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Kant: le idee della ragione orientano l’attività dell’intelletto, senza ridurci a marionette

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Giuseppe Bailone

Le idee della ragione sono irreali, sono miraggi, ma nascono per “una spinta naturale che l’umana ragione ha in sé” a varcare i limiti dell’esperienza possibile. E, poiché “tutto ciò che trova fondamento nella natura delle nostre forze dev’essere conforme a un fine e accordato al giusto uso di esse” quei miraggi devono avere “un loro uso proficuo, quindi immanente”.

Il sogno della colomba di volare nel vuoto non ci libera dai vincoli dell’aria, ma ci orienta nel volo reale, o, detto nei termini del mito platonico, la tensione naturale a uscire dalla caverna orienta l’organizzazione della conoscenza nella caverna dell’esperienza.

Le idee della ragione metafisica, infatti, svolgono per Kant una funzione molto importante nei confronti dell’attività conoscitiva dell’intelletto.

“Io asserisco che le idee trascendentali sono inadatte a qualsiasi uso costitutivo, per cui debbano fornire concetti di oggetti; e che se sono intese in questo modo, si risolvono in semplici concetti raziocinanti (dialettici). Esse hanno però un uso regolativo vantaggioso e imprescindibile, consistente nel dirigere l’intelletto verso un certo scopo, in vista del quale le linee direttive delle sue regole convergono in un punto, che – pur essendo null’altro che un’idea (focus imaginarius), cioè un punto da cui non possono realmente provenire i concetti dell’intelletto, perché è fuori dell’esperienza possibile – serve tuttavia a conferire a tali concetti la massima unità ed estensione possibile. È da qui che nasce per noi l’illusione che queste linee direttive provengano da un oggetto situato al di fuori del campo della conoscenza empirica possibile (proprio come gli oggetti ci appaiono collocati dietro la superficie dello specchio). Ma questa illusione (cui si può tuttavia impedire di ingannarci) è inevitabile, se, oltre agli oggetti che si trovano innanzi ai nostri occhi, vogliamo anche vedere quelli che stanno lontani dietro le nostre spalle, ossia, nel nostro caso, se vogliamo spingere l’intelletto oltre ogni esperienza data (che è una parte dell’esperienza possibile totale), per condurlo alla massima ed estrema estensione possibile”.1

All’intelletto, che unifica in concetti il molteplice materiale empirico, la ragione indica l’ideale di un ordine unitario superiore.

“Ciò di cui la ragione dispone in proprio e che essa cerca di far valere, è il carattere sistematico della conoscenza, cioè la sua connessione in base a un unico principio. Un’unità razionale di questo genere presuppone sempre un’idea, precisamente quella della forma di un tutto della conoscenza, inteso come precedente la conoscenza determinata delle parti e racchiudente le condizioni per determinare a priori il posto di ognuna delle parti, nonché la sua relazione con ciascuna delle altre. Un’idea come questa postula dunque l’unità completa della conoscenza intellettuale, mediante la quale questa conoscenza risulta, anziché un semplice aggregato accidentale, un sistema articolato in base a leggi necessarie. Ma non si può dire che questa idea sia il concetto d’un oggetto, perché è il concetto dell’unità completa dei concetti degli oggetti, in quanto funge da regola per l’intelletto. Concetti come questi non sono desunti dalla natura: al contrario, ci sforziamo di comprendere la natura in base a queste idee e consideriamo difettosa la nostra conoscenza fin tanto che non appare ad esse adeguata. È noto che difficilmente si trova terra pura, acqua pura, aria pura, e così via. Tuttavia questi concetti sono indispensabili (e la loro purezza totale trae dunque origine esclusivamente dalla ragione) per determinare adeguatamente la componente che ciascuna delle cause naturali rappresenta nel fenomeno; e in tal modo si riconduce ogni sorta di materia alla terra (per così dire, quale peso), ai sali e alle cose combustibili (come la forza) e infine all’acqua e all’aria, presi come veicoli (o in qualche modo come macchine mediante le quali gli elementi agiscono), per spiegare gli effetti chimici delle materie conformemente all’idea di meccanismo. Anche se non ci si esprime effettivamente così, è tuttavia facile scoprire questo effetto della ragione sulle analisi dei naturalisti”.2

La naturale passione per la metafisica è sì sterile in termini rigorosamente conoscitivi, ma svolge, se alle sue idee si riconosce un valore solo ipotetico, un’importante funzione euristica e di orientamento della ricerca scientifica.

