LE MONARCHIE NAZIONALI


LA RIVOLUZIONE INGLESE
la politica di Giacomo I Stuart (1603-25)

Giacomo I Stuart, re inglese (Firenze, Galleria Palatina)

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Nel marzo del 1603 moriva la regina Elisabetta e saliva al trono il suo unico parente, il figlio della giustiziata Maria Stuart, Giacomo VI, re di Scozia, che salendo al trono inglese prese il nome di Giacomo I. Nella sua attività governativa fu subito evidente che gli interessi dell’aristocrazia feudale difesi dalla Corona erano in netto contrasto con quelli della borghesia e della nuova aristocrazia.

Contro la tendenza della borghesia alla libera impresa, all’instancabile ricerca di nuove vie di guadagno, egli sostenne il sistema dei monopoli, cioè dei diritti esclusivi offerti a singole persone o compagnie nella produzione e nel commercio di un qualsiasi prodotto. Il sistema dei monopoli a poco a poco abbracciò un grande numero di settori produttivi e quasi tutto il commercio estero e interno. L’erario reale riceveva dalla vendita delle licenze elevate somme, che arricchivano il re e una ristretta cerchia di aristocratici e di capitalisti vicini alla corte.

Pur essendo una dei maggiori latifondisti del regno, la Corona versava sempre in stato di bisogno, avendo come entrata prevalente l’affitto del patrimonio fondiario. La situazione finanziaria era migliorata al tempo di Enrico VIII, quando vennero confiscate alla chiesa cattolica le terre dei monasteri. Ma dopo un po’ anche queste terre erano state vendute al miglior offerente, non essendo in grado gli ambienti di corte di gestirle secondo criteri produttivi borghesi. Esauriti gli incassi dalla vendita all’incanto, alla Corona non restava che puntare sempre più sugli oneri fiscali, scontrandosi inevitabilmente con le resistenze del Parlamento, i cui deputati (alla Camera dei Comuni) non erano nominati dal sovrano ma eletti dai cittadini.

Contraria agli interessi della borghesia era anche la regolamentazione governativa dell’industria e del commercio: la richiesta di un apprendistato di sette anni come condizione preliminare per esercitare una qualsiasi professione, il cavilloso controllo da parte degli agenti governativi non solo sulla qualità dei prodotti, ma anche sulla quantità e qualità degli strumenti di lavoro, sul numero dei garzoni e degli apprendisti occupati in una bottega artigianale, sulle tecniche di produzione. Tutto ciò rendeva straordinariamente difficile la possibilità dell’introduzione di nuove macchine, l’allargamento della produzione e la sua riorganizzazione su principi capitalistici. Negli atti dei giudici conciliatori si trovano lunghi elenchi di persone contro le quali venivano intrapresi procedimenti penali per infrazione agli statuti reali, che regolavano l’artigianato e il commercio secondo uno spirito nettamente medievale.

Questa tutela governativa sull’industria e il commercio, che a prima vista sembrava proteggere gli interessi del consumatore, in realtà perseguiva soltanto lo scopo di colpire i commercianti e gli artigiani con multe ed estorsioni. La manifattura diventava un settore poco vantaggioso per l’investimento di capitali. Numerosi maestri, arrivati dalla Germania, dalle Fiandre e dalla Francia al tempo dei Tudor in Inghilterra, con importanti innovazioni tecniche, ora se ne allontanarono, trasferendosi in Olanda. Il commercio estero divenne praticamente monopolio di una ristretta cerchia di grossi commercianti, in maggioranza londinesi. Lo sviluppo del commercio interno si scontrava dappertutto con i privilegi medievali delle corporazioni cittadine, che con ogni mezzo impedivano agli "estranei" l’accesso ai mercati delle città. Poiché ogni incremento del commercio estero e interno risultava frenato, a danno soprattutto dell’esportazione, inevitabilmente la bilancia commerciale era diventata passiva.

