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Kant: la costruzione dei concetti

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Giuseppe Bailone

La conoscenza umana comincia con le sensazioni e continua col pensiero.

La riflessione filosofica sul pensiero si chiama logica. Essa può limitarsi alla considerazione della sola forma del pensiero, della sua correttezza formale, indipendentemente dal suo rapporto con la realtà, oppure può impegnarsi su questo rapporto, sulla sua verità. Il pensiero può, infatti, esser corretto ma non vero, mentre non può esser vero se non è corretto: la correttezza formale è condizione necessaria, ma, non sufficiente della verità.

Nel primo caso, la logica per Kant è formale, nel secondo è trascendentale.

Kant pensa che la logica formale abbia raggiunto la sua compiutezza già in Aristotele, mentre ritiene quella trascendentale un suo prodotto originale.

In effetti, questo sdoppiamento kantiano della logica è strettamente legato a quella che Kant chiama la sua rivoluzione copernicana, imperniata sull’idea della conoscenza come costruzione umana del mondo fenomenico.

La logica formale è una scienza interamente a priori, come la matematica. Essa si occupa dei concetti così come la matematica si occupa di numeri, di rette, di triangoli, indipendentemente dal loro rapporto con la realtà: come le proprietà del triangolo, come puro ente geometrico, valgono per ogni possibile triangolo, che esista o sia solo pensato, così le leggi della logica formale valgono per ogni concetto, che si occupi o meno di cose reali. Essa è un canone, cioè un insieme di regole del pensiero in base alle quali, date certe premesse, indipendentemente dalla loro verità, derivano con necessità certe conseguenze. Non è un organo, nel senso aristotelico di strumento per arrivare alla verità. Solo la logica trascendentale è un organo. È pertanto scorretto usare la logica formale come organo, come strumento produttivo di verità: si scade nel discorso sconnesso dalla realtà, dialettico, inconcludente.

La logica trascendentale, invece, è logica della verità.

La logica formale, ad esempio, impone al concetto di avere carattere di universalità, di essere, cioè, conoscenza di ciò che hanno in comune tutte le cose che il concetto unifica; la logica trascendentale, invece, stabilisce dei concetti le condizioni della loro validità, della loro verità.

E, poiché, per Kant l’esistenza delle cose c’è data solo attraverso l’intuizione sensibile (essendo noi privi di un’intuizione diversa, tipo quella intellettuale) la logica trascendentale si occupa del rapporto del pensiero con la realtà empirica. Come l’estetica trascendentale si occupa delle condizioni formali a priori delle sensazioni, così la logica trascendentale si occupa delle condizioni formali a priori dei pensieri che si occupano dei dati della realtà: studia, cioè, il pensiero sintetico a priori; affronta il problema di come la forma del pensiero possa riferirsi a oggetti reali.

La logica trascendentale non sostituisce ma integra la logica formale.

Entrambe si occupano del pensiero, ma da prospettive diverse.

Essendo, però, identico il loro oggetto, Kant modella le articolazioni della logica trascendentale su quelle della logica formale ed elabora un’analitica trascendentale e una dialettica trascendentale. Infatti, sulla scia aristotelica, la tradizione distingue l’analitica, come “logica della verità”, che si occupa delle regole che presiedono alle proposizioni vere, dalla dialettica, come “logica della probabilità”, che studia le regole che presiedono alle proposizioni soltanto probabili. In Kant, però, come vedremo in seguito, la dialettica diventa “logica della parvenza”, perché per lui è indebita la pretesa dei metafisici tradizionali di muoversi tra idee (anima, mondo e Dio) non derivate dall’esperienza. A questa radicale differenza tra la logica della verità e la logica della parvenza corrisponde la distinzione tra l’intelletto, che produce concetti e di cui si occupa la prima, e la ragione, intesa in senso stretto come organo della metafisica, di cui si occupa la seconda.

L’analitica trascendentale si occupa del funzionamento dell’intelletto, “la facoltà di pensare l’oggetto dell’intuizione sensibile”, la facoltà che unifica, con attività discorsiva, le rappresentazioni intuitive delle sensibilità.

L’attività dell’intelletto può essere di tipo analitico o sintetico.

