Ragion pura a partire dall'Io penso, cioè a partire dall'individualità isolata. La precarietà di questo tentativo non poteva tardare a manifestarsi. La Ragion pratica rappresenta appunto il fallimento della Ragion pura e, nel contempo, il tentativo di porvi rimedio. Kant cioè ha cercato di superare a livello etico il limite causato dall'aver tralasciato nella prima Critica la dimensione storica (quella dimensione che lo storicismo di Dilthey - estraneo ai problemi socioeconomici - cercherà di valorizzare senza uscire dalla metafisica, la quale però verrà trattata nell'ambito dello psicologismo).

L'individualismo ha altresì portato Kant a cercare di ovviare, nella prima Critica, ai limiti della metafisica, servendosi di una scienza di derivazione anglo-francese. Ma la metafisica non può essere superata che attraverso il concetto di storia, il quale si acquisisce impegnandosi attivamente nel presente, sul piano sociale, economico, politico, culturale, cioè in quei campi dove la libertà umana gioca un ruolo di primo piano. La libertà non è un ostacolo alla scienza, ne è anzi la condizione fondamentale che distingue le scienze naturali da quelle umane.

Se Kant si fosse affidato alla storia, avrebbe fondato scientificamente anche l'etica, servendosi non della metafisica ma dell'esperienza sociale degli uomini.

La differenza tra Kant e l'empirismo sta nel fatto che Kant, dopo aver negato la metafisica religiosa come scienza, l'ha recuperata sul piano logico, ovviamente in senso laico (per quanto il concetto di "noumeno" le sia estraneo) - ciò che per un empirista sarebbe equivalso a un tradimento in piena regola.

E tuttavia, anche in virtù di questo tradimento, dobbiamo considerare Kant superiore agli empiristi (e allo stesso Newton, almeno in campo filosofico), non foss'altro che per una ragione: il criticismo kantiano, globalmente inteso, non porta all'irrazionalismo (né teorico né pratico), ma semmai al formalismo (come già Hegel aveva dimostrato). L'empirismo invece porta all'assoluto relativismo (cioè all'irrazionalismo teorico). In Kant delle tracce d'irrazionalismo sono forse presenti nella Critica del giudizio. Se poi si vuole sostenere che, in ultima istanza, anche il formalismo può portare all'irrazionalismo, in quanto un'etica altamente ideale ma invivibile può suscitare reazioni opposte, questo è certamente un aspetto da considerare. In fondo nessuna filosofia può sottrarsi alla critica di portare gli uomini all'irrazionalismo, almeno per certi suoi aspetti.

Separare la Ragion pura da quella pratica significa fare un torto alla figura complessiva di Kant, che era interessato alla scienza non meno che all'etica. La strumentalizzazione della prima Critica, operata dal neo-positivismo, è stata, in questo senso, vergognosa. Come è stato vergognoso, ma per motivi diversi, l'uso della Ragion pratica, da parte del revisionismo tedesco di Bernstein, Kautsky ecc., in funzione anti-marxista.

Il limite della Ragion pura -come già si è detto- è stato quello d'essersi fermata a considerare le nozioni di spazio e tempo in relazione alla fisica e alla matematica, tralasciando di estendere la relazione anche ai rapporti sociali e alla storia. Se non si coglie questo limite non si riuscirà mai a capire perché il marxismo, opponendosi all'idealismo hegeliano, non si è ricollegato al kantismo.

Kant, non riuscendo a trovare nella storia, nella società umana, la sostanza o l'essenza dei fenomeni, si sentì costretto a ricercarla nella metafisica, elaborando il concetto di noumeno (che altro non è se non una versione laicizzata del tradizionale concetto di dio).

Kant non arrivò mai a comprendere che l'"impurità" dell'esperienza sociale, carica di contraddizioni, non preclude, ma al contrario, fonda la possibilità di una scienza umana. La libertà è contraddizione: prima di Marx solo Hegel riuscì a capirlo. La differenza tra i due stava però nel fatto che mentre Hegel si serviva della dialettica per giustificare le contraddizioni (incluse quelle antagonistiche), Marx invece mirava a superarle, in un processo che esaltasse la creatività delle masse.

L'intellettualismo di Kant stava, in sostanza, nell'attribuire l'oggettività solo a quei fenomeni cui l'intelletto garantiva un'organica conoscibilità (in nome della causalità). L'oggettività cioè non stava, a suo parere, nelle cose, nella materialità della vita, nei rapporti sociali e produttivi, bensì nella capacità logica, raziocinante dell'Io penso.