L’offensiva della reazione assolutistico-feudale si manifestò chiaramente anche nella politica ecclesiastica di Giacomo I, che già in Scozia aveva preso in odio gli ordinamenti presbiteriani. Diventato re d’Inghilterra cominciò subito a osteggiare i puritani inglesi, costringendoli a emigrare per salvarsi dalla prigione, dalla frusta e dalle onerose multe. Dapprima si rifugiarono in Olanda, poi molti di loro andarono nell’America settentrionale, dove gettarono le basi di una repubblica teocratica di coltivatori e commercianti, nella quale il fondamento del potere religioso era l’opinione popolare dei ceti possidenti di beni mobili e immobili. Sarà proprio il puritanesimo a fare dal puntello alla futura colonizzazione inglese dell’America del Nord (tra le prime colonie quelle della Virginia e del Massachussetts).

D’altra parte Giacomo I non era neppure cattolico. Nel 1604, alla Conferenza dei vescovi di Hampton Court fra la chiesa anglicana e i puritani, aveva condannato sia il puritanesimo che il cattolicesimo, in nome di una chiesa di stato anglicana, docilmente sottomessa alla Corona. Conseguenza di ciò fu appunto la Congiura delle polveri dell’anno dopo, ordita dai cattolici.

In politica estera Giacomo I non teneva in alcun conto gli interessi della borghesia, che non potevano certo conciliarsi con quelli della concorrenza spagnola. Elisabetta, per tutto il periodo del suo regno, aveva lottato aspramente contro questo "nemico nazionale" dell’Inghilterra protestante, alleandosi con l'Olanda. Giacomo I invece ricercava la pace e la collaborazione con la Spagna, per compiacere la quale concesse persino la grazia ad alcuni partecipanti cattolici alla Congiura delle polveri, con cui nel 1605 si cercò di far saltare il palazzo reale. Favorì anche l'attività gesuitica nel regno e mandò al patibolo il più noto dei "corsari reali" di Elisabetta, Walter Raleigh, che ostacolava i commerci dei galeoni spagnoli. Nel 1613 l’ambasciatore di Spagna, il conte Gondomar, divenne il suo consigliere più fidato.

La politica fiacca e passiva di Giacomo I, durante la guerra dei Trent’anni, favorì la disfatta del protestantesimo in Boemia, con il risultato che suo genero, Federico V fu privato non solo della Corona boema, ma anche delle sue terre del Palatinato. Invece d’intervenire militarmente contro gli Asburgo, Giacomo I si occupò dei progetti di matrimonio di suo figlio, l’erede al trono Carlo, con l’infanta spagnola, vedendo in questo matrimonio la garanzia di un ulteriore rafforzamento dell’alleanza anglo-spagnola e il mezzo per rinsanguare l’erario oramai esaurito col concorso della ricca dote.

A questa situazione la borghesia cominciò a reagire negando alla Corona il consenso di rimpinguare con nuove tasse le finanze dello Stato. La dipendenza finanziaria della Corona dal Parlamento era il lato più vulnerabile dell’assolutismo inglese. Né il primo Parlamento (1604-1611), né il secondo (1614), concessero a Giacomo i mezzi sufficienti che lo rendessero almeno temporaneamente indipendente dal Parlamento. Addirittura gli tolsero, con la Form of Apology and Satisfaction del 1604, la prerogativa di decidere nei casi di risultati elettorali controversi, i quali venivano usati dalla Corona proprio per controllare la composizione della Camera dei Comuni. Questa limitazione era sicuramente “offensiva” per un monarca che si riteneva tale per “diritto divino” e che aspirava a governare senza Parlamento: in 22 anni di regno lo convocò solo quattro volte.

Poiché le necessità finanziarie della Corona aumentavano sempre più in seguito alla dilapidazione e allo sperpero della corte e all’inaudita prodigalità del re verso i favoriti, specialmente verso il duca di Buckingham, il re decise di tentare di riempire le sue casse evitando il Parlamento. Egli introdusse autonomamente nuovi dazi maggiorati; commerciò titoli nobiliari e licenze per diversi monopoli commerciali ed industriali; vendette all’asta nolti possedimenti terrieri della Corona; pretese di riscuotere diritti feudali da tempo decaduti; inflisse multe per l’abbandono della terra senza permesso; abusò anche del diritto della corte di acquistare prodotti all’ingrosso a basso prezzo e ricorse ai prestiti forzati.