L’analisi è condotta dall’intelletto sulla base del principio d’identità e di non contraddizione. La sintesi è, invece, l’unificazione che l’intelletto compie di due intuizioni empiriche in sé prive di relazioni. La sintesi che interessa a Kant è quella che ha valore universale e necessario, quella dei giudizi scientifici, sintetici a priori, ben distinti dai giudizi empirici percettivi, basati solo sugli stati d’animo del soggetto che li formula.

“Quando il sole illumina la pietra, essa si riscalda. Questo è un semplice giudizio percettivo ed è privo di necessità; per quanto io e altri abbiamo percepito ciò, le percezioni si trovano collegate a quel modo solo abitualmente. Se dico invece: ‘Il sole riscalda la pietra’ (cioè ‘è causa del riscaldamento’) alla percezione si aggiunge il concetto intellettivo di ‘causa’, il quale pone una connessione fra il concetto dei raggi solari e quello del calore; così il giudizio sintetico diventa necessariamente universale e quindi oggettivo, e da una semplice percezione si tramuta in esperienza”.1

Una cosa è prendere atto che il sole scalda la pietra; una cosa ben diversa è sostenere che tra l’azione del sole e l’effetto sulla pietra c’è un nesso causale necessario. Solo i giudizi di questo secondo tipo sono scientifici, sintetici a priori, mentre gli altri sono sintetici a posteriori.

È l’elemento a priori che fa la differenza radicale tra i due tipi di sintesi.

L’intelletto produce la scienza come l’architetto costruisce gli edifici, dando forma ai materiali da costruzione: come le singole pietre di un arco si sostengono una con l’altra perché coordinate dal costruttore nelle forme pure dell’arco, così i dati dell’esperienza percettiva diventano costruzioni concettuali dell’intelletto, che li struttura con le sue forme a priori.

Anche l’intelletto, infatti, come la sensibilità, ha i suoi elementi a priori.

Kant li chiama “concetti puri” o, con un termine aristotelico, “categorie”.

L’analitica trascendentale va in cerca di questi elementi a priori e delle condizioni del loro uso legittimo. Infatti, mentre la sensibilità non può fare a meno dei suoi a priori (spazio e tempo), l’intelletto può operare anche senza le sue forme a priori e produrre semplici giudizi sintetici a posteriori. Non solo: quando all’intelletto subentra la ragione metafisica, questa fa delle categorie un uso del tutto fuori da ogni esperienza. Quindi, mentre non ci può essere un non uso o un uso illegittimo degli a priori della sensibilità, per l’intelletto il problema si pone, sia per distinguere il discorso scientifico dalle semplici opinioni empiriche, sia per distinguere la scienza dalla metafisica tradizionale.

L’analitica trascendentale si articola, pertanto, in deduzione metafisica delle categorie, impegnata a reperire tutte le forme a priori del pensiero, e in deduzione trascendentale delle categorie, impegnata a stabilire le condizioni del loro uso legittimo.

Delle categorie Aristotele aveva fatto un elenco di dieci elementi, che secondo Kant è, però, incompleto e confuso: aveva, infatti, incluso tra questi anche lo spazio e il tempo, che sono gli a priori della sensazione, e la sostanza, che è un’idea metafisica. E, soprattutto, Aristotele aveva concepito le categorie come leggi del pensiero perché riproduzione logica delle leggi della realtà, facendo così della logica formale non solo un canone logico, ma anche un organo di conoscenza.

Kant individua dodici categorie, che divide in quattro classi di tre ciascuna.

Esse sono quelle della quantità (unità, pluralità e totalità), della qualità (realtà, negazione e limitazione), della relazione (sostanzialità e inerenza, causalità e dipendenza, comunanza o azione reciproca), e della modalità (possibilità e impossibilità, esistenza e non esistenza, necessità e contingenza).

La deduzione trascendentale è la parte più difficile di tutta l’opera kantiana e in alcuni passi oscura. In essa Kant si propone, attraverso una riflessione complessa e tormentata, di mostrare che il solo uso legittimo delle categorie è nell’ambito dell’esperienza spaziotemporale; che esse diventano parole vuote quando sono applicate al di fuori dell’esperienza (ad esempio per dimostrare il presunto rapporto causale tra il mondo e Dio).