Quando Kant affermò l'esistenza di un noumeno inconoscibile, cioè quando sostenne che la metafisica religiosa, pur non essendo possibile come scienza, era possibile sul piano etico (come aspirazione della ragione all'incondizionato), fece, nei confronti della religione, lo stesso tipo di ragionamento: ciò che non può valere sul piano della rivelazione, vale su quello della natura. La vera religione è quella "naturale", coincidente con la morale (la morale non è che una fede nell'uomo, mentre la religione è una fede in dio, che ogni credente può avere, a prescindere da ogni particolare "rivelazione").

Secondo Kant l'uomo non può fare a meno di dio, poiché la sua natura è fragile, corrotta da una sorta di "peccato d'origine", che impedisce all'uomo d'essere virtuoso al 100%.

Kant non riuscì mai a individuare nei fenomeni sociali la fonte delle principali contraddizioni dell'uomo. Egli rimase un filosofo individualista, illuminista e, sul piano etico, un formalista (alti ideali etici impossibili a viversi, soprattutto nelle società antagonistiche).

Kant fu un filosofo "laicamente religioso" non solo quando affermò esplicitamente il desiderio dell'incommensurabile o dell'inconoscibile, ma anche quando cercò di sostituire alla teologia rivelata quella naturale, cioè quando pose la religione entro i limiti della ragione (il che però comporta un peso insopportabile per qualunque religione, naturale o rivelata che sia).

La filosofia criticista di Kant appare in realtà come un deismo camuffato, cioè come il tentativo di rendere meglio presentabile agli occhi dell'illuminista l'idea di dio, che col tempo s'è screditata a causa del dogmatismo e dell'intolleranza del clero. Non separando nettamente la fede dalla morale, Kant cercò di fare della propria morale una concezione valida anche sul piano religioso, venendo però meno ai principi laici dell'etica.

Nella annosa polemica tra empirismo e razionalismo Kant fece bene a cercare la terza via del criticismo, poiché, per come le due correnti avevano metodologicamente impostata la loro scientificità, non c'era modo di parteggiare per l'una o per l'altra. Il razionalismo (Cartesio, Leibniz) era troppo astratto e l'empirismo (Locke, Hume) troppo semplicistico per essere vero (per quanto i meriti scientifici di Newton non vadano sottovalutati, né vadano trascurati i progressi nella matematica e nella geometria di Cartesio e Leibniz).

Tuttavia, tra le due filosofie, la razionalista era la più lontana dall'oggettività delle cose, mentre a quella empirista sarebbe stato sufficiente affrontare l'esperienza sociale dell'uomo (evitando d'affermare la singolarità del concetto di "esperienza") per poter raggiungere vette notevoli di scientificità. Purtroppo però l'empirismo non lo fece, neppure con Kant, sicché il suo merito maggiore rimase circoscritto nell'ambito epistemologico delle scienze esatte, mentre sul versante filosofico, etico, politico... il razionalismo fece la parte del leone: giustamente, del resto, in quanto l'empirismo ha avuto il torto di portare allo scetticismo e al relativismo dei valori.

La Critica del giudizio è l'antitesi più netta alla Ragion pura, più netta ancora della Ragion pratica. Kant applicò alla natura le tesi della Ragion pratica, ma così facendo si allontanò ancor più dalle tesi della Ragion pura.

Se nella Ragion pratica egli fece della metafisica un'esigenza vitale dell'uomo, costitutiva all'esserci, nel Giudizio egli impedisce addirittura alla scienza di porsi come tale. Ciò in quanto è il concetto stesso di teleologia o finalismo che, applicato alla natura, non permette alla scienza d'essere obiettiva.

Probabilmente Kant si sentì costretto a questa soluzione perché dopo aver scritto la Ragion pratica non gli riusciva di accettare l'idea che la natura potesse essere esaminata alla maniera di Newton. In questo senso Kant è su posizioni opposte a quella della fase pre-critica, che sul piano più propriamente scientifico, va considerata la migliore.

