LE MONARCHIE NAZIONALI


LA RIVOLUZIONE INGLESE
premesse ideologico-politiche

Nobili cattolici inglesi che nel 1605 ordirono la Congiura delle polveri

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I rapporti politico-istituzionali

Il Parlamento inglese s’era sviluppato in modo autonomo a partire dalle prime assemblee dei magnati feudali durante la fase anglo-normanna. Nel 1215 i baroni, sostenuti dalla chiesa, indussero il re Giovanni senza Terra a riconoscere la Magna Charta, secondo cui il re non avrebbe potuto imporre tasse straordinarie per esigenze belliche senza il consenso dell’assemblea baronale; né si sarebbe potuto imprigionare o spodestare o esiliare e neppure giudicare un uomo senza una sentenza legale pronunciata dai suoi pari (era questo un privilegio che la nobiltà aveva strappato alla Corona, non era certamente un principio democratico valido per tutti).

L’inevitabile scontro tra ceto feudale e monarchia, negli anni 1258-65, non fu favorevole a quest’ultima, anzi, determinò l’istituzione di un Parlamento, che, con la guerra delle Due Rose, verrà diviso in due Camere, Alta (dei Lord) e Bassa (dei Comuni).

Prima della rivoluzione i poteri dei parlamentari erano ridotti al minimo, anche perché non esisteva alcuna Costituzione scritta. Il re, coadiuvato da un Consiglio Privato (spesso legato alla Corte), aveva diritto di nominare a suo piacimento tutti i funzionari dello Stato; si occupava di tutta la politica interna ed estera e poteva, nei tempi e modi che riteneva opportuni, convocare, prorogare e sciogliere il Parlamento. Inoltre pur essendo la funzione legislativa esercitata, di regola, del Parlamento, con l’assenso congiunto del sovrano, questi aveva comunque il potere di amministrare la legge attraverso i proclami reali.

Insomma, l’unica vera limitazione a carico del sovrano consisteva nel fatto di non poter imporre nuove tasse senza l’approvazione dei parlamentari. Il re comunque, per tutto il resto, non era obbligato a convocare il Parlamento e, non essendo retribuiti, i parlamentari preferivano fare a meno dei lunghi e costosi soggiorni a Westminster, dove si svolgevano le sedute della Camera dei Lord e, per i Comuni, nella Cappella St. Etienne. Dovevano esserci motivazioni serie per indurli a chiedere la convocazione delle due Camere.

La Camera dei Lord era presieduta dal Cancelliere del re, in presenza del trono vuoto, e i seggi erano suddivisi tra i 26 vescovi di nomina regia, e i 60 pari laici.

La Camera dei Comuni, elettiva, comprendeva due rappresentanti per ogni contea e due rappresentanti dei boroughs (le suddivisioni amministrative delle città episcopali e dei borghi con franchigie). I deputati eleggevano lo Speaker dei Comuni, che in realtà era il portavoce della Corona di fronte ad essi: era lui a dirigere il dibattito e chiedere al sovrano di approvare le leggi, oppure di porre il veto per una revisione.

Durante la rivoluzione il Parlamento affermerà la propria indipendenza dalla Corona, fino al punto da imporle il rispetto di una Costituzione. Successivamente, dal 1714 ai giorni nostri, il Parlamento toglierà alla Corona anche il potere esecutivo e la Camera dei Comuni (elettiva) strapperà alla Camera dei Lord (ereditaria) i poteri fondamentali, affermandosi come l'unica vera depositaria della sovranità popolare.

Ideologia politica e religione

Essendo una delle prime rivoluzioni borghesi, quella inglese espresse la sua nuova ideologia in una veste religiosa ereditata dai movimenti sociali di massa del Medioevo. Tuttavia non fece questo per creare una democrazia sociale agraria, in cui si eliminasse la proprietà privata della terra, ma per sanzionare il nuovo ordinamento borghese, in cui alla rendita feudale tradizionale si sostituisse il profitto capitalistico.

La riforma inglese della Chiesa, definitivamente fissata sotto Elisabetta nei "Trentanove articoli" del credo anglicano, era stata una riforma incompiuta, poiché la Chiesa inglese riformata se si era certamente liberata della supremazia papale, si era però trasformata in un’obbediente ancella della Corona.