In questo testo kantiano, la parola “deduzione” non ha il significato logico-matematico di derivazione necessaria di qualcosa da qualcos’altro, come avviene nel sillogismo quando la conclusione è tratta con rigore necessario dalle premesse. Qui la parola ha il significato giuridico di “giustificazione della legittimità di una pretesa”: si tratta di dimostrare legittimo l’uso delle categorie nelle sintesi che l’intelletto fa dei dati empirici.

La dimostrazione della legittimità di quest’uso apre però un altro problema: come si possono applicare ai dati empirici concetti non derivati dall’esperienza? Come si possono costruire concetti con elementi fra di loro così eterogenei quali sono i dati empirici e i concetti puri, cioè le categorie?

Locke e Hume avevano criticato l’uso dei concetti di causa e di sostanza, perché non fondati sull’esperienza. Kant accetta l’espulsione del concetto di sostanza, perché metafisico, ma non può accettare l’eguale espulsione del concetto di causa, perno della scienza moderna. Deve, pertanto, spiegare come sia possibile applicare concetti puri all’esperienza, per unificare la molteplicità dei suoi dati e creare giudizi sintetici a priori.

L’attività di unificazione intellettuale del molteplice sensibile presuppone una forma superiore di unità dell’esperienza, che Kant chiama “io penso”. Si tratta di un’unità diversa dalla categoria dell’unità, la prima della triade della quantità (unità, pluralità e molteplicità). Essa è la condizione suprema di tutte le unificazioni operate dall’intelletto.

Secondo Kant, perché l’intelletto possa applicare caso per caso al materiale empirico la categoria adatta alla sua costruzione in sintesi a priori, deve aver già accolto il molteplice come un insieme unitario. Ci deve pertanto essere una funzione logica superiore alle categorie, una forma di unità dell’esperienza, una specie di categoria delle categorie. Rispetto ad essa la categoria dell’unità, così come tutte le altre undici categorie, è una sua articolazione, un suo strumento; proprio come la forma dell’arco è un’articolazione dell’attività formativa, costruttiva, dell’architetto.

L’io penso, come autocoscienza è individuale, ma è identico in tutti gli uomini, non varia col tempo né dipende dalla posizione geografica dei diversi uomini. Pertanto, essendo presente in tutti la stessa struttura unificante, il risultato dell’unificazione è valido universalmente, cioè per tutti. Per questo le leggi scientifiche hanno valore universale, anche se non riguardano le cose in sé.

Se le cose in sé siano organizzate unitariamente, noi non possiamo saperlo, ma il loro presentarsi a noi nello spazio e nel tempo è organizzabile unitariamente, perché c’è in noi quella funzione formale unificante, quell’intuizione originaria che unifica gli atti di coscienza, che Kant chiama “appercezione [cioè coscienza] pura”, “io penso”, che accompagna e condiziona tutte le nostre rappresentazioni. Se la natura, come insieme unitario dei fenomeni, appare alla scienza regolata da leggi rigorose che ne fanno un mondo unitario, lo dobbiamo all’io penso, che pertanto possiamo considerare legislatore, ma non creatore, della natura. O, se vogliamo, possiamo dire che è il creatore del suo ordine e delle sue leggi.

Se la conoscenza non può avvenire che attraverso l’uso delle categorie, bisogna, però, distinguere tra un loro uso empirico, legittimo, e un loro uso trascendentale, illegittimo.

Le categorie possono e devono essere applicate solo per unificare i dati offerti dalla sensibilità, perché se le intuizioni sensibili, senza la loro unificazione in concetti attraverso le categorie sono “cieche”, cioè non sono ancora conoscenza, i concetti, se non sono composizione di materiale empirico, sono “vuoti”, cioè sono privi di riscontro nel mondo esterno al soggetto, sono parvenze, come i sogni dei visionari; sono, in linguaggio kantiano, idee.

Per Kant, la conoscenza scientifica è una costruzione soggettiva universale molto complessa. È una costruzione la cui spiegazione esige la soluzione di un problema non facile: come avviene che il contenuto concreto dell’intuizione, che è apparenza e immagine, sia ricondotto sotto le categorie, che sono forme astratte? Come si possono mettere insieme cose così eterogenee? Ecco come Kant prospetta il problema:

“In ogni sussunzione di un oggetto sotto un concetto, la rappresentazione dell’oggetto dev’essere omogenea a quella del concetto, ossia quest’ultimo deve contenere ciò che viene rappresentato nell’oggetto da sussumere sotto di esso; è proprio questo, infatti, il significato dell’espressione: un oggetto è compreso sotto un concetto. Così il concetto empirico di un piatto è in relazione di omogeneità con quello geometrico puro di un circolo, perché la rotondità che viene pensata nel primo, è intuibile nel secondo.