Nell'ultima Critica ciò che domina non è tanto l'estetica quanto la metafisica religiosa. Proprio questa Critica dimostra che l'etica soggettiva e formalista di Kant rischia di portare alla morte della scienza e quindi all'irrazionalismo teorico. La stessa idea che la "saggezza suprema" preordina la guerra a fondamento della futura unità dei popoli rispecchia, da un lato, l'astratto idealismo di Kant e, dall'altro, il suo soggettivismo impotente.

Kant non arriva a comprendere come l'uomo sia il prodotto finale e superiore della natura (in virtù del principio di libertà). Egli anzi arrivò ad affermare che se ammettiamo in sede morale il noumeno, in quanto la libertà non può essere soddisfatta dalla Ragion pura, allora non possiamo non considerare il noumeno come causa efficiente, suprema, in ultima istanza, di tutta la natura. Le contraddizioni sociali venivano colte da Kant come un buon motivo per affermare la superiorità del noumeno.

Kant inoltre considerava che se l'azione morale è possibile, ciò dipende dal fatto che il mondo fisico offre all'uomo le condizioni per compierla. Di qui l'esigenza di affermare il finalismo. In realtà, le condizioni che la natura pone all'uomo per esercitare la moralità sono più strette (o meno profonde) di quelle che l'uomo può porre a se stesso (nel rapporto con gli altri esseri umani). Ciò significa che dal finalismo dell'azione umana non c'è ragione di risalire al finalismo della natura: la libertà umana è sufficiente a se stessa.

Semmai si potrebbe affermare un altro principio: quello secondo cui la violazione dei limiti che la natura impone alla libertà dell'uomo, comporta delle conseguenze che possono essere considerate come un sicuro indizio di conseguenze ancora più pericolose in futuro, a carico degli stessi rapporti sociali, se l'uomo non modificherà il proprio atteggiamento. La natura è più sensibile dell'uomo alla violazione dei limiti prestabiliti. Come lo è la donna rispetto all'uomo. Ecco, in questo senso, lo studio dei fenomeni naturali (ad es. l'inquinamento) può avere un valore normativo (propedeutico) ai fini dell'uso corretto, adeguato, scientifico della libertà umana nella sfera sociale.

In sostanza, o l'idea di finalismo la si considera implicita in quella di automovimento della materia, oppure si cade nel misticismo, che è una forma ancora più astratta dell'animismo o del meccanicismo. La posizione di Kant è qui regressiva rispetto persino a quella cristiana, poiché laddove Paolo afferma che "tutta la creazione soffre le doglie del parto", egli non pensò neanche per un momento di mettere sullo stesso piano il finalismo della natura con quello dell'umanità, o d'interpretare questo alla luce di quello. Paolo aveva semplicemente cercato un'immagine per dimostrare che la ricerca della "beatitudine" è un compito che riguarda l'umanità intera.

Viceversa, Kant arrivò persino a sostenere che il finalismo della natura è superiore a quello umano, poiché quest'ultimo è lacerato da un'insanabile contraddizione: quella tra aspirazione alla felicità e impossibilità a soddisfarla. Con la Critica del giudizio egli sembra tornare alla fase pre-critica, ma per negare alla scienza ogni valore.

Per Kant l'uomo è superiore alla natura solo in quanto è consapevole della propria infelicità. La natura cioè avrebbe fornito all'uomo uno strumento: la ragione, che paradossalmente lo fa sentire più infelice di ogni altro essere naturale. Vengono qui in mente le riflessioni analoghe di Leopardi.

In sintesi, Kant può essere considerato come la testimonianza più lampante che se un filosofo non affronta in maniera rivoluzionaria, democratica, la politica, il suo interesse teorico per i problemi scientifici connessi ai fenomeni naturali, non gli impedirà di cadere nel formalismo di un'etica invivibile o nella metafisica a sfondo religioso, quando vorrà affrontare anche i problemi sociali o esistenziali. Questo perché le scienze della natura restano di molto inferiori al valore della politica.

Kant ha dovuto ammettere la realtà del noumeno anche perché non ha mai avuto un concetto chiaro di "fenomeno". Il fenomeno, per lui, doveva essere interpretato o in maniera fisico-matematica o in maniera filosofica, non in maniera economico-sociale, politica. Kant non ha mai pensato che anche l'azione umana può essere considerata come un fenomeno soggetto a leggi specifiche.