“Se la ragione è la facoltà di derivare il particolare dall’universale, si possono verificare due casi. O l’universale è di già in sé certo, nel qual caso esso non richiede altro che il giudizio in vista della sussunzione, sicché il particolare è con ciò necessariamente determinato; e questo è l’uso apodittico. O l’universale è assunto solo problematicamente, quale semplice idea; in questo caso il particolare è certo, ma l’universalità concernente la conseguenza è un problema; e allora si cerca se i molti casi particolari, che son tutti certi, derivano dalla regola e, se risulta che tutti i casi adducibili seguono da essa, se ne inferisce l’universalità della regola estendendola a tutti i casi, anche non dati. Questo è l’uso ipotetico della ragione.

L’uso ipotetico della ragione, che poggia su idee assunte quali concetti problematici, non è propriamente costitutivo, cioè non fa sì che, a rigore, ne derivi la legge universale che funge da ipotesi; come si possono infatti conoscere tutte le conseguenze possibili del principio assunto, che ne attestino l’universalità? In realtà si tratta solo d’un uso regolativo, che ha lo scopo d’introdurre la massima unità possibile nelle conoscenze particolari e di approssimare per questa via la regola all’universalità.

L’uso ipotetico della ragione è dunque diretto all’unità sistematica delle conoscenze dell’intelletto, la quale, per altro, costituisce la pietra di paragone della verità delle regole. D’altronde, l’unità sistematica, quale semplice idea, è l’unità proiettata, da non assumersi come data, ma esclusivamente come problema. Essa tuttavia, serve a reperire un principio per l’uso molteplice e particolare dell’intelletto, orientando quest’uso anche rispetto ai casi non dati, e conferendogli coerenza”.3

Ecco, allora, come Kant spiega la funzione delle tre supreme idee della ragione (anima, mondo e Dio).

“Seguendo le suddette idee in qualità di principi, prima di tutto collegheremo (nella psicologia) tutti i fenomeni, le operazioni e la recettività del nostro animo secondo il filo conduttore dell’esperienza interna, come se il nostro animo fosse una sostanza semplice, esistente permanentemente (nella vita, almeno) con identità personale, mentre i suoi stati, in cui quelli del corpo rientrano soltanto come condizioni esterne, sono in costante cambiamento. In secondo luogo (nella cosmologia), attraverso un’indagine che non potrà mai aver sosta, incalzeremo la serie delle condizioni, tanto dei fenomeni naturali interni come degli esterni, come se essa fosse in sé infinita e sprovvista di un termine primo e supremo, benché ciò non comporti da parte nostra la negazione, fuori di tutti i fenomeni, dei fondamenti primi, puramente intelligibili, di essi fenomeni, anche se non ci è mai permesso di inserirli nella connessione delle spiegazioni naturali, visto che non ne abbiamo conoscenza. Infine, in terzo luogo, dovremo (in relazione alla teologia) assumere tutto ciò che può in qualche modo far parte della connessione dell’esperienza possibile, come se questa esperienza desse luogo a un’unità assoluta, e tuttavia pienamente dipendente e pur sempre condizionata rispetto al mondo sensibile, e come se l’insieme di tutti i fenomeni (il mondo sensibile stesso) avesse, fuori di sé, un unico fondamento, supremo e onnisufficiente, cioè una ragione, per così dire, autosufficiente, originaria e creativa, in rapporto alla quale noi disponiamo ogni uso empirico della nostra ragione nella sua massima estensione, come se gli oggetti provenissero da quel prototipo di ogni ragione”.4

La natura insuperabilmente problematica delle idee della ragione rende un fondamentale servizio anche alla dignità umana in sede morale.