Ma i concetti puri dell’intelletto, posti a confronto con le intuizioni empiriche (anzi con le intuizioni sensibili in generale), risultano del tutto eterogenei e non possono mai essere trovati in qualche intuizione. Com’è allora possibile la sussunzione delle intuizioni sotto i concetti dell’intelletto, quindi l’applicazione della categoria ai fenomeni, visto che nessuno potrà mai dire: questa categoria, ad esempio quella di causalità, può essere anche intuita per mezzo dei sensi ed è compresa nel fenomeno?”.2

Kant pensa che la soluzione siano gli schemi trascendentali.

“Ora è chiaro che ci dev’essere qualcosa d’intermedio, che risulti omogeneo da un lato con la categoria e dall’altro col fenomeno, affinché si renda possibile l’applicazione della prima al secondo. Questa rappresentazione intermedia deve essere pura (senza elementi empirici) e, tuttavia, per un verso intellettuale e per l’altro sensibile: esso è lo schema trascendentale”.3

Kant trova la chiave della soluzione del problema nel tempo, che è una forma pura, come le categorie, ma della sensibilità, quindi è affine anche alle intuizioni empiriche. Elabora quindi la dottrina degli schemi trascendentali, come determinazioni del tempo che rendono possibile l’applicazione delle categorie al materiale empirico secondo regole, determinate da principi puri che stanno alla base del funzionamento generale dell’intelletto.

Lo schema è un prodotto dell’immaginazione, ma non è un’immagine perché contiene già in sé qualcosa del concetto puro: funziona quindi come regola per produrre nell’intuizione un’immagine corrispondente al concetto. Ad esempio, lo schema del triangolo non è l’immagine di un determinato triangolo, ma la regola per produrre nell’intuizione tutti i triangoli possibili corrispondenti al concetto generale di triangolo. “Lo schema del triangolo non può mai esistere in alcun luogo che non sia il pensiero e si risolve in una regola della sintesi dell’immaginazione rispetto a figure pure nello spazio”.4

Gli schemi trascendentali sono prodotti dall’immaginazione produttiva, una misteriosa facoltà intermedia tra l’intelletto e l’intuizione sensibile. Kant ne parla come di “un’arte nascosta nella profondità dell’anima umana, il cui vero impiego difficilmente saremo mai in grado di strappare alla natura per esibirlo patentemente dinanzi ai nostri occhi”.5 Questa immaginazione produttiva va tenuta ben distinta da quella riproduttiva che ci consente di avere nella mente immagini sensibili delle cose e di associarle tra loro.

Kant distingue gli schemi trascendentali secondo i quattro diversi gruppi di categorie e indica nel numero lo schema delle categorie di quantità, nel grado intensivo, cioè una continua e uniforme produzione di realtà nel tempo che sale dallo zero o discende allo zero, lo schema delle categorie di qualità. Per le categorie di relazione e per quelle di modalità, invece, indica uno schema per ogni singola categoria. Indica quindi otto schemi per le dodici categorie.

Torino 16 marzo 2015

Note

1 Kant, Prolegomeni § 20 in nota 6*.

2 Kant, Critica della ragion pura, a cura di Pietro Chiodi, UTET 1967. p. 190.

3 Ib. p. 190.

4 Ib. p. 192.

5 Ib. p. 192.


ANNO ACCADEMICO 2014-15 - UNIVERSITA’ POPOLARE DI TORINO

Giuseppe Bailone ha pubblicato Il Facchiotami, CRT Pistoia 1999.

Nel 2006 ha pubblicato Viaggio nella filosofia europea, ed. Alpina, Torino.

Nel 2009 ha pubblicato, nei Quaderni della Fondazione Università Popolare di Torino, Viaggio nella filosofia, La Filosofia greca.

Due dialoghi. I panni di Dio – Socrate e il filosofo della caverna (pdf)

Plotino (pdf)

L'altare della Vittoria e il crocifisso (pdf)

Fonti

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Web Homolaicus

Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Teorici
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Aggiornamento: 06-09-2015