La "cosa in sé" era vista in modo separato dal fenomeno, cioè in modo mistico. Kant non riusciva a vederla in connessione con lo stesso fenomeno. Il fenomeno - diceva Kant - viene percepito con i sensi, i quali non ci permettono di conoscerlo nella sua vera essenza. L'intelletto definisce i limiti in cui il fenomeno può esistere, ma è incapace di capirlo nella sua "cosa in sé". E' proprio questa impotenza dell'intelletto che postula, indirettamente, la necessità di un noumeno metafisico, poiché l'intelletto si angoscia di non poter comprendere adeguatamente ciò che più gli interessa.

Kant dunque dà sì valore all'intelletto scientifico, ma non fino al punto da diventare uno scienziato come Newton (perché questo, per lui, sarebbe stato un regresso); e considera la ragione solo sul piano filosofico, metafisico. La ragione subentra all'intelletto quando questo non è in grado di capire la libertà, o quando si trova insoddisfatto nell'esaminare la realtà. Ma la ragione cerca di spiegare la libertà evocando suggestioni di carattere religioso.

Nella critica dei giudizi razionalistici, cioè quelli analitici a priori, Kant afferma ch'essi non sono giudizi di esperienza, in quanto il predicato (ad es. "esteso") è già incluso nel concetto (ad es. "corpo"). In realtà sarebbe stato meglio affermare che ogni giudizio proviene dall'esperienza: solo che talune esperienze sono astratte e formali, mentre altre sono concrete e sostanziali.

Un giudizio "a priori" non esiste: un giudizio del genere non è che un "pre-giudizio", cioè un giudizio di per sé falso. E in ogni caso i giudizi a priori come l'intende Kant sono quanto di più inutile possa esistere. In realtà tutti i giudizi sono a posteriori, anche quelli analitici, anche quelli che si desumono dal principio di contraddizione. L'essenza va dedotta dall'esperienza, il concetto dalla prassi. Chi non lo fa ha solo l'apparenza dell'apriorismo. Posta tale premessa, il compito poi diventa quello di distinguere tra i giudizi significativi, scientifici, e quelli retorici, vuoti, astratti.

Viceversa, nella critica dei giudizi sintetici a posteriori, il limite di Kant è quello di sostenere non tanto che l'empirismo (inglese) è incapace di formulare giudizi la cui oggettività sia universale e necessaria (su questo Kant ha ragione, ma non perché sia sbagliata la metodologia dell'aposteriorismo), quanto piuttosto che tale incapacità va addebitata alla materia stessa, la cui "cosa in sé" resta inconoscibile. Non è singolare che Kant neghi l'esistenza di dio affermata a partire dalla sola consapevolezza che se ne può avere e, al tempo stesso, sostenga l'esistenza di ciò che si può soltanto pensare (il noumeno)?

I giudizi sintetici a posteriori non sono scientifici - al dire di Kant - semplicemente perché escludono che il soggetto possa fornire gli elementi della loro universalità e necessità. Questo, in effetti, era il limite dell'empirismo, ma Kant, invece di superare questo limite, restando nell'ambito dell'empirismo (o del materialismo), ha preteso di superarlo da un punto di vista idealistico, concedendo all'empirismo un'importanza marginale. Le tre Critiche non sono che un tentativo di confutare, con sempre maggiore esasperazione, le posizioni dell'empirismo.

I giudizi sintetici a posteriori (cioè quelli desunti dalla realtà) sono gli unici scientifici che l'Io possa darsi. La loro oggettività sta nel rapporto del soggetto con la realtà e non nelle categorie a priori dell'intelletto (che non esistono). L'oggettività del giudizio sta nella conformazione del soggetto alla realtà. E' sul contenuto, sul significato della realtà che i giudizi si scontrano, e solo a posteriori si può rilevare quale giudizio è più oggettivo, più attendibile, quale esperienza è più conforme alle necessità della realtà.

Quando Kant afferma, per negare valore ai giudizi empiristici, che "nel concetto di corpo in generale io non includo il predicato della pesantezza", egli in sostanza mente, poiché non è possibile nessun concetto astratto di "corpo" senza pensare immediatamente ai suoi attributi concreti: peso, volume, forma... Il concetto di "corpo" non è astratto, e gli attributi gli sono, sin dall'inizio, strettamente correlati. I giudizi a priori sono sempre dei pre-giudizi, anche quando presumono d'essere sintetici.

Kant avrebbe dovuto affermare l'idea che l'oggettività di un giudizio dipende dal grado di adeguatezza alla realtà, cioè dal livello di riflessione che tale realtà opera nella coscienza dell'Io. Quindi l'oggettività non può mai essere postulata a priori. Essa è sempre il frutto (provvisorio) di una costante ricerca.

