LE MONARCHIE NAZIONALI


LA RIVOLUZIONE INGLESE
i rapporti socio-economici

Minatori inglesi (pala d'altare del XVI sec.)

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La prima vera vittoria sul feudalesimo fu ottenuta dal capitalismo alla fine del XVI sec., in Olanda, anche se elementi di capitalismo esistevano già in Italia alcuni secoli prima, in alcuni Principati. [1] Tuttavia l'Olanda poté davvero influenzare gli altri Stati europei solo nella sfera del credito, del commercio internazionale (molte importante il trasporto di merci per conto terzi) e della politica coloniale.

Un'importanza di gran lunga maggiore per l’Europa e anche per gli Stati extra-europei ebbe la rivoluzione inglese del XVII sec., che, sebbene si realizzasse sotto la bandiera religiosa del puritanesimo, per la prima volta proclamava apertamente il nuovo ordinamento borghese, che in seguito si affermerà nelle altre nazioni europee e che attirerà a sé, sotto forma di colonie, anche quei paesi extra-europei che si trovavano ancora a diversi stadi di sviluppo del feudalesimo o persino allo stadio dei rapporti tribali.

La molla che innescò la rivoluzione borghese inglese scattò tra il 1470 e il 1520, con la sottrazione nobiliare delle terre comuni ai danni dei contadini. Queste terre (incolte o coltivate in comune o demaniali, che venivano anche regalate ai nobili dalla Corona o vendute a prezzi irrisori) furono abusivamente recintate e trasformate in pascoli per produrre lana grezza per la manifattura fiamminga. Moltissimi contadini furono espulsi dalle terre. La classe feudale che si comportò in questa maniera non fu anzitutto quella, del tutto rovinata dalla Guerra delle Due Rose (1455-85), ma quella nuova (gentry), in grado di capire che se non avesse trasformato i propri possedimenti in senso borghese, non avrebbe avuto futuro.

I campi aperti (openfields) erano divisi in tre gruppi di terre privi di recinzione: quelle lasciate a maggese, quelle seminate in autunno e quelle seminate in primavera. Dopo la mietitura e durante il maggese del terzo anno, i campi destinati all’aratura e i prati da falciare erano messi a pascolo per il bestiame locale.

Tommaso Moro aveva scritto che già ai tempi di Enrico VIII si tendeva a trasformare le terre arabili in pascoli recintati per ovini (enclosures), per soddisfare la fortissima richiesta di lana greggia da parte dell’Olanda. In tal modo di abolivano i diritti comunali, si raggruppavano le proprietà disperse e si diminuiva di molto la manodopera.

Le prime rivolte dei contadini erano avvenute nel 1548 e la prima legge che impediva le recinzioni fu quella del 1563. Poi le recinzioni ripresero, finché scoppiarono altre grosse rivolte nel 1607 e parecchie gravi crisi di carestia: 1586-88, 1596-98, 1622-23. “Le pecore – come diceva Thomas More – si stavano mangiando gli uomini”, anche quando invece di esportare lana grezza si cominciò a trasformarla in tessuti inglesi. Nel 1565 i tessuti costituivano già il 78% dell’export, mentre la lana grezza e i velli solo il 12%. La prima Compagnia delle Indie orientali fu creata nel 1600.

Nonostante questo la popolazione tendeva ad aumentare, forse perché molto scarsa verso la metà del XVI sec., circa 3,5 milioni di abitanti, per arrivare nel 1600 a 6,5 milioni e nel 1650 a 8 milioni. Nell’ultimo mezzo secolo aveva avuto un incremento di circa il 25%, di molto superiore a quello europeo, dove addirittura, a causa della guerra dei Trent’anni, scoppiata nel 1618, si registrava un generale decremento. La mortalità infantile e giovanile restava comunque molto alta: 5% nel primo mese di vita, 10% nel primo anno e 25% nei primi dieci, oltre al 2,5% di mortalità prenatale. La speranza di vita raggiungeva la sessantina, ma scendeva di molto per chi viveva in città. Le epidemie di peste furono terribile come nel resto d’Europa: nelle ondate del 1578-79, 1582, 1592-93, 1603 perì almeno il 20% della popolazione. La capitale, Londra, passò nel periodo in cui visse Shakespeare da 100.000 a 250.000 abitanti. Altre città inglesi al massimo arrivano a 18.000 abitanti.

Tuttavia la rivoluzione capitalistica vera e propria avverrà sia in virtù del potente sviluppo nazionale dell'industria tessile (verso la metà del XVI sec. l’esportazione di tessuti di lana rappresentava l’80% di tutto l’export inglese e nel 1614 l’esportazione di lana greggia fu definitivamente proibita), sia in virtù dell'estrazione di minerali fondamentali, come il carbone [2], il ferro e il rame (verso la metà del XVII sec. l’Inghilterra produceva i 4/5 di tutto il carbon fossile estratto in Europa).

Furono aperte molte manifatture in nuovi settori: cotone, vetro, carta, sapone... in grado di occupare centinaia di operai salariati. Le più importanti erano quelle tessili, estrattive, navali e le armerie. Là dove dominava ancora il sistema corporativo le manifatture erano decentralizzate (nel senso che gli operai lavoravano a domicilio).

Una potente spinta alla diffusione della manifattura fu data anche dall’usurpazione e recinzione delle terre comuni (boschi, foreste, campi aperti per il pascolo, paludi ecc.) da parte dei latifondisti feudali (i quali potevano anche espellere i contadini servi per trasformare le loro terre in pascoli e vendere la lana alle industrie). I contadini, liberi o servi, privati della terra, nella maggioranza dei casi, diventavano, nelle contee dove vi erano delle industrie, operai salariati.