Dopo aver chiuso i monasteri cattolici e secolarizzati i loro beni, si conservò l'inviolabilità dei possedimenti terrieri dei vescovi e degli istituti ecclesiastici; rimase in vigore la decima ecclesiastica, assai gravosa per le masse contadine; si conservò l’episcopato, che per posizione sociale apparteneva allo strato della nobiltà; gli alti prelati anglicani, designati dal re o col suo consenso, diventarono di fatto suoi funzionari; dal pulpito delle chiese venivano letti i decreti reali e si rovesciavano minacce e maledizioni sulle teste dei trasgressori della volontà reale; i parroci controllavano rigidamente i loro fedeli; i tribunali episcopali e prima di tutto il supremo tribunale ecclesiastico (l’Alta Commissione), castigavano senza pietà le persone sospette di deviazioni dai dogmi ufficiali della Chiesa di Stato. Verso la fine del XVI sec. la chiesa anglicana aveva sostanzialmente accettato il principio basilare del calvinismo, quello della predestinazione, secondo cui la salvezza dell’uomo dipendeva esclusivamente dalla volontà divina.

Chi rifiutò invece la teoria della predestinazione fu il gruppo degli arminiani, fondato dal teologo olandese Jacobus Arminius. Oltre la Manica gli arminiani venivano definiti anglo-cattolici, anche perché respingevano la dottrina del sacerdozio universale, preferendo concedere più poteri al clero che non al laicato. In Inghilterra gli arminiani furono sempre visti come dei cattolici mascherati, anche perché il loro culto non si differenziava in nulla da quello cattolico. Essi però non mettevano in discussione che il sovrano inglese dovesse restare il capo della chiesa, benché il papato avesse offerto per due volte all’arcivescovo Laud il titolo di cardinale.

L’opposizione politica alla monarchia assolutistica si estrinsecava inevitabilmente anche sotto forma di scisma ecclesiastico: già negli ultimi anni del regno di Elisabetta una corrente religiosa chiedeva il compimento della riforma della Chiesa inglese, cioè la sua purificazione da tutto ciò che anche esteriormente ricordava il culto cattolico (da qui la denominazione di puritanesimo).

La preparazione ideologica della rivoluzione, "l’educazione" delle masse popolari alla ribellione veniva condotta non sotto forma di insegnamenti politici e filosofico-morali trattati in modo razionale, ma sotto forma di contrapposizione di una dottrina religiosa ad un’altra, di alcuni riti ecclesiastici ad altri, di nuovi principi organizzativi della Chiesa rispetto ai vecchi, per quanto non mancassero filosofi di alto livello, che, dietro generiche affermazioni di tipo “deistico”, nascondevano in realtà il loro agnosticismo, se non il loro ateismo.

Per elaborare il puritanesimo la borghesia inglese si servì della dottrina religiosa del riformatore ginevrino Giovanni Calvino, il cui insegnamento era penetrato in Scozia e in Inghilterra verso la metà del XVI sec. I puritani inglesi erano sostanzialmente dei calvinisti che esigevano prima di tutto una "semplificazione" e quindi una moralizzazione della Chiesa: di qui la richiesta di rimuovere dalle chiese ogni ornamento, le immagini sacre, l’altare, i drappi e le vetrate colorate, la musica d'organo; al posto delle preghiere del messale, chiedevano l’introduzione della libera predica orale e delle preghiere improvvisate; al canto degli inni dovevano partecipare tutti i presenti alla funzione religiosa. Inoltre insistevano sulla soppressione dei riti di origine cattolica, che la Chiesa anglicana ancora manteneva (il segno della croce durante la preghiera, la genuflessione ecc.).

Paradossalmente però sul piano socioeconomico i loro valori principali erano tutt'altro che "etici", in quanto si basavano sulla cupidigia e il senso degli affari, considerando espressamente l’attività commerciale e industriale come una "vocazione" ricevuta da dio e lo stesso arricchimento come un segno di particolare "elezione" e una visibile manifestazione della grazia divina.