L'empirismo andava superato laddove poneva il singolo in uno stato di passività nei confronti della natura, cioè laddove impediva al singolo di farsi - sulla base dell'esperienza - una ragione oggettiva, universale e necessaria della realtà. Kant ha fatto bene ad attribuire al soggetto la funzione di "legislatore della natura", ma doveva precisare che tale soggetto ha unicamente lo scopo d'interpretare oggettivamente le leggi della natura e della società, non ha la pretesa d'imporle come una scoperta inconfutabile.

L'Io penso di Kant svolge un'attività legislativa/ordinativa nei confronti dell'universo: nel senso che, avendo in sé le forme a priori della conoscenza, l'Io è in grado di stabilire le leggi dei fenomeni, senza occuparsi di scienza vera e propria. Nell'idealismo di Fichte - come noto - l'Io avrà una funzione addirittura "creatrice" nei confronti della materia, ma l'Io cui Fichte si riferirà è trascendentale, non empirico, è assoluto, non relativo. L'idealismo di Fichte si giustifica meglio di quello kantiano, per quanto resti anch'esso non meno indimostrabile.

L'Io è un ente di natura capace di porsi al di sopra della natura, solo perché può conoscerne oggettivamente i processi. Far dipendere la natura dal soggetto è semplicemente una mistificazione. Bisognava convincere gli empiristi che la fisica è possibile come scienza non in virtù delle categorie a priori, ma perché può esistere una corrispondenza oggettiva tra idee e cose. Bisognava altresì convincerli che l'etica, non meno della fisica, seppure a un livello diverso (poiché qui è in gioco la libertà), può essere oggettiva.

Nell'idealismo kantiano la fondazione scientifica della matematica e della fisica, siccome è posta su leggi a priori, è scientifica solo per modo di dire, più o meno come poteva esserlo per i cartesiani che credevano nell'innatismo delle idee. La differenza è minima. In ultima istanza, ciò che per Kant determina la scientificità è l'apriorismo delle forme di spazio e tempo (ivi incluse le 12 categorie, le quali, peraltro, non sono forse delle idee?), che è quanto di meno scientifico si possa pensare. Kant non avrebbe mai ammesso l'idea che ogni apriorismo è in realtà indimostrabile. Egli, impressionato com'era dai successi inglesi dall'empirismo, non ha potuto accettare l'innatismo cartesiano, ma essendo ancora più influenzato dall'arretratezza della sua Germania, è stato costretto a ripristinarlo in forme diverse.

Andrebbe studiato, in questo senso, il motivo per cui l'empirismo si sviluppò soprattutto in Inghilterra. Quali tradizioni culturali (e religiose) avevano favorito questo indirizzo? Probabilmente è stata la relativa estraneità dell'Inghilterra all'egemonia europea del cattolicesimo-romano che ha indotto questo Paese a rifiutare le astrattezze, prima della Scolastica poi del Razionalismo, il quale, in un certo senso, prosegue la Scolastica in forma laicizzata.

Nell'Inghilterra il cattolicesimo-romano si è sviluppato con poco successo. Praticamente il capitalismo fu l'arma con cui la cultura pre-cattolica in fase di dissoluzione si difese dal cattolicesimo autoritario del papato. Da questa singolare situazione è nata la religione anglicana, che mescola motivi cattolici con motivi fortemente calvinisti.

Significativo resta inoltre lo sviluppo dell'argomento ontologico affermato da Anselmo, negato da Kant e ripreso da Hegel, per dimostrare l'esistenza di dio. Anselmo si sforzava di trovare delle argomentazioni logiche per salvaguardare il primato di dio sull'uomo. Kant si difende da questa argomentazione dicendo che non tutto quello che si pensa esiste veramente (col che fa capire che la religione non è così importante come si crede). Hegel invece ribadisce che tutto ciò che si pensa, se è logico e razionale, deve per forza esistere. Ma nel far questo, Hegel ha soprattutto di mira il primato del pensiero e non tanto quello di dio. Il dio di Hegel esiste perché esiste l'uomo che lo pensa.

LA COSA IN SE'

La "cosa in sé" esiste? Kant diceva che esiste ma è inconoscibile - il che è una contraddizione in termini (onesta quanto si voglia), che ci riporta alla ingenua teoria platonica della reminiscenza.