Per il latifondista (landlord) era economicamente più conveniente trattare con affittuari privi di qualsiasi diritto sulla sua terra, che con i tradizionali contadini concessionari o usufruttuari, i quali pagavano rendite relativamente basse, che era possibile aumentare solo al momento del passaggio del fondo a un erede o alla scadenza naturale del contratto, che in genere comunque non era inferiore ai vent’anni. Questi contadini venivano chiamati copyholder, cioè usufruttuari di una concessione agricola da parte di un signore locale (la concessione non era riconosciuta come atto pubblico, ma come documento di carattere feudale, che rimaneva nelle mani del lord). Spesso costretti a comprare la loro libertà a prezzo elevato, questi contadini erano continuamente minacciati non tanto dal governo centrale, quanto dal lord feudale locale, che aveva tutto l’interesse, per fronteggiare l’infrazione, ad aumentare il canone d’affitto (dalla metà del XVI sec. alla metà del XVII il rincarò arrivò a dieci volte).

Il lord poteva assegnare al figlio del contadino il fondo paterno oppure cacciarlo dalla terra, scaduta che fosse la conduzione. I contadini-usufruttuari non godevano di alcun diritto sul proprio fondo; nulla poteva essere venduto, ipotecato né affittato senza il consenso del lord; ogni trasgressione era giudicata e severamente punita dal tribunale del signore. Gli unici a godere di qualche diritto erano i freeholder, cioè i liberi possessori della terra che poteva essere ereditata di padre in figlio, i quali però se non ne avevano abbastanza per produrre per il mercato, facilmente s’indebitavano, finendo nelle mani degli speculatori.

La rendita pagata dai fittavoli a tempo determinato (laeseholder), mutevole e sottoposta alle leggi di mercato, in molti fondi risultava la voce principale dei profitti del "manor" (in origine una vasta estensione donata dal re a un suo favorito che ne diventava proprietario con diritto di esercitarvi la giustizia; in seguito il termine servì a indicare solo una grossa proprietà terriera).

Alla base della piramide dei rapporti agrari c’erano i contadini poveri (squatters e cottagers) che, per consuetudine, potevano vivere usufruendo dei terreni appartenenti alla comunità. Questi contadini venivano sfruttati come braccianti giornalieri o, al massimo, come operai manifatturieri. Alla fine del XVII sec. i cotter erano circa 400mila.

Oltre alla rendita, i lord riscuotevano dai copyholder anche altri pagamenti in denaro: l’esazione in caso di morte, le tasse di mulino e di mercato, la quota per il pascolo e il godimento del bosco, ecc. In diverse località si erano conservate le prestazioni di lavoro obbligatorio e i tributi in natura, propri della servitù della gleba.

I mutamenti avvenuti nelle campagne furono i più lenti ma anche i più drammatici, poiché qui, alla fine del XVII sec., vivevano 4 milioni di abitanti su una popolazione nazionale di circa 5,5 milioni (intorno al 1520 la popolazione inglese era poco più di due milioni). L'unica città ad aver 200mila abitanti era Londra: nessun'altra superava i 30mila.

In città le corporazioni artigianali venivano sempre più gestite dai mercanti, che riducevano i membri della corporazione alla condizione di lavoratori a domicilio e trasformavano i garzoni in "eterni apprendisti".

Nel XVI sec. si era formato un mercato interno, mettendo in crisi i mercanti stranieri, che prima avevano nelle loro mani quasi tutto il commercio estero del paese. Nel 1598 fu chiuso a Londra il "Mercato dell’acciaio" della Lega Anseatica. I mercanti inglesi erano in grado di penetrare nei mercati esteri eliminando la concorrenza.

In breve tempo sorsero numerose compagnie commerciali: la Moscovita (1555), la Marocchina (1585), l’Orientale (sul Mar Baltico, 1579), la Levantina (1581), l’Africana (1588), quella delle Indie Orientali (1600) ed altre, che allargarono il loro campo d’influenza ben oltre i confini dell’Europa, dal Baltico alle Indie Occidentali e alla Cina. Gli inglesi erano già apertamente in concorrenza con gli olandesi in varie parti del mondo: India, Bengala, isole Barbados, Virginia, Guyana...

Alla vigilia della rivoluzione del 1688 il giro d’affari del commercio estero inglese era raddoppiato in confronto all’inizio del XVII sec. e la somma delle entrate doganali era triplicata. Tuttavia nel 1600 un terzo delle merci del commercio estero inglese era ancora trasportato da navi straniere: dei circa 20mila vascelli che solcavano i mari nel Seicento, circa 16mila erano di proprietà olandese.


[1] L'Italia non poté vantare né il ruolo degli olandesi né quello degli inglesi semplicemente perché non riuscì ad affermarsi come "nazione", restando divisa in tanti staterelli sino al 1861. Ma fu con la nascita del suo movimento comunale che vennero poste le basi dell'affermazione della classe borghese, tant'è che se il capitalismo nasce con le manifatture, queste esistevano in alcune zone della penisola italica sin dal Trecento.

[2] Il carbone era diventato un autentico indicatore dello sviluppo economico del capitalismo. Negli anni 1551-60 l’Inghilterra era ferma a una produzione di 206.681 tonn., ma nel periodo 1681-90 era già arrivata a 2.934.874 tonn., per raggiungere la cifra incredibile di 10.132.302 tonn. nel periodo 1781-90.


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Enrico Galavotti - Homolaicus - Sezione Storia - Moderna
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Aggiornamento: 07/01/2015