“Se la natura umana è determinata ad aspirare al sommo bene, si deve ammettere che anche la misura delle sue facoltà di conoscere, e specialmente la relazione di queste facoltà le une con le altre, sia conveniente a questo scopo. Ma la critica della ragion pura speculativa dimostra la più grande insufficienza di questa facoltà a risolvere in conformità con lo scopo i problemi più importanti che le sono proposti […]. Quindi sembra che in questo caso la natura, nel provvederci di una facoltà necessaria al nostro scopo, ci abbia trattati soltanto da matrigna.

Ora, posto che essa qui fosse stata condiscendente al nostro desiderio e ci avesse dato quella perspicacia o quei lumi che vorremmo ben possedere, o nel cui possesso alcuni credono di trovarsi realmente, quale sarebbe secondo ogni apparenza la conseguenza di ciò? A meno che nello stesso tempo fosse mutata l’intera nostra natura, le inclinazioni, che hanno sempre la prima parola, domanderebbero la loro soddisfazione, e, legate con la riflessione razionale, la soddisfazione più grande possibile e continua col nome di felicità; poi parlerebbe la legge morale per contenere quelle inclinazioni nei limiti che loro convengono, e anzi per assoggettarle tutte insieme a un fine più alto, e che non abbia riguardo a nessuna inclinazione. Ma in luogo della lotta che ora l’intenzione morale deve sostenere con le inclinazioni, nella quale, dopo alcune sconfitte, l’anima acquista a poco a poco la fortezza morale, Dio e l’eternità, nella loro tremenda maestà, ci starebbe continuamente davanti agli occhi (poiché quello che possiamo dimostrare perfettamente, rispetto alla certezza, vale altrettanto per noi che se ce ne accertassimo mediante la vista). La trasgressione della legge sarebbe certamente impedita, quello che è comandato sarebbe eseguito; ma siccome l’intenzione, per cui le azioni devono accadere, non può essere introdotta in noi mediante nessun comandamento, e il pungolo dell’attività qui sarebbe sempre alla mano ed esterno, e quindi la ragione non avrebbe bisogno di sforzarsi a raccoglier le forze per resistere alle inclinazioni mediante la rappresentazione della dignità della legge; così la maggior parte delle azioni conformi alla legge avverrebbe per il timore, soltanto poche per la speranza, e nessuna affatto per il dovere; un valore morale delle azioni, dal quale solo dipende agli occhi della saggezza suprema il valore della persona, e anche quello del mondo, non esisterebbe punto. La condotta dell’uomo, rimanendo la sua natura qual è adesso, sarebbe dunque mutata in un semplice meccanismo, in cui, come nel teatro delle marionette, il tutto gesticolerebbe bene, ma nelle figure non si troverebbe vita alcuna. Ora, siccome per noi la cosa è ben diversa; siccome noi, con tutto lo sforzo della nostra ragione, abbiamo dell’avvenire soltanto una veduta assai oscura e ambigua, e il reggitore del mondo ci lascia soltanto congetturare e non scorgere o dimostrar chiaramente la sua esistenza e la sua maestà; e, invece, la legge morale in noi, senza prometterci qualcosa con certezza, senza minacciarci, esige da noi il rispetto disinteressato; e del resto questo rispetto, quando diventa attivo e predominante, solo allora e solo per ciò permette di vedere, ma anche solo debolmente, nel regno del soprasensibile; così può ben aver luogo un’intenzione veramente morale, e consacrata immediatamente alla legge, e la creatura razionale può diventar degna di partecipare al sommo bene che è conforme al valore morale della sua persona, e non semplicemente alle sue azioni. Potrebbe dunque avere anche qui la sua verità quello che del resto lo studio della natura e dell’uomo c’insegna sufficientemente: che la saggezza impenetrabile, per la quale noi esistiamo, non è men degna di venerazione per quello che ci ha negato che per quello che ci ha concesso”.5

Torino 20 aprile 2015

Note

1 Kant, Critica della ragion pura, Utet 1967, p. 509.

2 Ib. p. 510.

3 Ib. pp. 510-11.

4 Ib. pp. 525-26.

5 Kant, Critica della ragion pratica, Laterza 1963, pp. 182-84.


ANNO ACCADEMICO 2014-15 - UNIVERSITA’ POPOLARE DI TORINO

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999.

Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf)

Plotino (pdf)

L'altare della Vittoria e il crocifisso (pdf)

Fonti

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Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 06-09-2015