In realtà nessuna cosa può esistere se non è conoscibile, cioè una cosa può anche esistere senza essere conoscibile, ma in questo caso la sua esistenza è irrilevante (per chi vorrebbe conoscerla). Qui Hegel aveva perfettamente ragione, ma solo qui, poiché in realtà sbagliava nel sostenere che una cosa esiste veramente solo se è conoscibile entro certi schemi filosofici predefiniti. Di qui la possibilità di ammettere tranquillamente l'esistenza di dio.

Per garantire una migliore realizzazione della democrazia, uno sviluppo equilibrato dei rapporti sociali, gli uomini non hanno bisogno di abituarsi a credere che possono esistere cose o persone diverse da quelle che comunemente conoscono: è sufficiente che usino rispetto e tolleranza per le cose e le persone che già conoscono. Se si abituano a questo, si troveranno perfettamente a loro agio anche quando avranno a che fare con cose e persone estranee al loro vissuto quotidiano.

Hegel sosteneva che la cosa in sé è conoscibile solo se si assume la realtà come un dato oggettivo, indipendente dal soggetto (anche se non dall'idea). Era stato il soggettivismo a portare Kant allo scetticismo nei confronti della conoscibilità dell'in sé. Hegel invece arrivò a dire che la realtà doveva adeguarsi all'idea (assoluta). O meglio: l'idea doveva adeguare la realtà a se stessa. Questo per Kant era non solo impossibile ma anche eticamente inammissibile, poiché in tal modo l'uomo si sarebbe fatto come dio, dietro il paravento dell'idea assoluta o dello spirito assoluto. A giudizio di Kant la realtà esterna all'uomo era dotata di una certa autonomia, che l'uomo doveva rispettare, ed era appunto la cosa in sé, di cui non poteva però avere piena conoscenza.

Per Hegel quindi non era sufficiente la ragione a stabilire il fondamento della "cosa in sé": occorreva una ragione "storica", capace cioè di assumere tutta la storia del genere umano a fondamento dell'idea assoluta. Purtroppo egli era così astratto che riteneva la storia della Prussia del suo tempo come il vertice di tutta la storia mondiale degli uomini. Da questo punto di vista il "ritorno al kantismo" diventerà, nell'ambito dell'idealismo, una scelta obbligata (anche un funzione anticomunista).

Il kantismo tuttavia aveva troppi scrupoli religiosi per poter costituire una vera alternativa all'idealismo in generale. La ragione di Kant si poneva in maniera scientifica quando era in gioco l'interpretazione dei fenomeni delle scienze esatte (matematica, fisica, astronomia ecc.), ma trovava molte difficoltà a comportarsi in maniera analoga quando erano in gioco le scienze umane. La religione lo obbligava a credere che una certa "cosa in sé" (dio, l'anima) fosse esistente anche quando la ragione gli diceva che era inconoscibile.

Kant non arrivò mai a capire che la "cosa in sé" esiste nella dimensione spazio-temporale della storia, della società, e che per poterla comprendere occorre rinunciare completamente a qualsiasi interpretazione di tipo religioso o metafisico.

Hegel, a suo modo, superò questa antinomia, che portava a un formalismo pratico insostenibile, in quanto la teoria veniva continuamente contraddetta dalla prassi; e lo fece ponendo una stretta identità di ragione e storia, di uomo e dio, subordinando nettamente la religione alla filosofia. Tuttavia, l'astrattezza rimase anche nel suo pensiero, poiché la coincidenza di reale e razionale avveniva non sulla base della realtà sociale (con tutte le sue contraddizioni più o meno antagonistiche), ma sulla base del pensiero razionale del filosofo aristocratico, che interpretava quelle contraddizioni secondo le esigenze del potere dominante. Hegel annullava le contraddizioni antagonistiche attraverso la mediazione della filosofia. Qui la lezione di Marx ed Engels non perderà mai di valore.

Pertanto, se con Hegel si è arrivati a dire che la "cosa in sé" esiste ed è conoscibile, con Marx invece si è arrivati a dire che il modo hegeliano di conoscerla resta sempre nell'ambito dell'astratto idealismo, che "conosce" solo quello che fa più "comodo".

