LE MONARCHIE NAZIONALI


LA RIVOLUZIONE INGLESE
il colpo di stato del 1688

Guglielmo III d’Orange, re inglese

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Sebbene Giacomo II avesse a disposizione forze militari considerevolmente superiori a quelle di Guglielmo III d’Orange, quest’ultimo, che si era proclamato difensore della proprietà, dell’ordine e della religione protestante, riuscì con relativa facilità a portare a compimento il colpo di stato, senza scontri armati con l’esercito reale.

Dalla parte di Guglielmo si schierarono la borghesia cittadina e la gentry. Le classi abbienti erano impressionate soprattutto dal fatto che il principe isolava in tutti i modi le sue truppe dal contatto con le masse popolari d’Inghilterra e nei suoi proclami sottolineava intenzionalmente che il suo trasferimento a Londra non aveva alcun carattere rivoluzionario, ma rappresentava una semplice misura militare allo scopo d’impedire l’infuriare dell’anarchia nella capitale. Dalla parte di Guglielmo passarono i ministri, i membri della famiglia reale, lo stesso comandante in capo dell’esercito reale, John Churchill.

Abbandonato da quasi tutti i suoi, Giacomo II decise di fuggire, assecondando in tal modo i piani degli organizzatori del colpo di stato. Non trattenuto da nessuno, si trasferì, a bordo di una nave, in Francia, e si mise sotto la protezione di Luigi XIV.

Il principe d’Orange fu per il momento proclamato reggente del regno. Alla fine del gennaio 1689 una Convenzione appositamente convocata elevò Guglielmo III (1689-1702) insieme con la moglie Maria al trono reale "vacante". Il 13 febbraio 1689 la Convenzione costituente approvò una speciale Dichiarazione dei diritti, trasformata nell’autunno dello stesso anno nel Documento dei diritti (Bill of Right), in cui erano contenute garanzie costituzionali volte a preservare l’Inghilterra da qualsiasi nuovo tentativo di restaurazione dell’assolutismo.

Il re veniva privato del diritto di sospendere o revocare la validità delle leggi (il cosiddetto veto sospensivo e assoluto), d’introdurre e riscuotere tasse e di avere un esercito permanente senza l’autorizzazione del Parlamento. Una serie di paragrafi della nuova legge regolavano l’attività parlamentare (la libertà delle elezioni parlamentari, la libertà di parola per i deputati, la regolare convocazione del Parlamento); altri articoli ampliavano considerevolmente i diritti dei giurati e stabilivano garanzie contro le sostituzioni arbitrarie di giurati da parte del governo.

Con un Atto separato del 3 giugno 1689 sulla tolleranza religiosa si concedeva ai protestanti dissidenti, sia pure con l’eccezione delle sette più radicali, il diritto all’ammissione alle cariche pubbliche.

A questo colpo di stato la popolazione non partecipò minimamente. Si trattò soltanto di un compromesso tra l’aristocrazia terriera e finanziaria, cioè tra i gruppi dirigenti della nobiltà e dell’alta borghesia, che si dividevano tra di loro il potere. Le cariche politiche, i privilegi di casta, gli alti stipendi venivano assicurati alle famiglie aristocratiche della nobiltà terriera, a condizione che questa rispettasse in misura sufficiente quelli che erano gli interessi economici del ceto medio finanziario, industriale e commerciale.

La borghesia fu soltanto un alleato temporaneo delle masse popolari. Quando l’avversario feudale fu battuto, o meglio, ridimensionato, essa si affrettò a sfruttare la vittoria per i suoi interessi di classe: la trasformazione della massa dei contadini dipendenti in liberi e autonomi piccoli proprietari terrieri non rientrava nei suoi calcoli, né in quelli della nuova nobiltà.

L’affermazione della monarchia costituzionale significava la possibilità reale di accesso della borghesia e della nobiltà imborghesita al potere. Attraverso il Parlamento queste classi potevano servirsi con successo della sovrastruttura statale per gli interessi dell’economia capitalistica. Il protezionismo coerentemente adottato dallo Stato costituzionale, il sistema del debito statale, la diretta usurpazione dei beni pubblici da parte dei proprietari terrieri, l’esproprio, con l’aiuto dello Stato, perpetrato dai lord e dalla gentry, delle terre dei contadini inglesi e irlandesi, la politica di conquiste coloniali in Asia, in Africa e in America sono le caratteristiche più evidenti che contraddistinguono lo sviluppo economico dell’Inghilterra di questo periodo.

La rivoluzione inglese definì anche i destini dei paesi limitrofi, l’Irlanda e la Scozia, che in questo periodo entrano definitivamente a far parte del sistema dello Stato e del capitalismo inglese. Essa diffuse i rapporti borghesi, vittoriosi in Inghilterra, anche nelle sue colonie dell’America settentrionale (quantunque queste ultime in seguito faranno una nuova rivoluzione borghese contro la loro stessa madrepatria) ed ebbe forti ripercussioni anche in altri paesi ("Fronda parlamentare" in Francia, rivolta in Catalogna, temporanea vittoria dei repubblicani in Olanda), senza però riuscire a far scoppiare analoghe rivoluzioni negli altri paesi dell’Europa continentale, che, se si esclude l'Olanda, era ancora troppo immatura sul piano dello sviluppo capitalistico.

Questa rivoluzione, che sicuramente ebbe delle rivendicazioni più precise e definite di quelle formulate nella precedente rivoluzione borghese dei Paesi Bassi, sarà il prototipo di quella francese del secolo successivo. Infatti soltanto nel Settecento, con l’attuarsi dei presupposti per la rivoluzione borghese nei paesi del continente, si capì la vera importanza dell’esperienza inglese. Il regime costituzionale inglese, la filosofia e le idee politiche del periodo della rivoluzione borghese rappresentarono il punto di partenza di tutte le ideologie rivoluzionarie nei paesi dell’intera Europa continentale. Si può anzi dire che la rivoluzione inglese, a motivo dei suoi rapporti commerciali con le colonie, fu una pietra miliare non solo della storia europea, ma anche di quella mondiale.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Moderna
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Aggiornamento: 07/01/2015