All’inizio del XVI sec. il puritanesimo si divideva in diverse correnti: i più moderati, i cosiddetti presbiteriani, avanzavano la richiesta di un'epurazione della Chiesa inglese dalle sopravvivenze del cattolicesimo, ma non volevano fare contestazioni sul piano organizzativo; chiedevano semplicemente la soppressione dell’episcopato e la sostituzione dei vescovi coi sinodi dei presbiteri (anziani), come nella Chiesa primitiva. La loro esigenza di democratizzazione della Chiesa si limitava alla scelta dei presbiteri da parte dei fedeli; questi però li potevano scegliere solo tra i più ricchi, poiché solo questi offrivano la prova tangibile della benevolenza divina. I presbiteriani calvinisti erano molto forti in Scozia, almeno tanto quanto i cattolici in Irlanda, con la differenza che quest’ultimi erano visti da tutti come una sorta di “nemico interno”.

L’ala sinistra dei puritani era invece composta dai separatisti, che condannavano completamente la Chiesa anglicana: in seguito furono chiamati "indipendenti", poiché rivendicavano la piena indipendenza e l’autogoverno per ogni comunità religiosa, anche la più piccola. Essi non soltanto rifiutavano i vescovi, ma anche il potere dei sinodi presbiteriani, considerando gli stessi presbiteri dei "nuovi tiranni". Non riconoscevano su di loro alcun potere nelle questioni di coscienza, tranne "il potere divino", e non si consideravano legati ad alcuna prescrizione umana, se essa andava contro la "rivelazione della verità". Organizzarono la loro Chiesa in una confederazione di unità autonome, indipendenti le une dalle altre. Ogni comunità era amministrata secondo il volere della maggioranza.

Sulla base del puritanesimo sorsero le teorie politiche e costituzionali, che si diffusero largamente nei circoli di opposizione della borghesia e della nobiltà inglese. Il loro elemento più importante era dato dalla teoria del "contratto sociale", in base a cui il potere reale non è istituito da dio ma dagli uomini. Per il proprio benessere il popolo ha creato nel paese un potere supremo e lo ha consegnato al re, il quale non lo può esercitare a suo arbitrio, ma solo nei limiti previsti dal contratto concluso con il suo popolo. Il contenuto principale di questo contratto è l’amministrazione del paese in accordo con le esigenze del bene popolare.

Soltanto finché il re si attiene a questa condizione il suo potere è intangibile. Se invece comincia a governare contro gli interessi del popolo, i sudditi hanno diritto ad annullare il contratto e di togliere al re i pieni poteri trasmessigli precedentemente. Alcuni seguaci più radicali di questa dottrina giungevano anche alla conclusione che i sudditi non solo possono, ma sono tenuti a disubbidire al re, quando questi diventa un tiranno; anzi - dicevano John Ponet (cfr Breve trattato sul potere politico, 1556), Edmund Spenser, e in Scozia George Buchanan - devono spodestarlo e possono persino ucciderlo per il ripristino dei loro diritti.

Negli anni 30-40 del XVII sec. comparve sulla scena politica, con una serie di opere pubblicistiche di carattere puritano su questioni costituzionali, Henry Parker, la cui dottrina sull’origine del potere nella forma del "contratto sociale", con tutti i diritti fondamentali derivanti da questo, esercitò una grande influenza sulla letteratura del periodo rivoluzionario.

Le principali dottrine politiche inglesi si riassumono, nella sostanza, nelle dottrine opposte di Thomas Hobbes e di John Locke. Secondo Hobbes prevale, nello stato di natura (quello anteriore alle civiltà), il diritto del più forte, per cui gli uomini, onde evitare eterni conflitti, rinunciano alle loro libertà individuali e si obbligano a un contratto reciproco in cui i poteri assoluti vengono affidati a un sovrano, che può gestirli anche in maniera autoritaria, in quanto è sempre preferibile un abuso di potere all’anarchia distruttiva dello Stato. Secondo Locke invece i patti, nello stato di natura, servono semplicemente per regolamentare al meglio l’esistenza, in quanto un collettivo è preferibile all’individuo isolato, sicché la sovranità resta sempre popolare e non può mai essere delegata a un sovrano in maniera assoluta; anzi va decisamente revocata quando il sovrano si comporta in maniera autoritaria, violando la legge; in ogni caso, per impedire che il sovrano si comporti così, è meglio tenere separati i tre poteri fondamentali: legislativo, esecutivo e giudiziario. Nessuno dei due però ha mai messo in dubbio l’impossibilità di difendere i diritti di libertà senza quelli relativi alla proprietà privata di tipo borghese.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Moderna
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Aggiornamento: 07/01/2015