La "cosa in sé" dunque esiste ed è conoscibile, ma seguendo un processo a posteriori, cioè partendo dai fatti concreti, la cui interpretazione non può essere affidata all'intelligenza del singolo filosofo, bensì al confronto collettivo sui bisogni sociali della gente comune. L'unico aspetto aprioristico è il desiderio di realizzare il vero benessere della gente comune. Ma questo desiderio rimane astratto se non si mette in rapporto con la necessità di risolvere le contraddizioni sociali.

Lo statuto della "cosa in sé", che riguarda tutti, non può essere stabilito da uno per tutti, ma va stabilito dal confronto democratico di tutti. Tutti si devono assumere una parte di responsabilità. E' dunque un aspetto che riguarda la sfera sociale, culturale e politica: la filosofia non può regnare sovrana su ogni scienza, poiché essa rappresenta solo una disciplina, fra le tante, dello scibile umano. Una disciplina, peraltro, che oggi non ha neppure un preciso statuto epistemologico, in quanto è comunemente assodato che nessuna scienza può dirsi "scientifica" senza poter essere verificata empiricamente. E quando la filosofia viene ad esserlo, sono altre scienze che decidono la giustezza dei suoi postulati.

Paradossalmente, la religione, se nei suoi presupposti non fosse assolutamente irrazionale, dovrebbe essere considerata più "scientifica" della filosofia, poiché essa si pone sempre il problema di come realizzare praticamente i propri contenuti. Quando la filosofia pretende di fare la stessa cosa, si trasforma in un'altra cosa.

La filosofia ha saputo laicizzare i contenuti della religione, dando una veste culturale al processo sociale della moderna economia capitalistica, ma questo sforzo di laicizzazione è stato fatto anche da tante altre discipline (scientifiche e umanistiche). Anzi si può dire che il capitalismo ha creato molta più "scienza" di quanto possa considerarsi "scientifica" la filosofia. La filosofia hegeliana può dirsi scientifica per aver scoperto i processi della "dialettica", ma può forse dirsi "scientifica" per il modo come ha applicato tale processi?

E c'è di più. La filosofia (e tutte le altre scienze) hanno laicizzato, sotto il capitalismo, i contenuti della religione (cristiana), ma siamo proprio sicuri che nel realizzare laicamente i contenuti della religione, abbiano dimostrato maggiore capacità democratica e umanistica della religione? Oggi l'individuo borghese può fare a meno di qualunque religione, ma anche di qualunque etica, in quanto riesce a subordinare alla propria azione economica qualunque principio morale.

Ciò cosa dimostra? Semplicemente che gli ideali del cristianesimo primitivo erano troppo alti perché oggi si possa considerare il capitalismo come una loro adeguata realizzazione pratica sul piano laico. Il capitalismo, attraverso la filosofia borghese, il protestantesimo e le altre scienze, più che porsi il compito di realizzare gli ideali di libertà del cristianesimo primitivo, ha fatto in modo di ridurre l'importanza di quegli ideali, portando l'umanità verso la catastrofe di due guerre mondiali.

Sul piano ideologico il capitalismo ha completamente fallito i propri obiettivi, anche se oggi continua a reggersi in piedi perché non ha incontrato un'adeguata resistenza, né interna (nell'area metropolitana), né esterna (nell'area periferica delle colonie). I prossimi secoli saranno ancora più tragici se si rifiuterà di prendere coscienza di questo fallimento; anche perché, al fine di mascherarlo, ritardando il crollo finale il più possibile, i governi saranno sempre più costretti ad adottare misure cruente e impopolari.

L'alternativa ai valori e alla prassi del capitalismo potrà essere gestita soltanto da forze giovani che si richiamino alle idee e alle esperienze del socialismo democratico, popolare, laico e umanistico.

* * *

Compito dell'uomo è quello di realizzare la verità delle cose, e non tanto quello di chiedersi se tale verità corrisponde esattamente alla verità in sé o se gli si avvicina soltanto. Non è possibile aspettare di sapere con sicurezza se esiste o no tale corrispondenza, prima di realizzarla praticamente, poiché è proprio dalla modalità in cui si realizza la prassi che si può scoprire il grado di quella corrispondenza. L'uomo è un essere in via di formazione, che deve misurarsi con la realtà in cui vive.

IL LIMITE DI KANT

Kant commise un errore fondamentale nella sua Critica della ragion pura (1781) allorquando pensò d'andare a cercare la cosa in sé (il noumeno) nella classica metafisica. Fu certamente un errore dovuto al fatto che la sua Prussia era ancora molto arretrata rispetto a Olanda, Francia e soprattutto Inghilterra, già indirizzate sulla strada del capitalismo.