Tuttavia nel 1621 Giacomo I fu costretto a convocare per la terza volta il Parlamento, dove alle consuete critiche sulla politica fiscale si aggiunse lo sdegno per la politica matrimoniale del sovrano, intenzionato a far sposare l’erede al trono inglese con l’infanta spagnola. Il Parlamento fu sciolto, ma il re non riuscì a effettuare il suo piano di alleanza anglo-spagnola, né a far restituire per via pacifica a Federico le terre del Palatinato. Anzi, agli inizi degli anni ‘20 il Parlamento riesumò la pratica medievale dell’impeachment contro i funzionari corrotti più vicini al re. E nel dicembre 1621 la Camera dei Comuni redasse una Protestation con cui rivendicava il diritto d’intervenire in materia di politica estera, prerogativa esclusiva della Corona.

La lotta decisiva contro il regime feudale-assolutistico divampò non nelle aule del Parlamento, ma nelle strade e nelle piazze delle città e dei villaggi. Larghe masse contadine, artigiane, operaie e bracciantili cominciarono a farsi sentire per il crescente sfruttamento, per la rapina fiscale del governo.

La più grande rivolta contadina sotto Giacomo I esplose nel 1607 nelle contee centrali dell’Inghilterra, dove le recinzioni delle terre comuni nel corso del XVI e all’inizio del XVII sec. avevano assunto vastissime dimensioni.

Durante questa rivolta per la prima volta si sentì parlare dei "Levellers" (i Livellatori [7]) e dei "Diggers" (gli Sterratori), che indicheranno in seguito i due partiti dell’ala popolare della rivoluzione.

La rivolta, anche se soffocata con la forza militare, si riversò negli anni ‘20, ‘30 e ‘40 del XVII sec. in varie contee, contro gli aristocratici che avevano cercato di usurpare le terre comuni per sfruttarle privatamente.

Altrettanto frequenti erano in quel periodo i movimenti popolari nelle città. La prolungata crisi mercantile-industriale aveva peggiorato bruscamente le condizioni già misere degli artigiani, dei garzoni e degli apprendisti occupati nella produzione tessile. La giornata lavorativa dell’operaio artigiano e manifatturiero era di 15-16 ore, mentre il salario reale diminuiva continuamente a causa dell’aumento del prezzo del pane e degli altri prodotti alimentari. Non di rado essi saccheggiavano i depositi di grano, assalivano gli esattori delle tasse e i giudici di pace, e incendiavano le case dei ricchi. Nel 1617 scoppiò una rivolta degli apprendisti-artigiani a Londra; nel 1620 pericolose sommosse si verificarono in altre città. La minaccia di una rivolta generale era così grande che il governo obbligò i fabbricanti tessili a dare lavoro agli operai occupati nelle loro aziende indipendentemente dalla congiuntura di mercato.

L’ultimo Parlamento di Giacomo I si riunì nel febbraio del 1624, poco prima della sua morte. Il governo dovette fare tutta una serie di concessioni: abrogare la maggior parte dei monopoli e iniziare la guerra contro la Spagna. Dopo aver ricevuto la metà del sussidio richiesto, il re inviò sul Reno un corpo di spedizione armato in fretta e furia, il quale però subì una completa disfatta.

Nel 1625 il trono d’Inghilterra e di Scozia fu ereditato dal figlio Carlo I.


[7] I Livellatori provenivano dalle fila dell’artigianato, della piccola borghesia commerciale e dei piccoli proprietari terrieri impoveritisi da lunghi anni di guerra. Cominciano ad apparire sulla scena politica dopo il 1645, quando la monarchia era già stata sconfitta sul piano militare e si era aperta una fase di forti tensioni tra i partiti parlamentari, divisi tra presbiteriani, divenuti conservatori, e indipendenti, di tendenza radicale. Tra i leader più significativi, Lilburne, Overton e Walwyn, tutti puritani intransigenti. Il “Patto del popolo”, ch’essi elaborarono nel 1646, anticipa addirittura le Costituzioni liberali dell’Ottocento, soprattutto nelle garanzie da offrire per lo sviluppo della democrazia (erano favorevoli al suffragio universale) e dell’uguaglianza sociale e giuridica. Criticarono molto il moderatismo di Cromwell, che per loro costituiva un tradimento.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Moderna
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Aggiornamento: 07/01/2015