Questo cedimento a idee mistiche si trasformò poi in débâcle nella seconda Critica, quella della ragion pratica, ove ammise molto tranquillamente che non poteva non credere in dio. Se l'esistenza non ci permette d'essere felici per aver fatto il nostro dovere – questa fu la sua conclusione –, allora possiamo pensare che ciò ci verrà riconosciuto in un'altra esistenza.

Ma era tutta l'impostazione generale della prima Critica a essere sbagliata. Oggi infatti riteniamo molto limitativo ch'egli volesse cercare la scientificità delle cose solo nei metodi fisico-matematici. La scientificità, in realtà, è in ogni disciplina: dipende soltanto dai criteri che si usano, dai limiti epistemologici che vengono posti, dalla capacità che si ha di guardare le cose olisticamente, nel loro insieme.

È evidente che se uno attribuisce la scientificità soltanto alla fisica e alla matematica, due scienze esatte per definizione, che di “umanistico” hanno ben poco, come farà a trovare in esse il “senso della vita”? la sostanza delle cose? Deve per forza andarlo a cercare là dove per tradizione i poteri dominanti han sempre detto (o meglio: imposto) di andarlo a trovare, appunto nella religione. Cercando il senso ultimo delle cose nella metafisica, dopo aver detto, ovviamente, che non poteva trovarlo nella fisica e nella matematica, è stato come se Kant si fosse fatto un'autorete.

Di primo acchito sembra che delle tre Critiche, la prima sia la più laica. In realtà essa già anticipa il precipizio mistico in cui cadrà la seconda. Da un lato, infatti, è vero che Kant afferma che la metafisica non è scientifica e che le prove dell'esistenza di dio, dell'anima e di un finalismo universale sono indimostrabili; dall'altro però ha bisogno di affermare che dio può essere pensabile, persino desiderabile, umanamente accettabile, anche se resta inconoscibile, indimostrabile, inaccessibile.

Kant fece una concessione che sul piano laico è inammissibile, e che nella sua fase giovanile non avrebbe mai fatto. Sotto questo aspetto il Kant maturo è involutivo rispetto a quello che inventò la teoria della nebulosa autosussistente e automoventesi per spiegare l'origine del nostro sistema solare.

Il Kant filosofo finì subito in un cul-de-sac, come gli fece rilevare il filosofo idealista Fichte, quando gli disse che non aveva alcun senso ammettere l'esistenza della “cosa in sé” e, nel contempo, sostenere ch'essa resta inconoscibile. Ciò che è inconoscibile non può essere ammesso come esistente.

Sotto questo aspetto lo smontaggio delle tre classiche prove teologiche a favore dell'esistenza di dio (quella ontologica, cosmologica e fisico-teleologica), perdeva tutto il suo valore. Infatti, se da un lato è assurdo sostenere che non si può passare dal concetto di dio alla sua esistenza, essendo i piani, logico e fisico, del tutto diversi; dall'altro è non meno assurdo sostenere che il noumeno è pensabile ma non conoscibile. Cioè può anche essere pensata, nella propria infinita fantasia, l'esistenza di un ippogrifo o di un minotauro, ma, se si è sani di mente, non gli si attribuirà certo il “senso della vita”.

Fichte arrivò poi a dire che la cosa in sé non esiste e che essa viene posta direttamente dall'Io puro: affermazione, questa, non meno infondata, ma intanto, a causa del suo ateismo, egli dovette rinunciare alla cattedra universitaria, mentre Kant, a causa del suo agnosticismo, fu soltanto redarguito.

Alle autorità prussiane pareva pericolosa l'affermazione kantiana secondo cui la religione aveva un senso solo nei limiti della ragione. Probabilmente però non si procedette all'espulsione perché qualcuno dovette accorgersi che, accettando anche solo in via ipotetica l'esistenza di dio, il fatto di contestare le tre suddette prove teologiche non risultava più “fondato” di quelle stesse prove.

È questo, in fondo, il limite dell'agnosticismo in generale, il quale da un lato nega la necessità di un padreterno e, dall'altro, non escludendone la possibilità virtuale, presta il fianco a tutte le speculazioni mistiche e, in fondo, clericali.

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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 06-09-2015